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Se ne è andata Rossana Rossanda, testimone curiosa e mai rassegnata del Novecento le cui cronache, partorite nel gran marasma della storia comunista, erano pensate per fare la storia

Si narra che per molto tempo il refrain al manifesto, storico quotidiano comunista, fosse questo: «C’è Valentino? Scrive Luigi? Che dice Rossana?». I tre erano Valentino Parlato, Luigi Pintor e Rossana Rossanda. L’ultima del trittico se n’è andata ieri a 96 anni, dopo una vita lungamente condotta nel campo della sinistra e degli ideali comunisti per i quali ha combattuto. Sempre uscendone, alla fine, sconfitta.

Per tante generazioni è stata una «buona maestra», una da cui imparare sempre, anche quando non si andava d’accordo con lei, perché è evidente che ha sempre difeso le sue idee con serietà, compostezza, intelligenza, sguardo lungo. Quello sguardo così incisivo e severo, pieno e denso della vita condotta dentro l’impennata verso l’alto che ha avuto la società italiana dopo la Seconda guerra mondiale e poi ammaccato per la curva discendente, la sconfitta personale e collettiva maturata negli ultimi decenni del secolo scorso.

La ragazza del secolo scorso è il titolo del libro di memorie apparso nel 2005 e che si ferma al 1969, l’anno di nascita del manifesto, il suo lascito più prezioso, e alla radiazione dal Pci, lungamente attesa ma identificativa della sconfitta personale.

E la vita di Rossanda si mescola appieno in quel secolo vissuto dal 1924, quando nasce a Pola, in Croazia, prima Jugoslavia, poi Italia. Da lì a Venezia dopo il terremoto del 1929, e poi a Milano dove studia lettere, ma si imbatte nel marxismo di Antonio Banfi, nume tutelare per lei che certamente «il comunismo non l’ha trovato in casa». Banfi «era il contrario del determinismo cui viene ridotto Marx, il contrario di una teleologia». Le trasmette un pensiero critico e non ossificato ed è con questo pensiero che dopo l’apprendistato della Resistenza – piccola staffetta tra Milano e Como dove è sfollata e da dove in treno può far viaggiare pacchetti e messaggi clandestini – entra nel Pci nelle cui sezioni «si scendeva per disegnare l’altra storia, quella uscita vittoriosa e non vincente dalla Resistenza». Il partito comunista che conosce Rossana è quello «pesante» che si andrà logorando negli anni Settanta e Ottanta, popolato da uomini e donne a cui «la propria vicenda cessava di apparire casuale e disperante, prendeva un suo senso in un quadro mondiale di avanzate e ripiegamenti».

Poi c’erano i gruppi dirigenti, gli eletti, di cui farà parte anche lei, ma «quelli del seminterrato, quelli che passavano di reparto in reparto o di casa in casa, a fine lavoro, a raccogliere i bollettini del tesseramento configuravano una società altra dentro a questa». Il «paese nel paese» di cui parlerà negli anni Settanta Pierpaolo Pasolini, che segna una storia difficile da capire con gli occhi di oggi, ma che lascia l’impronta nell’immaginario e nel vissuto di chi come Rossana si appresta a compiere il suo intervento diretto nel mondo. Fiduciosa nel futuro come tutta la sua generazione politica, comunista o socialista che fosse.

Da lì, a cominciare dal 1947, il «lavoro politico», prima la cura dell’Associazione per i rapporti culturali tra l’Italia e l’Unione sovietica (destino beffardo considerando quello che accadrà dopo), poi un po’ di lavoro operaio, ai cancelli dell’Autobianchi di Milano, infine l’approdo naturale per chi si iscrisse all’università a 17 anni grazie alla media dell’otto e alle doti intellettuali: «Dovevo tirare la Casa della cultura fuori dalle rovine del 1948», scrive nelle sue memorie.

Il 1948, con la sconfitta delle sinistre e la vittoria decisiva della Dc segna un colpo durissimo per chi pensava di poter dirigere il Paese dopo lo sfacelo della guerra e la necessità della ricostruzione. Da quella sconfitta il Pci ci mette un po’ a risollevarsi e a Milano, tra gli scantinati delle sezioni popolari e il lavoro di fabbrica, si imbocca una strada ambiziosa e comunque decisiva. Anche perché l’approccio che il Pci sceglie con Rossanda è quello dell’unità con tutta la sinistra e i laici.

In quella Casa della cultura si leggeva tutto Brecht con Enrico Rame, il fratello di Franca, passava Vittorio Gassman e «Strehler era di casa». Si modella così quel profilo politico e culturale già tracciato da Banfi, e dal critico d’arte Marangoni all’università. Immersa nel brodo comunista segnato dallo zdanovismo che soffiava da Mosca e dal realismo socialista con un intervento diretto del Partito nella cultura e nell’arte, Rossana costruiva invece un pensiero autonomo, libero, pur sempre rispettoso della casa comune in cui militava e che rispettava. Uno sdoppiamento che ne contrassegnerà la biografia e ne costituisce, al fondo, il tessuto di un’anima inquieta, alla ricerca di una ricomposizione del dissidio interiore.

Il filo si spezza nel 1956 con il rapporto Cruscev, che rende noti i crimini di Stalin in un, ormai tardivo, tentativo del regime sovietico di recuperare una strada di innovazione e riforme. E poi l’occupazione sovietica di Budapest e la repressione sanguinosa della rivolta ungherese. A quel punto, scrive lei stessa, «l’età dell’innocenza era finita». «Franco Fortini mi telegrafò: ‘Spero che gli operai vi spacchino la faccia’». Fedele al partito tiene la Casa della cultura sempre aperta, non scappa dal confronto, «ma nel partito non fu mai più come prima»: «I comunisti che si fanno odiare hanno sempre torto». Fu in quei giorni, all’età di 32 anni, che le vennero i capelli bianchi, tratto distintivo di un’esistenza, segno di una saggezza immortalata nel viso eppure figlio di un dolore acuto, personale e politico.

Qualcosa si rompe, ma la vita politica va avanti, il lavoro culturale anche. Sono anni in cui si discute con Sartre e Adorno, Feltrinelli lancia il suo dottor Zivago, anche per «farla pagare all’Urss». Sta per cominciare il decennio più interessante, cambiano i costumi, le idee, una nuova generazione politica irrompe prepotentemente sulla scena. Rossana se ne accorge, il Pci molto meno, immerso nelle ritualità burocratiche e negli scontri sordi del suo apparato. Ma è ancora il grande partito degli operai e del popolo, quello che fa un grande balzo alle politiche del 1963 e poi ancora nel 1968. Lei diventa deputata nella legislatura che vede il governo di centrosinistra guidato da Aldo Moro, diventa responsabile nazionale della cultura, le viene affidato il rapporto con gli intellettuali. Si sposta a Roma, conosce il gruppo dirigente, ha un rapporto non banale con Palmiro Togliatti.

L’Urss viene tolta «tacitamente di dosso» e si affronta il decennio delle trasformazioni con un dibattito ricco, anche se alla fine incapace di segnare davvero il tempo: «Insomma negli anni Sessanta a me e a molti miei compagni successe come alla lucertola cui il gatto ha morso la coda: ricresce».

Nel Pci è una dirigente, ma viene trattata come tale a malapena, la «più giovane tra gli uomini del Pci». Pesa la condizione di donna in un luogo di maschi, ma viene nominata nel mitico Comitato centrale. Lavora con un po’ di giovani e i nomi sono destinati a occupare un posto di primo piano: Achille Occhetto, Sandro Curzi, Lucio Magri, «la splendente Luciano Castellina», ma anche Alfredo Reichlin o Sergio Garavini. Alcuni di loro segneranno la storia politica degli anni Ottanta e Novanta, spesso bacchettati e criticati da Rossanda che contrasterà la scelta di Occhetto di cambiare nome al Pci e non si scalderà mai all’impresa di Rifondazione comunista all’inizio guidata proprio da Garavini.

Il lavoro culturale la entusiasma, prova a recuperare rapporti al partito, cercando di chiudere la «stagione dell’arte proletaria». Si muove tra Cesare Luporini e Galvano Della Volpe, tra Lucio Colletti quando era ancora marxista, e anche un Louis Althusser «aitante sportivo in tweed», la sola voce del Pcf a essere interessante.

Ma il Pci non era quello di Rossanda, lo confermavano i frequenti colloqui con Togliatti, colui che aveva «una coda lunghissima di passato». Addirittura, Il Migliore le consentì di pubblicare su Rinascita la famosa lettera di Antonio Gramsci del 1926, quella con cui il segretario del Pci criticava il Pcus per il modo in cui aveva trattato Trozcky con tanto di risposta da parte di Togliatti: «Ho anche il biglietto che Gramsci mi lasciò in risposta. Pubblichiamo tutto». E tutto fu pubblicato, ma di quel dibattito nella storia del Pci non ci fu mai traccia, non successe niente.

I nodi stanno per essere sciolti. Dopo la morte di Togliatti, nel 1964, si apre una guerra interna non tanto per la successione che, a parte la transizione di Luigi Longo, tutti immaginano debba essere affidata a Enrico Berlinguer, quanto per la linea politica. Da una parte la proposta di Gianfranco Amendola, e Giorgio Napolitano, di unificazione con il Psi, modalità per dire che occorre incunearsi nel quadro politico del centrosinistra, dall’altro l’idea del «nuovo modello di sviluppo» difesa da Pietro Ingrao, più attenta ai nuovi movimenti e al conflitto operaio. Rossana, insieme a Magri, Pintor, Aldo Natoli e altri, sceglie Ingrao che però «non si mosse mai come un capo corrente, non calcolò le mosse, non piazzò le sue pedine, neppure le difese quando venivano mangiate». E perse, insieme a tutti i suoi che vennero messi ai margini, senza più prospettive nel partito, «fuori da qualsiasi incarico nell’apparato centrale o periferico».

Il Pci sembra un elefante intontito, non coglie al volo la stagione del 1967-69, sta fermo e quando arriva la seconda invasione, quella cecoslovacca, pur condannando l’Urss si limita a parlare di «tragico errore». Al congresso del 1968 Rossanda interviene tra i pochissimi delegati che si oppongono alla maggioranza del partito: «Siamo qui riuniti mentre l’esercito di un paese che si dice socialista sta occupando un altro paese socialista». La delegazione sovietica abbandona la sala insieme alle altre, tranne quella vietnamita. Berlinguer dietro al palco le dice: «Hai fatto male, non sai come sono quelli. Sono dei banditi». E quelli erano i sovietici.
Ma la rottura è tracciata, e quando insieme Pintor, Castellina, Magri, Parlato, Eliseo Milani e altri decidono di rilanciare, di fare quello che ogni intellettuale desidera fare, cioè creare una rivista, il partito decide che la linea rossa è stata oltrepassata. Si vota l’espulsione, si decide che nessun dibattito interno può essere tollerato, i dissidenti devono cercarsi un’altra casa. Anche Pietro Ingrao vota a favore dell’espulsione, mentre a sostenerli restano Beppe Chiarante, Cesare Luporini, Achille Occhetto, Sergio Garavini. «Non eravamo più dei loro, dei nostri». Nasce il manifesto con il primo numero della rivista dal titolo «Praga è sola». Era sola anche Rossanda, ma al momento animata da una forte fiducia in un futuro che sarà sempre segnato da quello che era accaduto prima.

La vita al manifesto si coglie con più chiarezza guardando a questa vita precedente. «Rossanda che dice?» è la domanda che rinvia al valore intellettuale della donna, alla chiarezza delle coordinate, al rispetto di una ideologia che, appunto, sta dentro la storia maestra, ma la corregge, la ritocca, ne domanda un esito diverso, in grado di rinnovarsi e inverdirsi.

La storia del manifesto condotto da Rossana e da quelli della sua generazione è in effetti questa storia. C’è il tentativo del partito politico, il manifesto come gruppo tra i vari gruppi della nuova sinistra. C’è poi l’alleanza con il Pdup di cui proprio Lucio Magri sarà leader. Ma tutto avviene sempre con lo sguardo rivolto alla casa madre, alla storia che fu, attenti a ogni minimo movimento che ne possa segnalare un cambio di traiettoria, una rettifica.

Proprio per questa intensità a quel mondo e al quel pensiero, Rossana elabora l’altro suo grande contributo alla comprensione della storia contemporanea, quando inserisce la vicenda delle Brigate rosse all’interno dell’«album di famiglia» della sinistra comunista.

Le Br non sono simili all’Eta o all’Ira, nemmeno alla tedesca Raf o alle guerriglie latinoamericane. Sono invece – scrive nella prefazione dell’intervista a Mario Moretti, condotta insieme a Carla Mosca – «un prodotto di culture e umori di un paese industrialmente avanzato e fortemente di sinistra». Sono espressione del nord industriale, convinte che il Partito comunista sia «l’aggregato di un ‘popolo comunista’ che però è un’altra cosa dalla linea della sua segreteria, della sua direzione, del suo comitato centrale».

Non sarà così, anche se per una fase le forze si toccano e si lambiscono. In questa idea che il Pci sia una cosa diversa a seconda che lo si guardi dal vertice o dalla base, in fondo falliscono anche gli esperimenti politici della nuova sinistra. Perché avvenga qualcosa di nuovo occorre la mossa di Occhetto, a cui il manifesto, e Rossanda in particolare, si oppone con forza ma senza mai sposare l’avventura di Rifondazione comunista. Come Ingrao, del resto, di cui resta celebre l’intenzione di voler restare «nel gorgo».

Ma questa storia, è storia di un gorgo che avviluppa tutti, gli ortodossi e i critici, un movimento di dissolvenza complessiva che si nutre di sbagli, illusioni, errori di presunzione, inadeguatezze. Di tutto questo Rossana scriverà sempre nel corso degli anni in articoli, riflessioni e interventi. Ma sempre con lo sguardo di chi la sconfitta l’ha già patita e sa di non poterci fare niente, quindi con un di più di disincanto anche quando, insieme ai compagni di sempre e alla Rivista del manifesto, diretta da Lucio Magri, cerca di far nascere, rivolgendosi a Rifondazione comunista e alle altre anime della sinistra, una sinistra alternativa più ampia e unitaria accanto agli allora Democratici di sinistra, diretti ormai a vele spiegate verso le sirene blairiane. Sono i primi anni 2000 e anche quel tentativo fallisce.

Vista dal fondo sembra una storia «tristissima» come la morte per suicidio assistito di Lucio Magri che lei accompagna in Svizzera, amica e solidale fino in fondo.

Quando ne presenta il libro, Il sarto di Ulm, in un dibattito del 2010 che si svolge alla camera dei deputati, una sorta di reunion con Alfredo Reichlin, Mario Tronti e altri, a Magri riconoscerà un merito: aver riaffermato l’importanza del 1917 come spartiacque decisivo da non ridurre a un disastro. Ma gli rimprovera di aver concesso nel suo libro troppo all’Urss e molto al togliattismo, finanche alla linea berlingueriana del «compromesso storico». Che lei ha avversato, sempre: «Fu un errore grave» affermava Rossanda, perché in quell’epoca in Europa il rischio della dittatura non solo non esisteva ma si verificarono fenomeni di sgretolamento delle dittature esistenti come nel caso di Portogallo e Spagna.

In quella sede ripropone quanto abbiamo cercato di riassumere nelle righe precedenti: il declino del Pci non comincia con il compromesso storico o con la fase che verrà dopo, dal rapimento Moro alla sconfitta alla Fiat; esso inizia già a metà degli anni Sessanta – «gli anni decisivi della storia italiana del dopoguerra» – quando di fronte allo scongelamento della società il Pci «si mostra esitante» non sa aiutare gli studenti nel ’68, si dispone a un suo precipuo declino operaio fino alla sconfitta degli anni Settanta.
Dal 1971, data di nascita del quotidiano il manifesto, fino alla rottura con quel giornale – mai davvero esplicitata o raccontata in modo comprensibile – Rossanda ha cercato di recuperare la sconfitta, di rimettere in riga un percorso culturale e umano che era stato consumato. Il manifesto è stato un compagno decisivo per la politicizzazione e la partecipazione politica di intere generazioni, pur negli errori o nelle incomprensioni. Da quel giornale, oltre a mantenere un punto di vista rigoroso sulle questioni dirimenti che riguardano la classe operaia, il ruolo della sinistra, le vicende del comunismo e del socialismo, il dibattito internazionale – memorabile l’edizione straordinaria del manifesto per il colpo di Stato polacco contro Solidarnosc – ha tenuto alta anche una visione del garantismo costituzionale impegnandosi in prima linea contro la montatura del processo 7 aprile, difendendo Toni Negri e restando delusa dalla sua «fuga» (come ricorda lo stesso Negri nella sua autobiografia). E impegnandosi a fondo per la difesa di Enzo Tortora arrivando a dichiarare, nel 1984, il suo voto per l’ex conduttore televisivo candidato nelle liste radicali alle Europee di quell’anno.

Impossibile ricostruire la quantità di interventi e prese di posizione. Resta solo il ricordo di un pezzo del Novecento che ci lascia dopo aver vissuto una scelta di campo esclusiva e decisiva. «Una scelta di ragione. Può darsi che l’aver patito sulla mia propria infanzia quell’essere travolti dei miei genitori dal terremoto del 1929, abbia determinato una intolleranza per l’eterodirezione delle esistenze che non ho mai dismesso. Non è una teoria, è una parte di me. Come sopportare che i più tra coloro che nascono non abbiano neanche la possibilità di pensare a chi sono, che faranno di sé, l’avventura umana bruciata in partenza».

Ci mancherà moltissimo.

Tratto da www.jacobinitalia.it

*Salvatore Cannavò, vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre) e Da Rousseau alla piattaforma Rousseau (PaperFirst).

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