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Il governo ha deciso: si riprenderà a settembre a ranghi completi e in un contesto di “scuola normale” se possiamo utilizzare questa espressione; si tratta del primo dei due scenari presentati a metà luglio dal DECS (il secondo era quello della cosiddetta “scuola ibrida”, cioè di un insegnamento a ranghi dimezzati). Del terzo, la cosiddetta “scuola distanza” da implementare nel caso di un nuovo lookdown, non si sa ancora nulla.

La ripresa della scuola in totale presenza è sicuramente una buona cosa: anche perché, val la pena dichiararlo in apertura, è l’unica forma di scuola possibile e degna di tal nome. Dovrebbe essere ormai evidente a tutti che la cosiddetta “scuola a distanza” è un ossimoro vero e proprio, una contraddizione in termini; un artificio al quale si può (e magari si deve ricorrere) in situazioni straordinarie e drammatiche come quelle che abbiamo vissuto la scorsa primavera, ma che in nessun caso può essere assimilato al fare scuola.

Per questa ragione, e partendo da un contesto sanitario che in Ticino è evoluto positivamente almeno finora, la decisione di riprendere l’insegnamento in presenza a ranghi completi a noi è sembrata l’ipotesi sulla quale il governo e il DECS avrebbero dovuto operare già a partire almeno da fine giugno: avendo così a disposizione due mesi quindi per organizzare nel migliore dei modi questo rientro sia a ranghi completi, sia (lo scenario 2) a ranghi dimezzati, ma comunque sempre “in presenza” qualora l’evoluzione sanitaria si fosse sviluppata in maniera meno positiva.

È ormai passato un mese e mezzo e, francamente, governo e dipartimento hanno fatto poco o nulla per rispondere ai problemi che questa riapertura delle scuole (“normale” ma sicuramente particolare) pone sia dal punto di vista formativo che da quello sanitario. Se possiamo esprimerci con linguaggio scolastico si può affermare che governo e DECS non hanno fatto i compiti…

Recupero: business as usual…

Non vi sono dubbi che in diversi ordini di scuola vi sia un’esigenza di recupero dei ritardi accumulati a seguito della chiusura delle scuole della scorsa primavera.

Questa esigenza di recupero non ha tanto a che vedere con l’ansia di “completare il programma” o di recuperare “il terreno perso”; ma è soprattutto legata a due fattori che sono una conseguenza diretta della chiusura della scuola e di quello che è stato chiamato “l’insegnamento a distanza”.

Da un lato (e questo lo hanno ammesso anche gli stessi responsabili dipartimentali) l’insegnamento a distanza ha approfondito il divario tra gli studenti legato alla loro provenienza sociale. Chi non ha potuto contare su un clima familiare materiale, sociale e culturale adeguato ha perso ulteriore contatto, molto più ancora di quanto non ne avesse già perso con la scuola in presenza. E a poco sono servite (parliamo in particolare del delicato settore della scuola media) quelle tre settimane di rientro che, dal punto di vista dei contenuti e organizzativo, sono state – in molte situazioni – una replica di quanto avviene normalmente. Lo stesso discorso vale per le scuole medie superiori e per le scuole professionali.

Forse diverso il discorso per le scuole elementari nelle quali, verosimilmente, gli allievi presenti hanno potuto approfittare di questa circostanza. Anche gli insegnanti in generale hanno apprezzato questa fase di rientro proprio perché hanno potuto lavorare – positivamente – a ranghi ridotti: una ulteriore conferma – qualora fosse necessario – dell’assoluta urgenza di una radicale diminuzione del numero di allievi per classe.

Accanto a questa necessità di recupero individuale legata agli sviluppi della pandemia e del modo in cui essa ha agito sulle fasce sociali diverse degli studenti, vi è una seconda necessità di recupero, anch’essa individuale ma che assume aspetti collettivi poiché implica un numero importante di studenti. Essa riguarda la scuola media superiore e, verosimilmente, anche l’ultimo anno di scuola media.

Il problema è costituito da tutti quegli studenti che, sulla base delle norme di promozione particolari emanate ad inizio aprile, sono stati promossi alla classe successiva sostanzialmente sulla base dei risultati del primo semestre e di qualche ulteriore lavoro a loro favorevole. I tassi di selezione al liceo (in particolare in prima) più bassi del consueto testimonierebbero questa situazione che, oggettivamente, non poteva essere diversa.

Ma proprio da questa situazione nasce l’esigenza, in questo nuovo anno scolastico che sta per cominciare, di mettere in atto un lavoro di recupero che permetta di evitare, complice magari anche la volontà dei docenti di “correre” più veloci per recuperare il terreno perso, che molti perdano subito il passo. Lo stesso ragionamento vale anche per gli studenti di quarta media che affronteranno il primo anno delle scuole superiori.

Come ha risposto il DECS a questa esigenza di recupero? Sostanzialmente non ha risposto. La messa in evidenza (con due comunicati) dell’organizzazione di corsi di recupero per le scuole medie e medie superiori non ha fatto altro che confermare un sostanziale disinteresse del DECS.

In effetti da anni (indipendentemente dalla pandemia) vengono organizzati da numerose scuole medie e scuole medie superiori corsi di recupero che si tengono nelle due prime settimane precedenti l’inizio delle scuole. Quest’anno l’offerta è sostanzialmente la stessa, anche se leggermente rafforzata e con la messa a disposizione di qualche finanziamento in più per le scuole (qualche decina di mila franchi, nulla di trascendentale…) e  un parziale finanziamento (100 franchi) per le famiglie. Il tutto, come sottolineano i comunicati del DECS con un numero di posti rigorosamente limitato; corsi che, l’esperienza del passato insegna, hanno più una funzione di “rimessa in moto” che di vero e proprio recupero.

Ma, ammesso e non concesso che tali corsi possano svolgere una qualche funzione di recupero individuale, nulla è stato invece pensato e messo a disposizione per il secondo livello di recupero, più strutturale, al quale abbiamo qui sopra fatto riferimento. Ad esempio, come abbiamo proposto a più riprese, attraverso la messa a disposizione delle scuole di pacchetti di ore per organizzare, secondo le necessità e le indicazioni dei docenti, corsi di recupero durante tutto l’anno scolastico, facendo capo eventualmente a supplenti.

Il risultato di questa sostanziale inattività della scuola pubblica rispetto al contesto oggettivo (e pensiamo in particolare alla scuola dell’obbligo) è lo sviluppo impetuoso durante questi mesi, e sicuramente anche nei prossimi, delle lezioni private: un aspetto che, evidentemente, non fa che aumentare le differenze sociali legate all’apprendimento. Alla faccia di una scuola che si vorrebbe votata all’inclusione!

In sostanza da questo punto di vista la scuola ricomincerà come se nulla fosse successo, dimenticando le belle parole sulla necessità di integrazione e di offrire pari possibilità; come se non vi fosse stato un blocco di tre mesi (non certo riempito da quell’obbrobrio chiamato insegnamento a distanza); come se questo blocco non avesse lasciato tracce importanti e durature nei livelli di preparazione di buona parte di allievi e studenti.

Teniamo le distanze…

Se dal punto di vista scolastico l’azione di governo e DECS si è risolta in un nulla di fatto, le cose non vanno molto meglio dal punto di vista delle misure sanitarie.

Infatti le strutture scolastiche (pensiamo in particolare agli spazi, fondamentali in una prospettiva di protezione sanitaria) saranno confrontate con la stessa organizzazione precedente la pandemia: anche qui come se nulla fosse successo.

Infatti la formazione delle classi avrebbe dovuto essere orientata (sia in vista del primo che del secondo scenario) verso una tendenziale diminuzione del numero di allievi per classe, ad esempio partendo dal principio di non formare classi con un numero superiore a 18/20 allievi. Tutto questo non solo faciliterebbe in modo importante il rispetto del distanziamento sociale, ma, soprattutto nel caso in cui si dovesse passare allo scenario 2 (con la presenza di classi dimezzate e con evidente ulteriore accresciuta attenzione al distanziamento), questo numero ridotto permetterebbe una più sicura e migliore organizzazione.

Ma nulla di tutto questo è avvenuto: tutto è rimasto, da questo punto di vista, uguale agli scorsi anni, come se nessuna pandemia fosse avvenuta, né vi sia alcuna esigenza di distanziamento e di misure di protezione. Sono molti gli elementi a conferma di questo sciagurato orientamento: basterebbe qui citare le direttive sulla dotazione oraria delle scuole medie superiori (DOI) per rendersene conto. Ebbene, ad esempio nelle scuole medie superiori (e ricordiamo che si tratta delle scuole più affollate e con la media più elevata di allievi per classe) i parametri di calcolo (a partire dai quali viene autorizzata la formazione delle classi) sono rimasti invariati per l’anno scolastico che sta per cominciare; e sono di fatto uguali a quelli degli ultimi due anni scolastici. Una decisione, questa, presa ad inizio luglio e che ha condizionato in modo determinante la formazione della classi (il loro numero e la loro grandezza). Ripetiamolo: come se nulla fosse successo!

Resta il problema più generale degli spazi scolastici assai affollati: il che non è certo una buona premessa per una politica di distanziamento efficace, in particolare nella prospettiva annunciata di una ripresa a ranghi completi.

Non si può infatti dimenticare come le scuole medie superiori oscillano tra i circa 600 studenti dei licei più piccoli fino agli oltre 1200 studenti della Scuola cantonale di commercio, passando per gli oltre 1000 del Liceo 1 di Lugano. È quindi evidente che in queste scuole sarebbe stato utile e necessario mettere a disposizione spazi maggiori, magari ricorrendo alla organizzazione di strutture prefabbricate straordinarie.

In ogni caso appare evidente, contrariamente alla posizione attendista del governo, che in tutte queste scuole gli spazi comuni (atrii, corridoi, diverse aule, caffetterie, etc.) sono tali da necessitare non solo per i docenti, ma anche per gli studenti l’utilizzazione obbligatoria della mascherina.

Interventi minimi, costi minimi

Quanto abbiamo fin qui ricordato ci dice che la scuola è il parente povero dell’intervento pubblico in risposta alla pandemia. Non solo si ritorna alla scuola normale, ma ad una scuola organizzata in tutto e per tutto (tranne qualche misura igienica minima) alle stesse condizioni precedenti la pandemia.

Il governo ha trovato modo di spendere inutilmente (se non a solo scopo propagandistico) milioni per offrire mezza cena ai ticinesi (e ai turisti), ma non ha il coraggio di sostenere in modo adeguato misure che permettono di avviare un serio lavoro di recupero formativo e di garantire migliori condizioni di sicurezza del necessario ritorno ai normali ritmi di insegnamento.

La scuola non è stata considerata degna di importanti interventi di spesa che permettessero di adeguare le strutture e le condizioni di insegnamento (attività di recupero, formazione delle classi, diminuzione del numero di allievi, aumento del numero degli insegnanti, etc.) e permettessero di affrontare sul serio le sfide che la presenza del virus continua a porre.

Che questo sia l’orientamento del DECS e del governo lo si percepisce anche dal tipo di argomenti avanzati per rifiutare proposte come quelle che abbiamo qui, brevemente, avanzato. Argomenti del tipo: “non abbiamo abbastanza insegnanti per le attività di recupero”, “se diminuissimo il numero di allievi per classi avremmo più classi e non sufficienti spazi”, etc.: tutte obiezioni che partono dall’idea radicata che un intervento massiccio nella scuola (con i relativi costi) non può entrare in linea di conto per ragioni di “realpolitik” e per ragioni finanziarie. Argomentazioni, evidentemente, per noi inaccettabili.

Per concludere quindi, una ritorno alla normalità nel senso deteriore del termine: una normalità che di fatto (se escludiamo qualche misure di protezione) fa finta che non sia successo nulla e che, tutto sommato, riprende le cose laddove si erano interrotte, senza apportare quei mutamenti necessari per una reale e diversa “ripartenza”.

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