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Come spiegare il “disastro” della sinistra italiana? La questione ha assunto un aspetto ancor più particolare negli ultimi due anni da quando il paese ha conosciuto il governo “più a destra di tutta la sua storia repubblicana”, una situazione di crisi sanitaria e un approfondimento senza precedenti di una crisi economica larvata che dura da trent’anni. Niente sembra voler nascere da questo campo di rovine. E tuttavia gli ultimi soprassalti politici, frutto di una lunga incubazione dalle viscere della penisola, spingono a prendere un momento di respiro, una pausa nel flusso delle notizie, al fine di comprendere le cause dello sprofondamento senza appello di una delle sinistre più forti d’Europa dopo la seconda guerra mondiale.

Questa intervista con Franco Turigliatto, escluso nel 2007 da Rifondazione per aver votato in Senato contro l’intervento militare in Afghanistan, ma soprattutto militante coerente della sinistra radicale, che ha vissuto da vicino, per oltre 50 anni, le vittorie e le sconfitte del movimento operaio, oggi militante di Sinistra Anticapitalista, è apparsa in francese su Contretemps  https://www.contretemps.eu/desastre-gauche-italie-turigliatto/ e in spagnolo su Viento Sur https://vientosur.info/no-hay-nada-misterioso-en-el-desastre-de-la-izquierda-italiana/

Il 2 giugno la Repubblica italiana ha festeggiato i suoi 74 anni. Ritorneremo più avanti sul periodo attuale, ma vorrei cominciare con il periodo successivo alla seconda guerra mondiale e i suo significato…

Il 2 giugno 1946 un referendum istituzionale sancì la scelta del popolo italiano di porre fine alla monarchia e di darsi una struttura costituzionale repubblicana. Fu una vittoria contrastata ed anche contestata, con il voto differenziato tra il Nord e il Sud, che segnò un atto di rottura profondo istituzionale e politico con il passato. La cacciata della monarchia sabauda, responsabile diretta dell’ascesa del fascismo, di una dittatura durata più di 20 anni e della immane tragedia della guerra, nonché ricettacolo e punto di riferimento di ogni possibile congregazione e spinta reazionaria, era indispensabile per la ricostruzione democratica del paese.

Il 2 giugno ha assunto però anche un altro significato, quello dell’affermazione dell’Italia in quanto potenza imperialista espresso in particolare con la massiccia parata militare delle Forze Armate, che le organizzazioni pacifiste e anticapitaliste hanno sempre denunciato e contestato. Non è un caso che anche nei terribili giorni di pandemia e di lock down, le industrie della Difesa siano state sottratte a qualsiasi interruzione dell’attività produttiva, continuando a produrre carri armati e aerei da guerra.

Quest’anno la parata non ha avuto luogo per ovvie ragioni, ma nella giornata che resta simbolica della vittoria della repubblica antifascista sono scese in piazza le forze della destra, dell’estrema destra e dei fascisti, in un pericoloso coacervo politico ed ideologico reazionario il cui obiettivo è capitalizzare e polarizzare la disperazione di vasti settori sociali ed in particolare di settori della piccola borghesia impoverita dalla crisi economica e sociale.

Fatto grave è che le organizzazioni sindacali e segnatamente la CGIL, non hanno neanche immaginato la necessità di produrre degli atti, anche solo simbolici, di contrasto; sono state a guardare, del tutto subalterne ed allineate dietro l’attuale governo. Le manifestazioni sparse della sinistra radicale e dei sindacati di base non potevano costituire un contraltare all’azione di Salvini e Meloni che si sono presi Piazza del Popolo a Roma, un palcoscenico simbolo della sinistra.

Una situazione tragica considerate le speranze che aveva suscitato la fine della seconda guerra mondiale.

Le grandi speranze del movimento partigiano e popolare di un cambio sociale ed economico radicale dopo la sconfitta del fascismo, il crollo delle vecchie strutture statuali, lo scioglimento dell’esercito e la presenza delle strutture organizzate emerse dalla resistenza armata e di popolo andarono presto deluse. I partiti della sinistra, in nome della ricostruzione nazionale e del compromesso unitario tra le forze democratiche borghesi, parteciparono attivamente alla ricostruzione dello stato capitalista: magistratura, esercito, apparati politici ed amministrativi ai diversi livelli. La loro scelta non fu quella di trasformare la lotta partigiana in rivoluzione socialista come nella vicina Iugoslavia. L’epurazione degli alti funzionari collusi con il fascismo rimase del tutto limitata ai casi più eclatanti. La classe borghese, responsabile di aver scelto negli anni 20 il fascismo, da cui cominciò a distanziarsi solo quando le sorti della guerra apparvero segnate, riuscì così a mantenere il controllo delle strutture economiche; le fabbriche occupate dai lavoratori che le avevano difese dallo smantellamento e dalle razzie naziste, furono restituite ai loro “legittimi proprietari” e le lotte operaie, per non parlare della azioni disperate di nuclei di partigiani, duramente represse.[1]

In questo scenario l’Assemblea Costituente, dopo due anni di lavoro approvò la nuova Carta Costituzionale il 22 dicembre 1947 (entrata in vigore il 1° gennaio 1948), una costituzione fortemente innovativa, da molti considerata la più democratica del mondo. Non è un caso che ancora oggi, pur avendo subito molte manipolazioni negative, sia giusto difenderne i suoi contenuti democratici anche se forze della sinistra tendono a mitizzarla non comprendendone appieno natura e limiti. Soprattutto bisogna essere consapevoli che oggi esiste una costituzione formale ma che esiste poi una costituzione materiale nella società, espressione dei rapporti di forza sempre più favorevoli al capitale rispetto alla classe lavoratrice.

Come ho avuto modo di scrivere in diversi articoli nel 2016 in occasione del referendum sulla controriforma costituzionale voluto da Renzi, e da cui uscì sconfitto, la Costituzione del ’48 non era la costituzione dei consigli di fabbrica e dell’autogestione. Era una costituzione fortemente democratica, ma pur sempre borghese, che garantiva la proprietà privata dei mezzi di produzione e il sistema capitalista in quanto tale; era costruita sulla base di strumenti democratici e di garanzia, caratterizzata da una grande divisione dei poteri dello stato e dal loro equilibrio, da meccanismi elettivi proporzionali che garantivano un’ampia rappresentanza delle classi subalterne, dal bicameralismo perfetto per impedire forzature legislative e ricercare la condivisione tra i vari settori della classe borghese e compromessi parziali con le forze della classe lavoratrice.

I partiti della sinistra, che avevano rinunciato alla rivoluzione sociale, riuscirono a far inserire nella Costituzione non solo le norme di tutela della libertà e dei diritti, ma anche alcuni principi, se pur generici, di eguaglianza e di giustizia sociale. Questi principi erano iscritti però solo sulla carta ed è nota l’affermazione di Piero Calamandrei: Per compensare le forze di sinistra della rivoluzione mancata, le forze di destra non si opposero ad accogliere nella Costituzione una rivoluzione promessa. Solo l’avvenire potrà dire quali delle due parti, in questa schermaglia, abbia visto più chiaro”.

Ed infatti la “Repubblica fondata sul lavoro” non impedì le scelte aggressive della borghesia, il duro sfruttamento della classe lavoratrice negli anni ’50 e ‘60, i licenziamenti di massa, le rappresaglie politiche sui luoghi di lavoro e la violenza poliziesca contro le manifestazioni operaie e contadine che in venti anni fece più di 150 morti. Nella fase ascendente dell’economia mondiale, il capitalismo italiano conobbe uno sviluppo senza precedenti e si produsse una vasta industrializzazione del paese.

La concretizzazione dei principi democratici-sociali costituzionali rimase del tutto inattesa per lunghi anni. La stessa Corte Costituzionale, l’istituzione chiave dell’intero impianto costituzionale fu costituita solo nel 1954.

In quegli anni il PCI, per giustificare le sue scelte ed anche la sconfitta politica subita con la cacciata dal governo nel 1947 e per mantenere nello stesso tempo la prospettiva, se pure lontana, del socialismo, teorizzò la necessità di una fase storica di “democrazia progressiva”, tra capitalismo e socialismo, formula fumosa e assai poco realistica viste le condizioni politiche e sociali degli anni ’50. Va riconosciuto però che il PCI operò una vastissima opera di politicizzazione elementare, anche se riformista, di larghissimi settori della classe lavoratrice, aumentando la sua forza elettorale ed affermando una capacità di egemonia politica ed ideologica (in senso ampio) su importanti strati intellettuali e del mondo culturale del paese.

In questa storia delle sinistre italiane del dopoguerra, quale altre tappe sottolineeresti?

La svolta avvenne solo nella seconda metà degli anni ’60 per fatti obiettivi (il grande sviluppo numerico della classe operaia e le contraddizioni profonde del sistema) e per mutamenti soggettivi, (la radicalizzazione politica nel mondo giovanile e studentesco, la ripresa della mobilitazione della classe lavoratrice, rinnovata e ringiovanita). Dal 1967 si sviluppò una stagione di lotta senza precedenti che mutò profondamente la società, determinando una straordinaria ascesa delle organizzazioni sindacali, la nascita e lo sviluppo dei consigli di fabbrica e sul piano politico un ulteriore rafforzamento elettorale del PCI, ma anche la formazione di una vasta estrema sinistra. Le mobilitazioni, quasi quotidiane, all’interno dei luoghi di lavoro, determinarono una profonda modifica dei rapporti di forza tra le classi a vantaggio del movimento dei lavoratori che riuscì a imporre una parziale concretizzazione e legiferazione di alcuni principi sociali.

Tra il ’68 e il ’78 furono strappate con lotte molto dure tutte le principali riforme della società capitalistica italiana. E’ impressionante oggi elencarle, mettendole in relazione ai principi costituzionali fino allora rimasti lettera morta.

La costituzione delle regioni (art. 114 e 115 nel testo originale) avvenne soltanto nel 1970. La grande riforma delle pensioni per garantire una vecchiaia decente e indipendente alle lavoratrici e lavoratori è del ‘68/69 (art. 38); così anche l’abolizione delle gabbie salariali in cui era diviso il paese e in cui si applicavano livelli salariali anche molto diversi e la conquista di efficaci contratti nazionali di lavoro (art 36). Un forte sistema di scala mobile a protezione dei salari dall’inflazione (art. 36) è del 1975. La legge sul divorzio e la legge attuativa del referendum (art. 75) sono sempre del 1970; la riforma fiscale (art 53) e quella sanitaria (art. 32) sono del 1978; il voto ai diciottenni é concesso nel 1975 e nello stesso anno viene varata la riforma della famiglia che, finalmente, equipara i diritti tra uomo e donna (art. 29); la legge 194 sull’interruzione di gravidanza e l’abolizione dei manicomi sono del 1978.

Una pietra miliare è lo Statuto dei Lavoratori del 1970, approvato sull’onda dell’autunno caldo (che da un qualche significato agli art. 1, 4 e 39), che garantisce diritti sia collettivi che individuali per le lavoratrici e i lavoratori nonché la piena eguaglianza salariale e normativa tra uomini e donne. [2]

Per quanto riguarda la scuola (art. 34) un primo passo era stato fatto agli inizi degli anni ’60 con la realizzazione della media unificata, ma è solo con le grandi lotte del ‘68 che la scuola diventa veramente di massa, potenzialmente accessibile a tutte e tutti.

L’articolo 4 (La repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto) non venne mai concretizzato per il semplice fatto che non è compatibile con il sistema capitalistico.

Verso la fine degli anni’70, quando la grande ascesa operaia e sociale cominciò ad attenuarsi di fronte a una serie di scogli politici e strategici; la borghesia e i suoi governi cominciarono a rimettere in discussione quelle conquiste sociali.

Gli osservatori esteri hanno visto solo la grande forza e dimensione delle forze sindacali e politiche della classe operaia in Italia e i successi elettorali e poi il loro successivo crollo, quello che Perry Anderson, chiama il disastro della sinistra, quasi una fattura del destino cinico e baro, senza comprendere appieno né le caratteristiche della sua ascesa, né le ragioni profonde della catastrofe successiva.

Per provare a capire occorre avere presente due elementi: la dialettica esistente tra il movimento delle masse e il quadro economico capitalista e quella tra il movimento e le scelte strategiche e politiche delle direzioni dei sindacati e del PCI.

Per ordine: come tutti i grandi movimenti di massa, quello del 68-69 italiano aveva le sue radici nelle contraddizioni del capitalismo assumendo un carattere largamente spontaneo su cui hanno potuto agire avanguardie politiche e sindacali radicali; forza, durata e dimensione hanno condizionato per un certo periodo le direzioni burocratiche che pure vedevano con preoccupazione le dinamiche di questi movimenti ma che hanno saputo inserirvisi, cavalcarli, rinnovandosi ed assumendo un ruolo sociale e politico senza precedenti (i sindacati); rafforzandosi organizzativamente ed elettoralmente (il PCI), che a metà degli anni ’70 apparve essere sbocco elettorale conseguente.

Secondo elemento: la forza delle lotte e del controllo operaio all’interno delle fabbriche e dei luoghi di lavoro, ma anche la sua dimensione polarizzante nella società potevano essere “sopportabili” dal capitalismo italiano solo per un periodo delimitato, il tempo di riorganizzarsi e preparare la “revanche”. Per la classe lavoratrice si poneva il nodo strategico di andare oltre, di porre cioè in discussione l’assetto del capitalismo, di approfondire il suo controllo sviluppando le forme dell’autoorganizzazione e dell’autogestione. Non era nella coscienza dei delegati combattivi, che esprimevano la loro forza nelle vicende interne alla propria azienda, ma che delegavano la politica strategica alle direzioni maggioritarie. Né le forze della sinistra rivoluzionaria sono mai riuscite a conquistare, per limiti ed errori, una credibilità di direzione sindacale e politica alternativa. La discussione del 1977-1978 se il salario fosse o meno una varabile dipendente esprimeva tutte queste contraddizioni. E’ fin troppo chiaro che il salario nel sistema capitalistica è una variabile dipendente; metterla in discussione significa avviare un percorso di superamento delle sue leggi, della proprietà privata dei mezzi di produzione; affermarne la dipendenza come fanno le direzioni sindacali e tanto più il PCI significa che si vuole avviare un processo di normalizzazione moderata e di ripiegamento, pur nascosto attraverso mille sofismi ideologici. Significa che si vuole ridare pienamente il potere in fabbrica ai capitalisti. E’ di questo periodo (1977 Bologna) anche l’emergere di una pericolosa forbice tra la classe operaia tradizionale e aree giovanili precarie, forbice alimentata dalle scelte dal segretario della CGIL Lama e del PCI, ma anche favorita dall’estremismo politico delle organizzazioni della cosiddetta “autonomia operaia”.

Nella grande assemblea interconfederale dei delegati dell’EUR del 1978 la svolta moderata della linea sindacale viene affermata formalmente, ma sui luoghi di lavoro l’azione dei delegati di base continua ad andare in direzione opposta, anche se resta debole per il suo carattere frammentato e pragmatico e le vicende della lotta contrattuale del 1979 con le straordinarie mobilitazioni di luglio (le operaie e gli operai degli stabilimenti di Torino della Fiat per 15 giorni escono in corteo dalla fabbrica, requisiscono i bus pubblici e vanno a bloccare il centro della città) in cui la contropiattaforma contrattuale dei padroni viene rigettata e i metalmeccanici riescono a difendere le posizioni precedenti confermano che la partita resta aperta. A questo punto i padroni capiscono che le divisioni pure già introdotte tra i lavoratori stabili e la fascia del precariato ormai presente non sono sufficienti per determinare la sconfitta della classe. La classe va sconfitta nella sua testa trainante, quella del grande complesso industriale della Fiat con le sue centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori. L’attacco comincia nell’autunno del ’79 con il licenziamento di 61 operai e delegati, ma si concretizza appieno nel settembre del 1980 con l’annuncio di migliaia e migliaia di licenziamenti. La lotta durerà più di un mese (37 giorni), con il blocco dei cancelli in tutti gli stabilimenti d’Italia della Fiat con mobilitazioni e solidarietà straordinaria, ma alla fine le direzioni sindacali firmano un accordo che caccia dalla fabbrica 22.000 operai. È la vittoria della reazione, l’inizio della sconfitta e del ripiegamento. I congressi sindacali del 1982 sono quelli della normalizzazione, del nuovo corso che si esprimerà sempre più nella subordinazione alle esigenze del capitale.[3]

Saranno gli anni novanta e il decennio successivo quelli in cui l’offensiva capitalista liberista si sviluppa in tutta Europa, con un ruolo attivo di governo delle socialdemocrazie sempre più social liberiste e con le organizzazioni sindacali subalterne a questo processo involutivo.

Quali sono i passaggi di questa offensiva?

Ho un ricordo molto lucido in Italia delle tappe di smantellamento progressivo delle conquiste, di lotte non fatte o mal fatte, delle divisioni che si producono nella classe, di sconfitte che generano demoralizzazione, di ribellioni di settori di delegati, che non riescono a consolidarsi e tradursi in una forza sindacale nazionale alternativa. Ognuno di questi passaggi permette l’avanzata della offensiva politica ideologica della classe dominante e dei suoi media le cui idee acquisiscono più credibilità in settori intermedi e in aree popolari prive ormai di un vero indirizzo solidale e di classe.

Per parte loro i gruppi dirigenti burocratici, passo dopo passo, e in mille forme, sviliscono e smantellano i concetti più elementari di classe. Il cambio di nome del PCI va nella stessa direzione; il tentativo di rilanciare un progetto di alternativa con la costruzione di Rifondazione risulta difficile, ottiene dei successi parziali all’inizio del secolo, ma poi frana clamorosamente con la partecipazione al governo Prodi del 2006.

Per esser ancor più precisi: la scala mobile dei salari, strumento essenziale di difesa, manomessa già agli inizi degli anni ’80, viene abolita definitivamente nel 1992 con un accordo tra governo, sindacati e Confindustria, il 31 luglio del 1992, quando i lavoratori stanno andando in vacanza; nel 1993 viene firmato l’accordo della “concertazione” che lega le rivendicazioni salariali dei lavoratori alla sola inflazione programmata del governo e alla produttività aziendale; la subordinazione delle burocrazie sindacali alle imprese è sempre più marcata; i contratti di lavoro sempre più deboli e i salari sempre più leggeri.

La grande riforma fiscale perde il suo carattere fortemente progressivo; la tassazione sul capitale viene sempre più ridotta; il debito pubblico continuerà di conseguenza a salire e sarà lo strumento di un ricatto permanente per ridurre la spesa pubblica e il welfare.

Il diritto ad una pensione decente dopo una vita di lavoro subisce una manomissione terribile con la legge Dini del 1995, votata dal centro sinistra ed accettata dai sindacati; la distruzione della previdenza pubblica continuerà col nuovo secolo con l’allungamento dell’età pensionistica, fino alla super controriforma Fornero del 2011 con il governo Monti.

Le prime leggi che precarizzano il lavoro sono già degli anni 80, continueranno negli anni 90 ed avranno il loro culmine con la legge 30 di Berlusconi (Decreto legislativo 276) che prevede una cinquantina di forme di contratti precari. Il successivo governo Prodi nel 2007 confermerà con modifiche irrisorie i contenuti di questa legge.[4]

La modifica al titolo quinto della Costituzione nel 2001 su iniziativa del governo di centro sinistra (sotto la spinta del cosiddetto federalismo fiscale), determinò una alterazione profonda della Costituzione. Un colpo ancora più duro venne inflitto nel 2012 con l’introduzione dell’articolo 81, la norma capestro sul pareggio di bilancio che impedisce qualsiasi ampia operatività sociale dello stato.

Se il movimento operaio ha avuto un ruolo determinante nelle battaglie per i diritti e le libertà democratiche, in suo indebolimento ha anche significato l’affermarsi di processi involutivi sul terreno delle istituzioni democratiche a partire dal ruolo predominante degli organi esecutivi su quelli legislativi, dal ruolo degli Enti territoriali e da una serie di leggi elettorali che hanno sempre più ridotto una reale rappresentanza proporzionale del voto popolare in nome della stabilità e della governabilità.

Gli anni 90 sono anche caratterizzati dalla privatizzazione di un numero enorme di proprietà pubbliche. Nel 2014 la partita dello Statuto dei lavoratori si chiude con la cancellazione da parte del governo Renzi dell’articolo 18 che obbligava i padroni a reintegrare al posto il lavoratore ingiustamente licenziato.

Non c’è nulla di misterioso nel “disastro” della sinistra. C’era qualcosa di marcio non solo in Danimarca, ma anche nella sinistra italiana. Questo percorso involutivo liberista produce un impoverimento politico e culturale della società, un crollo della coscienza di classe, che subisce una accelerazione ogni volta che la classe operaia subisce una nuova sconfitta sotto l’attacco delle forze padronali e la corresponsabilità delle sue direzioni storiche. Nel nuovo secolo il movimento altermondialista e la dura lotta per la difesa dell’art.18, congiunta ad altre mobilitazioni per la difesa dei posti di lavoro non riescono a modificare la dinamica generale, perché restano parziali e perché le direzioni sindacali non hanno intenzione di contrastare efficacemente le scelte liberiste dei governi che si succedono.

Le rotture generazionali si allargano, e così la divaricazione tra le lavoratrici e i lavoratori che hanno ancora un contratto tradizionale (per altro sempre meno sicuro) e la grande area del lavoro precario ed informale; si interrompe anche la trasmissione tra i militanti del know out della lotta di classe. Sempre meno i sindacati ufficiali sono scuole di critica del sistema capitalista e di formazione della coscienza di classe, per cui si arriva al paradosso per cui molti iscritti della CGIL votano senza problemi il M5S, ma anche la Lega.

Comprendere questa dialettica sociale permette di capire anche le ragioni dello sviluppo di Forza Italia prima e del M5S poi.

Si è parlato molto del ruolo del berlusconismo non solo in quanto  gestione del potere ma cultura politica nello scompiglio della sinistra. Cos’ha comportato in termini sociali, politici, culturali ed economici questo periodo della storia italiana, nei quasi ultimi trent’anni, in termini anche di trasformazione nel mondo del lavoro? Che senso ha ripercorrere questa fase per tentare di capire la situazione attuale?

Negli anni ’80 cominciano le difficoltà dei partiti tradizionali (DC, PCI, PSI che conosceranno una crisi verticale agli inizi degli anni 90 con la vicenda di tangentopoli; il ruolo polarizzante della classe lavoratrice si scolorisce; le ristrutturazioni capitaliste producono crescenti divisioni tra i diversi settori del lavoro; la precarietà si allarga; la credibilità delle soluzioni collettive diminuisce perché ogni vertenza sindacale lascia per strada qualcosa. L’individualismo e la ricerca delle soluzioni individuali sono parte della propaganda ideologica e dei suoi modelli, ma appaiono sempre più come le uniche vincenti o comunque possibili. I media privati, ma anche i canali di stato e un po’ tutti i partiti fanno un enorme lavoro per costruire nuove “narrazioni”, cioè nuove interpretazioni mistificate della realtà, compreso il mito del successo e dell’uomo di successo. Sul piano politico tutti sono alla ricerca del leader mediatico e vincente. Esplode il problema della corruzione come male endemico; solo che c’è una bella differenza tra combattere l’ingiustizia e le corruzioni del capitalismo e combattere la corruzione tout court senza ulteriori specificazioni. Certo le trasformazioni produttive mutano alcune caratteristiche del mondo del lavoro; in realtà la classe lavoratrice non scompare per nulla (questa è un’invenzione ideologica), ma le sue componenti si dislocano diversamente.[5]

L’azione di Berlusconi trova in quegli anni un terreno “liquido”, e fertile per polarizzare su di se vasti settori piccolo e medio borghesi, conseguire il sostegno di settori capitalisti più significativi e il voto di ampi settori popolari, in particolare al Sud. Berlusconi è un personaggio per molti versi impresentabile, così i suoi oppositori democratici liberisti costruiscono una azione politica tutta centrata su berlusconismo ed antiberlusconismo, che mette da parte le grandi scelte economiche e sociali; queste vanno da se, sono le politiche dell’austerità della UE.

Corollario di questa impostazione politica è la delega alla magistratura della lotta al berlusconismo trascurando la lotta sociale; secondo corollario è che anche in Italia si assiste al movimento paralizzante del pendolo; il governo di centro sinistra delude; subentra la vittoria del centro destra che non fa certo meglio; nuova oscillazione a favore dei social-liberisti, ecc., in un gioco falsato dell’alternanza borghese in cui le masse sono solo spettatrici. In Italia hanno fatto molto danno sia l’azione politica, economica ed ideologica di Berlusconi, sia le modalità con cui si è stata condotta la battaglia contro di lui.

Quale ruolo ha avuto secondo te un movimento come il M5S? Il suo comparire sulla scena politica italiana ha, secondo te, bloccato la nascita di movimenti sociali e politici a largo respiro? Se pensi di si, in che modo? Se no secondo te quali sono stati i problemi più importanti attraversati dai vari movimenti sociali che hanno scandito il panorama politico italiano dal 2011? Perché non hanno potuto trovare uno sbocco politico come ad esempio nello Stato spagnolo?

Lo sviluppo del M5S avviene negli anni successivi al fallimento del secondo governo Prodi (2008). E’ utile ricordare che su questo governo di centro sinistra, nato nel 2006, erano state caricate le speranze di cambiamento dopo 5 anni di governo berlusconiano messo in difficoltà dalle lotte dei lavoratori per la difesa dell’articolo 18. Fu presentato come il governo dell’alternativa e del “risarcimento” e Rifondazione apparve e si presentò come il garante a sinistra di una svolta riformatrice. Era l’ultima chance per il centro sinistra di rispondere alle attese dei lavoratori, ma queste andarono ben presto deluse portando al rapido esaurimento dell’esperienza, alla nuova affermazione elettorale del centro destra nell’aprile del 2008, alla scomparsa dal Parlamento della sinistra e alla crisi profonda politica ed organizzativa di Rifondazione e alla conseguente frammentazione delle forze della sinistra di alternativa.

Negli anni successivi un malessere profondo attraversò vasti settori popolari, una rabbia di fronte alle politiche liberiste che continuavano, una certa demoralizzazione, la perdita di credibilità della sinistra e la grande difficoltà a ricostruire movimenti di massa radicali, quali si erano manifestati dopo le giornate di Genova. La rabbia e il rigetto delle politiche dominanti rimanevano confuse, individuali e su questo humus trovò un terreno fertile di affermazione il M5S con le sue idee generiche, ma scandite con molta forza. Settori inferiori di piccola borghesia (libere professioni, lavoratori autonomi, ceto impiegatizio, privato e pubblico) hanno trovato un canale di sfogo politico in questa formazione con l’avversione alla cosiddetta casta, al vecchio ceto politico e alla vecchia politica, ma anche il riecheggiamento di temi non estranei alla sinistra radicale (ecologia e acqua pubblica), e temi relativi alle nuove tecnologie informatiche. Una formazione “ambigua”, piccolo borghese che riuscì in questo modo a raccogliere la ribellione in larghi settori di destra, ma anche di sinistra, compresi parecchi lavoratori. La questione dei migranti è stata la cartina di tornasole per indicare il suo carattere di destra e qualunquista. Per sua natura l’M5S non poteva costruire movimenti, poteva solo gestire la ribellione individuale e incanalarla verso il voto. Il grande successo elettorale è arrivato nel 2018, dopo 5 anni di governo di “centro sinistra”, in gran parte a trazione Renzi. Se per un certo periodo l’ambiguità politica del M5S ha raccolto consensi a destra impedendo che questi cercassero un riferimento più estremo, sul medio termine non poteva impedire che si affermassero posizioni politiche sempre più reazionarie ed anche fasciste. Il M5S non ha avuto problemi a governare con la Lega, ma ciò ha significato che una parte del suo elettorato è approdato direttamente a Salvini:

I movimenti sociali si sono manifestati anche in questo ultimo decennio, quello dell’acqua per esempio, su obbiettivi precisi e concreti, ma non hanno conosciuto una dinamica ricompositiva e di allargamento. Le mobilitazione dei lavoratori sono state rigorosamente contenute dagli apparati sindacali e la loro forza spontanea non era tale da sboccare questa situazione. L’unico vero e grande movimento politico generale è stato quello degli insegnanti (2015) che però al culmine di una mobilitazione durata molti mesi è stato chiuso dalle direzioni sindacali, con effetti demoralizzanti profondi. Gli insegnanti sono stati una parte degli elettori del M5S.

Significative anche alcune mobilitazioni antirazziste e quelle dei e per i migranti, ma tutte quante impossibilitate da sole a mettere in moto un progetto politico complessivo.

Le mobilitazioni più grandi sono state quelle delle donne, di un movimento femminista che a partire da “Non una di meno” contro la violenza sulle donne, ha trovato un nuovo grande slancio, un protagonismo centrale che continua ad incidere nella coscienza del paese. Difficile però pensare che da esso, in quanto tale, potesse prodursi una ricomposizione politica. Credo che nello Stato spagnolo abbia avuto grande rilevanza nella nascita di Podemos, ma nella copresenza di altri fattori.

Molti si sono posti la domanda: perché in Italia non c’è stata una forte ricomposizione politica a sinistra? Pongo un problema che è anche un abbozzo di spiegazione. Oltre alla debolezza strutturale dei movimenti degli ultimi anni, all’irrilevanza politica ed organizzativa di una sinistra radicale divisa ed anche oscillante, un processo ricompositivo era già stato sperimentato in Italia, quello rappresentato da Rifondazione, unica forza politica presente nel movimento altermondialista, esperienza che la sua direzione ha buttato al vento con le scelte governative del 2006. Da allora si cammina sulle macerie. Forse bisognerà aspettare che possa passare presto un altro treno. Anche se le forze della sinistra di alternativa possono e debbono fare alcune cose utili per prepararsi.

In quest’ultimo periodo si è molto parlato, in Italia ma non solo, di un ritorno del fascismo. La conferenza di Umberto Eco sull’ur-fascismo è stata ripubblicata e uno storico del fascismo come Emilio Gentile ha anche avanzato l’idea che non vedeva perché si parlava adesso di ritorno del fascismo dato che il fascismo non è mai scomparso dall’Italia. Secondo te ha senso di parlare di ritorno del fascismo? Il tema si riallaccia ovviamente alle vittorie nelle urne del partito di Salvini, anche se appare oggi in calo nei sondaggi, ed anche ai risultati cospicui del movimento di Giorgia Meloni. Come lo spieghi?

Un fenomeno storico come il fascismo, durato venti anni, lascia segni permanenti sul piano ideologico e politico; formazioni politiche che in vario modo e grado si sono riconosciute nell’ideologia e nella storia del fascismo sono stati presenti in continuità nel nostro paese ottenendo anche risultati elettorali significativi (vedi MSI). Non bisogna dimenticarsi il ruolo nefasto che alcune formazioni nere hanno avuto negli anni’70 con la loro scia di attentati terroristici e di sangue, in correlazione per altro con settori dell’apparato statale, da Piazza Fontana alla strage di Bologna; riferimenti ideologici, ma anche pratiche di cieca e immane violenza per bloccare l’ascesa del movimento dei lavoratori, con la copertura appunto dei cosiddetti servizi segreti “deviati” dello Stato. Parliamo non di 90-100 anni fa, ma di 40-50 anni fa. La società capitalista è segnata da fenomeni reazionari o più direttamente ascrivibili al fascismo.

Per questo le forze di sinistra e dei lavoratori hanno sempre cercato di svolgere una attività antifascista per stroncare sul nascere la presenza delle formazioni fasciste.

Non ho molto interesse ad analizzare quanta corrispondenza ci sia tra il fascismo del ventennio e le formazioni reazionarie di estrema destra presenti oggi in Italia. Ogni fenomeno può presentarsi in modalità diverse dal passato, adattandosi al presente ma anche soprattutto avere tratti comuni inconfondibili, il nazionalismo, il razzismo, l’omofobia, ecc. Oggi si può essere particolarmente violenti coi migranti, utilizzati come capri espiatori come ieri lo sono stati gli ebrei; è una violenza che può esser indirizzata rapidamente contro altri settori di lavoratori. I decreti Salvini sono rivolti contro i migranti e contro le mobilitazioni operaie e sociali tout court. La Lega ha tratti che rimandano al fascismo e che domani, nella crisi, potrebbero manifestarsi anche più. Fratelli d’Italia esprime riferimenti anche più espliciti al ventennio anche se la sua leader tiene ad apparire, rispetto a Salvini, più seria e responsabile, pronta ad assumersi incarichi ministeriali. Tutti questi si servono delle formazioni fasciste dichiarate come truppa di manovalanza. Di certo la borghesia oggi non pensa di rompere il quadro della democrazia borghese, declinata però in senso autoritario, ma nessuno può essere certo delle sue scelte future di fronte a una crisi economica sociale ed economica profonda. Solo la lotta concreta di classe potrà dirlo. In ogni caso non hanno problemi a gestirsi un governo Salvini e Meloni.

La gravità crescente della situazione si esprime nel fatto che consistenti settori della piccola e media borghesia, di commercianti, di artigiani, riferimento negli anni della Lega, oggi rischiano di far fallimento, di precipitare nella povertà; sono pieni di rabbia nel loro tentativo di difendere le condizioni del passato; sono una polveriera sociale, a cui guardano le forze della destra per affermare il loro progetto politico le cui caratteristiche saranno date solo dallo svolgimento concreto dei fatti.

Il problema per la sinistra è di sviluppare la lotta contro le formazione della destra e dell’estrema destra, e di costruire un movimento di massa che riunisca le classi lavoratrici, polarizzando o neutralizzando almeno in parte questi settori sociali piccolo borghesi in crisi.

Questa è la vera posta in gioco, la lotta per bloccare le dinamiche potenziali di un nuovo fascismo.

Secondo te cosa ha rivelato la crisi sanitaria che ha attraversato l’Italia? Sia in tema di gestione politica della crisi che in tema d’impatto economico-sociale?

Abbiamo assistito al collasso del sistema sanitario nazionale, un disastro frutto delle politiche liberistiche (37 miliardi di euro in meno nel giro di 10 anni che hanno massacrato la sanità pubblica) e delle privatizzazioni di larghi settori sanità, in particolare in Lombardia, (ma non solo) la regione dove l’epidemia è stata più violenta.

Questa è stata affrontata senza ci fossero gli strumenti adeguati per reggerne l’impatto: le strutture ospedaliere (molte dismesse negli ultimi anni) il personale medico e infermieristico, i materiali necessari, anche quelli più elementari, come i camici e le mascherine per gli operatori sanitari, ecc.

Il governo nazionale ha preso una serie di misure in ritardo e/o parziali (il lock down non è stato mai veramente totale), più volte cedendo ai ricatti delle forze capitaliste che volevano mantenere in piedi le attività produttive. Particolarmente negativo il ruolo giocato dai governi regionali, che si sono mostrati del tutto impreparati e dipendenti dagli interessi privati. Il ruolo dell’associazione padronale, la Confindustria, è stato gravemente colpevole, ha impedito la chiusura in tempo utile di una serie di zone da cui era partito il virus, per tenere aperte le fabbriche e garantirsi i profitti; gli effetti sullo sviluppo dell’epidemia sono stati devastanti. I padroni insieme ai loro tirapiedi politici hanno sulla coscienza migliaia di vittime. Su queste vicende, denunciate fin da subito dai militanti sindacali e poi confermate da inchieste giornalistiche sta inquisendo la magistratura. Solo lo sciopero spontaneo dei lavoratori per la difesa della salute ha imposto a un certo punto una chiusura più generale delle attività produttive, pur sempre parziale perché un decreto del governo ha lasciato ampio margine alle aziende di continuare l’attività dichiarando che si trattava di una produzione essenziale.

Nello stesso tempo venivano criminalizzate dai media persone isolate che passeggiavano, quando la risposta dei cittadini e delle cittadine è stata complessivamente encomiabile. Siamo di fronte in ogni caso a una tragedia terribile; ad oggi si contano già 34 mila vittime. Inoltre da mesi quasi tutti gli altri settori sanitari si sono bloccati e le ripercussioni sul medio periodo saranno molto gravi.

La crisi economica è enorme, il crollo del 10% del PIL, il debito pubblico che sale al 160% del PIL; si rischia più di un milione di licenziamenti. Già da mesi le vastissime aree del lavoro precario e informale, che al sud danno da mangiare a 10 milioni di persone, sono state messe in ginocchio e per quanto riguarda i milioni di lavoratori messi in cassa integrazione sono anch’essi in grave difficoltà, perché il reddito è taglieggiato, perché molti non hanno ancora ricevuto il sussidio, infine perché questa copertura economica è prevista solo per qualche mese o al massimo fino alla fine dell’anno. La paura e la disperazione cominciano a serpeggiare.

Vasti settori della piccola/media borghesia industriale, commerciale, del turismo alberghiero, rischiano di andare in bancarotta e sono spinti su posizioni reazionarie.

Il governo ha affrontato questa situazione, distribuendo alcune decine di miliardi alle classi lavoratrici e popolari (misure delimitate nel tempo) per impedire il crollo dei redditi e possibili rivolte popolari, concedendo contemporaneamente risorse ben più cospicue a fondo perduto alle piccole e medie imprese, ma soprattutto finanziando le grandi imprese; le aziende private sono considerate al centro del sistema economico e sociale.

I padroni hanno avuto molto e continuano a chiedere sempre di più; vogliono i soldi pubblici, ma non vogliono alcun controllo sul loro uso; vogliono che la governance resti saldamente nelle loro mani. Il risultato è fin troppo chiaro: le risorse destinate al rilancio sanità e della scuola pubbliche, due settori fondamentali della società, sono del tutto inadeguate se non irrisorie.

Vogliono tutti i soldi che stanno arrivando dall’Europa. Resta il fatto che tutta questa liquidità comparirà ben presto come debito pubblico e si sa già a chi vorranno farlo pagare.

Il progetto della borghesia, dei media, del governo e dei partiti di opposizione è così riassumibile: dire che tutto deve cambiare, mentre si opera che tutto rimanga come prima, anzi peggio di prima nel quadro del liberismo capitalista.

Ci sono diverse ipotesi in discussione a livello mondiale sulla presa di coscienza politico-sociale dopo la crisi in larghi strati delle popolazioni al livello mondiale? Tu vedi sorgere una possibilità oggi di organizzare questi larghi strati in Italia? O per dirlo diversamente, a chi pensi che le varie crisi (politica, economica, sociale, sanitaria ed ecologica) potrebbe fruttare e perché?

E’ chiaro che la crisi sanitaria ha messo in luce tutte le contraddizioni e disastri di questo sistema economico, la proprietà privata, i tagli della spesa pubblica sociale in settori fondamentali della società. D’improvviso lo Stato è ridiventato buono e tutti hanno chiesto il suo intervento per impedire la catastrofe totale economica e sanitaria. Tanti soggetti e persone hanno dovuto dire (almeno per un breve periodo) che le cose vanno cambiate. Settori sociali popolari ampi hanno recepito ed accolto con favore le proposte alternative a quelle liberiste dominanti, sulla difesa del beni pubblici e dell’intervento dello stato, ecc. Questo possibile processo alternativo alle logiche liberiste è però solo in potenza. La controffensiva borghese è già cominciata per bloccare sul nascere queste dinamiche e riaffermare i sacri valori del capitale e del profitto. Le direzioni sindacali hanno dimostrato la loro totale subalternità al governo; chiedono un patto sociale alle imprese, quando i padroni hanno detto chiaramente che vogliono tutto e che vogliono comandare loro, e le destre e le estreme destre già scendono in piazza per polarizzare il malcontento sociale. Settori popolari già poveri e ancor più impoveriti sono alla fame, chiedono reddito e lavoro. Decisivo sarebbe che la classe lavoratrice fosse capace di mobilitarsi esprimendo un programma di difesa del salario, dell’occupazione, della distribuzione del lavoro per garantire lavoro e reddito per tutti, di forti interventi pubblici per rilanciare sanità e welfare. Questo permetterebbe anche di indirizzare e di polarizzare almeno parte dei settori piccolo borghesi in crisi.

E’ quello che le organizzazioni sindacali non hanno intenzione di fare. Ci sono potenzialità positive già espresse negli scioperi per imporre la chiusura delle aziende per la sicurezza, ci sono le mobilitazioni antirazziste, e il rilancio di alcune mobilitazioni ambientaliste, ma ci sono soprattutto tanti punti interrogativi.

Nelle settimane successive alla fine del lock down si sono moltiplicate una serie di mobilitazioni sui temi più diversi che hanno attraversato il paese pur nel quadro delle misure di sicurezza necessarie: quelle relative al mondo della scuola in cui non è ancora per nulla chiaro in che condizioni le scuole potranno riaprire a settembre, quelle di denuncia delle responsabilità di una serie di istituzioni e delle associazioni padronali nella diffusione della pandemia ; quella contro il razzismo sull’onda del movimento degli USA, ma anche quelle per la regolarizzazione dei migranti, quelle sulla Palestina e sul Kurdistan e quelle più sindacali delle fabbriche in crisi per la difesa del posto di lavoro, quelle per il salario e per il pagamento della cassa integrazione e le tante piccole vertenze sindacali locali; e infine quelle antifasciste.

In alcune di esse (tra cui quelle antirazziste) la partecipazione di giovanissime/i ragazze/i è stata forte. La crisi economica, occupazionale e sociale esploderà in pieno nell’autunno.

Il futuro sarà pieno di contraddizioni, conflittuale, con movimenti assai diversificati socialmente e politicamente tra loro.

Quali sono per te oggi i compiti dell’anticapitalismo? O per dirla diversamente vedi una possibilità nella crisi che viene di costruire un anticapitalismo più largo e più radicato nelle classi popolari e quale potrebbe il suo ruolo?

In questo contesto non c’è dubbio che un ruolo centrale dovrebbero giocarlo le forze della sinistra anticapitalista sempre che riescano ad agire in una forma convergente ed efficace per essere credibili nelle classi lavoratrici e popolari. Il futuro dipende anche da questa loro capacità o possibilità; rendere credibile l’esistenza di una proposta politica alternativa totalmente diversa da quelle che i media indicano come le sole possibili, una soggettività politica contrapposta a tutti gli schieramenti politici che, in un modo o nell’altro, difendono gli interessi della classe dominante. Anche le forze del sindacalismo di classe sono assai divise e disperse. La sinistra di alternativa esiste e dispone ancora di un numero cospicuo di militanti, se pur ridotto rispetto al passato; ha anche una presenza in numerosi segmenti sociali, ma dopo la crisi di Rifondazione, essa è segnata da una persistente e grave irrilevanza politica. Questa deriva non solo dalla sua estraneità all’istituzioni e all’oscuramento da parte dei media delle sue attività e proposte, ma anche dalla divisione e dalla concorrenzialità delle sigle e dagli errori che sono stati commessi in alcuni momenti cruciali dello scontro di classe.

La costruzione dell’unità d’azione, di momenti comuni di campagna politica, la ricerca costante delle convergenze possibili sono strumenti indispensabili per provare ad uscire da questa irrilevanza ed essere protagonista, se pure minoritaria, nello scontro politico e sociale. Negli ultimi mesi ci sono stati e sono attualmente in corso varie iniziative che vanno in questa direzione. Le organizzazioni della sinistra radicale, pur con ritardi e reticenze stanno lanciando la campagna unitaria “Riconquistiamo il diritto alla salute” per la difesa e il rilancio della sanità pubblica.

Nelle condizioni date l’ipotesi possibile e più efficace dovrebbe essere, secondo noi, quella di un forum politico e sociale (comparabile a quanto avvenne agli inizi del secolo con i forum sociali alter mondialisti) delle organizzazioni della sinistra di classe aperto contemporaneamente alle/ai singole/i lavoratrici e lavoratori, alle studentesse e agli studenti, un movimento plurale in cui si potesse avanzare insieme sui punti comuni e continuare la discussione su ciò su cui non si concorda, senza forzature ma garantendo pari dignità alle diverse opzioni politiche di cui è composto oggi il quadro frammentato della sinistra.

Decisivo sarà però la capacità di queste forze di favorire lo sviluppo di più ampi movimenti di lotta e di collegarsi a nuovi settori sociali e alle/ai giovani che per la prima volta scendono in piazza.

All’interno di uno spazio ampio sarebbero infatti possibili convergenze sui singoli temi e quindi la costruzione di iniziative comuni con settori diversi e potrebbero svilupparsi in prospettiva alleanze stabili che potrebbero portare alla formazione di organizzazioni politiche con una maggiore massa critica, capaci di intervenire con maggiore efficacia nel quadro politico e sociale, costruendo una alternativa alle forze della destra, ma anche al PD e al M5S, cioè alle diverse varianti politiche della borghesia italiana. E’ forse una corsa contro il tempo per impedire che il malcontento sociale sia polarizzato dalle forze della destra reazionaria.


[1] Lo storico Antonio Moscato ha sintetizzato così quel processo, culminato con la cacciata dal governo dei due partiti della sinistra PCI e PSI: “ Ma al termine di tre anni di fedele collaborazione, lo Stato Borghese, che nel 1945 usciva frantumato dalla guerra, dalla divisione del paese in due, dall’esistenza di due governi contrapposti e per giunta sottoposti a pesanti condizionamenti stranieri, dallo scioglimento come neve al sole dell’esercito dopo l’8 settembre, dall’esistenza di consistenti embrioni di dualismo di potere nelle zone partigiane e nelle fabbriche, era stato nel frattempo ricostruito ed era pronto a riprendere in pieno la sua funzione repressiva nei confronti della classe operaia, dei partigiani, di quegli stessi partiti che pure avevano avuto un ruolo determinante non solo nella resistenza, ma anche nella restaurazione capitalista, e che, una volta esaurito il loro compito, venivano gettati via come limoni spremuti.” Sinistra e Potere 1983 Sapere 2000

2 Così Diego Giachetti nel 50° anniversario ricostruisce i passaggi fondamentali dello Statuto: “La legge n. 300/1970 si articolava in 41 articoli che ponevano una serie di diritti: di associazione e di attività sindacale, col divieto per il l’imprenditore costituire o sostenere associazioni sindacali; delle rappresentanze sindacali a controllare che fossero applicate le norme atte a tutelare la salute dei lavoratori; di riunirsi in assemblea, di indire referendum su materie inerenti all’attività sindacale; alla libertà di  pubblicazioni di  testi e comunicati inerenti materie di interesse sindacale e del lavoro; di utilizzo di locali all’interno dell’azienda, di raccogliere contributi e svolgere opera di proselitismo. Inoltre, al fine di promuovere l’attività sindacale, potevano essere concessi permessi per i dirigenti provinciali e nazionali dei sindacati, e i lavoratori chiamati a ricoprire cariche sindacali provinciali e nazionali, nonché a svolgere funzioni pubbliche elettive, avevano diritto all’aspettativa non retribuita e al mantenimento del posto di lavoro; l’azienda doveva concedere permessi di lavoro agli studenti lavoratori. Infine, il famoso articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, riguardante la tutela e la conservazione della posizione di lavoro acquisita, applicato solo alle aziende con almeno 15 dipendenti, stabiliva la validità del licenziamento solo per giusta causa o giustificato motivo. In assenza di questi presupposti, il lavoratore poteva fare ricorso alla magistratura e il giudice, se riconosciuta l’illegittimità dell’atto di licenziamento, era obbligato ad ordinare la reintegrazione del ricorrente nel posto di lavoro e il risarcimento degli stipendi non percepiti, oltre che il mantenimento del medesimo posto che occupava prima del licenziamento.” https://anticapitalista.org/2020/05/19/cinquantanni-fa-lo-statuto-dei-lavoratori-e-non-solo/

[3] Il PCI sviluppa una serie di conferenze di fabbrica dei suoi iscritti in cui fa passare l’idea che occorre accettare le ristrutturazioni industriali, per rendere più competitive le imprese capitaliste.

[4] In un Senato della Repubblica semideserto perché le forze di opposizione della destra erano uscite dall’aula non potendo votare a favore di un provvedimento del governo ma neanche opporsi a norme che hanno approvato 4 anni prima, il sottoscritto è stato l’unico senatore a votare contro questa vera e propria truffa a cui partecipa la stessa Rifondazione.

[5] Un esempio: le lavoratrici e i lavoratori metalmeccanici erano negli anni ’70 1.800.000; oggi sono poco meno, ma la loro distribuzione nell’aziende è meno concentrata.

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