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Non condividiamo le grida di gioia che hanno attraversato le forze politiche italiane, anche in alcune di sinistra, e segnatamente “Il Manifesto” per l’accordo raggiunto a livello europeo su Recovery Fund e tanto meno il giudizio sul fatto che ci troveremmo di fronte a una svolta storica delle politiche economiche sul continente, nientemeno alla fine delle politiche di austerità, come ha scritto ingannevolmente il giornale degli Agnelli “La Repubblica”.

Non condividiamo dunque il giudizio di “compromesso storico” espresso dal Manifesto, se lo si interpreta nell’accezione tradizionale usata in Italia, quella di un compromesso tra le forze capitaliste e classe lavoratrice o di un salto in avanti nella costruzione dell’entità politica europea. Se di compromesso di deve parlare è solo quello intercorso tra le forze delle classi dominanti europee (quello che il Sole 24 ore ha chiamato “un compromesso nel nome di Angela Merkel”) sulle modalità con cui gestire questa immensa crisi in cui si combinano, con una valenza fino a poco tempo fa inimmaginabile, crisi sanitaria, crisi economica e crisi sociale che scuote dalle fondamenta il sistema economico capitalista.

Condividiamo invece molte considerazioni di Marco Bersani di Attac “Recovery Fund: non tutto oro (o solo loro) quello che luccica?” e di Eliana Como, della opposizione di sinistra della CGIL “Ora i soldi ci sono, ma senza mobilitazione non ne vedremo mezzo”.

Le risorse messe in campo

Le risorse messe in campo sono in effetti cospicue, anche se inferiori a quelle avanzate solo alcune settimane fa, 750 miliardi di cui 390 miliardi di trasferimenti/sussidi, 360 miliardi di prestiti agevolati, a cui vanno aggiunte le misure precedenti del pacchetto di emergenza Anti Covid 19 di 540 miliardi (240 per le spese sanitarie, il famoso prestito MES, 200 per le spese delle imprese, BEI, 100 per il sostegno alla occupazione, cassa integrazione, SURE). Le risorse messe in campo corrispondono al 17% del reddito europeo lordo. Inoltre non bisogna dimenticare il ruolo della Banca centrale Europea che ha inondato mei mesi scorsi l’economia europea (le banche) di un mare di liquidità (1600 miliardi), attraverso l’acquisto dei titoli obbligazionari degli Stati.

Infine ancora bisogna considerare il quadro finanziario europeo pluriennale di 1074 miliardi che tuttavia ha subito qualche sforbiciata proprio sul terreno sanitario, green e della ricerca.

Per l’Italia si tratta di 81,4 miliardi di trasferimenti/sussidi e di 127,4 miliardi di prestiti, a cui si aggiungerebbero gli oltre 30 miliardi dell’eventuale prestito MES sulla sanità, nel caso il governo italiano decidesse di utilizzarlo. E’ quanto chiedono gran parte delle forze politiche, ma soprattutto la Confindustria, che evidentemente vuole intercettare per le imprese tutti i fondi del Recovery Fund.

Chi sono quelli che erano in conclave a Bruxelles

Di fronte alla terribile tragedia che travolge l’Europa e il mondo intero, il normale cittadino può pensare che i governi europei si siano trovati per trovare le soluzioni migliori per ridurre i danni, per riparare le ferite, per costruire un percorso di risanamento complessivo della società rispondendo ai bisogni e alle necessità dell’insieme della popolazione, superando le inaccettabili disuguaglianze sociali. Purtroppo non è così, quelli che si sono riuniti a Bruxelles sono i rappresentanti delle grandi forze capitaliste dei diversi paesi europei, quelli e quelle stessi/e che da più di 20 anni hanno massacrato la società e le classi lavoratrici con le politiche liberiste dell’austerità responsabili della crisi attuale, responsabili di aver affrontato la crisi sanitaria senza gli strumenti adeguati possibili avendo fatto a pezzi la sanità pubblica con i tagli e le privatizzazioni. Certo di fronte alla catastrofe imminente hanno dovuto lasciare da parte provvisoriamente alcuni dogmi, sospendere il famigerato “patto di stabilità” far tornare in primo piano direttamente lo stato (tanto vilipeso) su tutti i terreni a partire da quello economico, nel tentativo di impedire il crollo del sistema ed anche la rivolta sociale. È sempre avvenuto così nelle vicende storiche; la borghesia di fronte al pericolo, utilizza tutti gli strumenti che il suo stato gli mette a disposizione come garante fondamentale del suo sistema. Per altro i vari imperialisti europei hanno continuato a farsi la concorrenza tra di loro in questi mesi perigliosi alla ricerca di ottenere i maggiori vantaggi anche quando la barca nel suo insieme era pericolante.

A Bruxelles si sono trovati per cercare di trovare le soluzioni migliori che gli permettano di gestire la crisi dal punto di vista economico, ma anche di stabilità sociale, di compromesso tra i diversi interessi nazionali in campo, ma anche di mantenimento del quadro europeo, come un elemento essenziale per fronteggiare la concorrenza economica delle altre potenze capitalistiche mondiali. È la preoccupazione che in particolare ha rappresentato il tandem Merkel Macron; è l’argomento che ha avanzato a più riprese Conte evocando il disastro che si sarebbe prodotto se, saltando uno o più dei paesi chiave, fosse esplosa la stessa l’Unione Europea, con un gravissimo danno per tutti, compresi i cosiddetti “frugali”.

Tenere in piedi il sistema

Come in tutte le occasioni di crisi passate le forze borghesi che costituiscono l’Unione Europea hanno alla fine scelto di mantenere e fare qualche passo avanti nel loro progetto, di superare qualche mezzo tabù economico; ma deve esser chiaro che tutto l’impianto definito serve a mantenere in piedi l’edificio capitalista; anzi tutto è pensato, anche gli scostamenti provvisori e parziali da certe formule liberiste, per riconsolidare e non per superare il quadro liberista dominante. Non a caso nessuno ha ipotizzato che il superamento della crisi dovesse passare attraverso la riduzione delle disuguaglianze, ridando diritti sociali ed economici all’insieme della popolazione; tutto deve passare attraverso il rilancio delle imprese e dell’economia e delle famigerate “riforme” per i paesi, che non le hanno compiute fino in fondo.

Non è un caso che il reperimento delle risorse è ancora solo e soltanto demandato al mercato, cioè attraverso l’accensione di un grande prestito sul mercato finanziario internazionale, che non dispiacerà certo ai capitali, che avranno una fonte di investimento sicuro garantito dall’UE.

L’idea che di fronte a una grande tragedia, la ricca borghesia che si è impossessata negli ultimi decenni di fette sempre più consistenti della ricchezza prodotta, dovesse essere chiamata a un forte contributo attraverso una tassa anti covid, è stata opportunatamente tenuta lontana da ogni discussione e tanto meno ha trovato spazio sui media. Non ha smosso le acque neanche il moderato appello di 150 miliardari in giro per il mondo che hanno firmato un testo chiedendo di pagare più tasse (perché le donazioni volontarie non bastano) perché gli stati avessero qualche maggiore risorsa per fronteggiare la pandemia.

Sul tema rimandiamo alla campagna europea tassacovid.org e quella specifica italiana “Riconquistiamo il diritto alla salute“.

Va da sé che tutto il meccanismo dei prestiti e del debito che resta perfettamente in piedi e che serve a garantire il sistema finanziario mondiale capitalista, sarà il ricatto, il cappio al collo, che rapidamente tornerà a stringere le classi lavoratrici e popolari, chiamate a pagare la crisi, dopo che hanno già pagato e continuano a pagare i prezzi più duri degli effetti della pandemia.

In questo quadro non è vero che i sedicenti “frugali” escono sconfitti dal lungo braccio di ferro.

Non solo hanno ottenuto consistenti risorse economiche aggiuntive, ma non c’è dubbio che hanno conquistato un ruolo politico permanente. Certo l’asse “centrista” Macron Merkel rimane dominante, ma ha dovuto e voluto fare i conti con la coalizione del Nord, ma anche con il raggruppamento delle forze sovraniste più reazionarie dell’Est; entrambe hanno assunto un ruolo non determinante, ma di certo rimarchevole, tanto che La Repubblica titola “Merkel, vittoria a metà; ha salvato l’Europa, ma rafforza i falchi”. Inoltre il ruolo della Commissione europea, che pure formalmente ha giocato un ruolo centrale e che ha formulato la proposta di mediazione finale, alla fin fine è risultata ancora una volta secondaria, di rimessa, di fronte, allo scontro, compromesso e accordo degli Stati. E gli aiuti non legati allo stato di diritto e alla democrazia sono un punto importante segnato da Polonia e Ungheria.

Il controllo sulla erogazione dei fondi

Per altro questo si esprime anche nella questione finale quella del controllo sulla erogazione dei fondi sui quali tanto ha dovuto battersi il Primo Ministro italiano.

L’erogazione delle risorse meno che mai è incondizionato e non sottoposto a vincoli e controlli: è invece strettamente correlato alla definizione dei piani di sviluppo nazionali che devono essere compatibili con gli obiettivi di fondo dell’attuale Unione Europea, cioè con le famigerate “riforme”, a partire da quella previdenziale (da cui l’accanimento simbolo contro quota 100). La ragione è molto semplice. Le misure eccezionali devono servire non a uscire dal sentiero stretto delle politiche liberiste, ma a superare la crisi attuale, restandoci strettamente dentro sul piano economico, ma anche su quello decisivo dei rapporti di forza tra le classi, così svantaggioso per la classe lavoratrice. La vittoria di Conte sul fatto che non ci sarà la possibilità di veto sui piani nazionali da parte di un singolo paese, è una vittoria di Pirro, perché invece ci sarà appieno e con grande forza il controllo della governance capitalista dell’insieme dei capitalisti europei. Nel momento in cui si sono introdotte delle eccezioni grandi, ma provvisorie, le troike , comunque esse si chiamino devono garantire l’internità al sistema; nessuno deve fare dei passi che mettano in discussione gli equilibri capitalisti divenuti molto fragili con la crisi.

Conte e il suo governo

Il governo italiano, ma anche la borghesia italiana, possono essere contenti perché hanno ora a disposizione risorse ingenti. Il governo si è certo rafforzato rispetto alla opposizione e Conte, che ha saputo mostrare una personalità superiore alle mediocrità politiche che lo circondano e un buon negoziatore, è cresciuto in credibilità.

Per altro Conte e il suo governo, di fronte ad alcune grandi crisi industriali del paese (Alitalia, Ilva, Autostrade) ha già dovuto operare delle misure “anomale”, cioè prospettare o introdurre una nuova presenza dello stato in queste imprese, certo indispensabile, ma che l’editoriale del Corriere ha subito segnalato come “Rischio statalismo”.

L’equilibrio del governo resta però fragile, soprattutto adesso che si apre la partita su dove indirizzare le risorse, in funzione di quali interessi; le cose non potranno che complicarsi in autunno per il governo e per Conte stesso. Non c’è solo l’opposizione di destra, ma ci sono anche le manovre dei tanti che pensano che questo governo non sia il più adatto per gestire tutti quei miliardi e che sarebbe meglio avere al timone governativo un personaggio più esperto e più interno storicamente alla governance borghese europea.

E il movimento delle lavoratrici e dei lavoratori? Tornare protagonisti

La domanda però è: in questa situazione può e deve avere voce la classe lavoratrice e la battaglia per la difesa dei suoi interessi? In realtà questo è un imperativo. Solo che i grandi sindacati che dovrebbero essere i dirigenti di una mobilitazione del lavoro, guardano in altra direzione, quella del sostegno al governo nella ricerca di alcune misure parziali di salvaguardia che non potranno però reggere l’urto della crisi occupazionale del prossimo periodo. La CGIL ha un programma rivendicativo riformista, ma che serve solo per fare bella figura, non avendo alcuna intenzione di attivare lotte e mobilitazioni intorno a questi contenuti.

I sindacati di base hanno piattaforme contrattuali assolutamente condivisibili e che sosteniamo, ma scontano le tante difficoltà che ben conosciamo, anche se sono in molti ad attivarsi per promuovere positivamente una mobilitazione sociale più ampia nell’autunno.

E in quanto organizzazione continuiamo a sostenere tutte le forme di unità d’azione delle forze del sindacalismo di classe e di favorire il massimo incontro tra le lavoratrici e i lavoratori, tra delegate e delegati al fine di costruire le condizioni di una nuova fase di lotta.

Per questo anche condividiamo quando Eliana Como scrive che siamo davanti a una strada tutta in salita, ma che “non possiamo permetterci di essere spettatori, né di arrenderci, tanto meno di soccombere” e che “d’altra parte, abbiamo un «asso nella manica»: senza di noi, il paese si ferma e dalle fabbriche non esce un bullone. Ricordiamocelo. Quando a marzo ce n’è stato bisogno, tante fabbriche le abbiamo fermate così”.

Bisogna battersi perché i soldi siano utilizzati per massicci investimenti nella sanità, nella scuola, della messa in sicurezza dei territori e dell’ambiente, per ricostruire un welfare sconquassato in un quadro complessivo di lotta per la difesa dell’occupazione e del salario, per la riduzione dell’orario di lavoro e dell’età pensionabile, per la nazionalizzazione dei settori strategici del paese, senza dimenticarci la riforma fiscale, non quella che vogliono loro, ma quella che vogliamo noi, far pagare le tasse ai ricchi e ridurre quelle sul lavoro. (23 luglio 2020)

* Sinistra Anticapitalista

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