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Non vi sono dubbi che sulla propria iniziativa per un’immigrazione controllata l’UDC abbia perso. E questa è senza dubbio una buona notizia. In particolare poiché, dietro le giustificazioni a sostegno dell’iniziativa apparentemente di ordine sociale (combattere il dumping e il disagio sociale sempre più ampio di chi vive e lavora in questo paese), sono state in realtà, come sempre, le pulsioni xenofobe e reazionarie a prevalere nella campagna di UDC (e della Lega in Ticino).

Basterebbe andare a rivedere il materiale della campagna, gli argomenti, i manifesti per rendersi conto di come si sia puntato sugli argomenti più grezzi, identitari, xenofobi; cercando di volgere a favore dell’iniziativa anche le maggiori difficoltà (occupazionali e sociali) che la crisi pandemica e la crisi economica da tempo latente hanno messo in evidenza in questi ultimi mesi.

Se la sconfitta dell’UDC non può che far piacere (per i motivi che abbiamo indicato), la vittoria del fronte del NO non può comunque non impensierirci: perché appare evidente che la vittoria del NO è sostanzialmente legata al punto di vista padronale che ha dominato di fatto la campagna.

Gli argomenti messi in campo sono sostanzialmente tre: il successo degli accordi bilaterali per l’economia svizzera, il successo delle cosiddette misure di accompagnamento, la necessità di continuare nella linea degli accordi bilaterali.

Sul primo punto si è imposta l’idea che grazie agli accordi bilaterali (compreso quello sulla liberalizzazione del mercato del lavoro, la cosiddetta libera circolazione) l’economia svizzera abbia potuto prosperare e che senza tali accordi le cose sarebbero andate diversamente.

Alla base di questo discorso vi è, naturalmente, l’dea di fondo (che è anche quella costitutiva della stessa Unione europea) della necessità di creare un mercato unico, nel quale uomini e prodotti (di fatto merci con un loro prezzo e un loro valore) possano liberamente circolare, impedite da eccessive regolamentazioni. Per quel che riguarda la merce forza-lavoro l’obiettivo è metterla in concorrenza al di là e all’interno dei paesi dell’UE e di quelli, come la Svizzera, che di fatto si sono integrati dal punto di vista del mercato del lavoro. Ed è quanto è successo dopo l’adozione degli accordi bilaterali: una continua messa in concorrenza tra lavoratori e lavoratrici di questo paese (con punte estreme nei cantoni di frontiera) con una sostanziale stagnazione, vedi diminuzione in alcuni settori, dei salari reali negli ultimi quindici anni. In altre parole una redistribuzione della ricchezza a favore delle aziende, del capitale, e a sfavore del lavoro (basta vedere la spettacolare miliardaria progressione dei dividendi delle azioni quotate in borsa – e non solo delle più importanti).

La vittoria del NO si inserisce nella prospettiva di continuare su questa linea: gli accordi bilaterali come quadro di riferimento di uno sviluppo all’insegna della competitività sul mercato europeo, parte fondamentale, ma non esclusiva degli interessi della borghesia svizzera per la quale restano fondamentali anche gli accordi con Cina e USA, gli altri poli, della concorrenza capitalistica. È questa, sostanzialmente, la ragione di fondo per la quale le classi dominanti di questo paese non militano per un’adesione all’UE, per paura di poter perdere quei vantaggi concorrenziali che oggi hanno rispetto non solo alla UE, ma soprattutto rispetto a USA e Cina.

Il sostegno al NO senza contropartita

Il fronte sindacale ha sostenuto con impegno e mezzi il voto contro l’iniziativa dell’UDC. Una posizione di principio, evidentemente giusta, in particolare per le ragioni che abbiamo invocato in entrata.

Ma gli argomenti sviluppati dal movimento sindacale (e, a seguire da PS e accoliti) mettono in luce una debolezza di fondo e un vicolo senza uscita alla fine di questa campagna.

Il ragionamento di fondo è il seguente. Gli accordi bilaterali sono stati una scelta positiva, le misure di accompagnamento hanno permesso di combattere il dumping e di ottenere nuovi diritti per i lavoratori e per i migranti. Citiamo questo passaggio tratto da un documento di campagna dell’USS “L’entrata in vigore degli accordi bilaterali è stata l’occasione per progressi sostanziali favorevoli ai salariati e alle salariate. Grazie alle misure di accompagnamento, i salari e le condizioni di lavoro delle persone attive in Svizzera sono controllati in una proporzione senza precedenti dal punto di vista storico, nelle imprese svizzere così come in quelle straniere, con la partecipazione dei partner sociali”. Come dire: il dumping è sotto controllo e di fatto non esiste.

Per trovare argomenti positivi a favore della libera circolazione si è ricorsi all’argomento dei progressi nei diritti dei migranti, in particolare sostenendo che la libera circolazione abbia favorito la scomparsa dell’odioso statuto di stagionale. In realtà lo statuto di stagionale è sparito perché, in particolare negli ultimi vent’anni, il lavoro si è, diciamo così, “stagionalizzato”. Le nuove forme di lavoro flessibile, parziale, su chiamata e a tempo determinato (il lavoro degli stagionali era proprio questo), precarie, etc. dominano ormai la nostra società e determinano gli statuti di tutti i lavoratori, a cominciare dai lavoratori migranti. I quali non hanno visto poi di molto migliorare la loro condizione; infatti non solo gli immigrati si vedono sottoposti a leggi spesso formulate in modo potestativo (non hanno diritto a qualcosa, ma possono avere diritto a qualcosa…), ma assistiamo ad un proliferare di statuti per migranti, ancora più di quanto non lo fossero ai tempi dell’esistenza dello statuto di stagionale.

Dire che grazie ai bilaterali la condizione dei migranti in Svizzera sia migliorata non corrisponde per nulla alla realtà. La difesa dei diritti dei migranti in questo paese è ancora tutta da sviluppare.

Questa volta poi è addirittura mancata quella logica di contrattazione che aveva contrassegnato, alla fine, l’adesione del movimento sindacale all’adesione agli accordi bilaterali in occasione delle diverse votazioni (e sono state almeno quattro). L’adesione, in quelle occasioni, era sempre stata contrassegnata dalla sottolineatura di progressi ottenuti nell’ambito delle cosiddette misure di accompagnamento.

Questa volta non ha giocato nemmeno questa logica. Il movimento sindacale, come detto, ha fatto proprie le motivazioni del padronato ed oggi, purtroppo, si ritrova senza alcun potere negoziale per contrattare eventuali nuove e più efficaci misure di accompagnamento.

E il padronato non ha e non avrà nessuna ragione di mettersi al tavolo dei negoziati per fare ulteriori concessioni in questo ambito. Nemmeno la futura partita dell’accordo quadro sembra tale da permettere di nutrire simili speranze.

D’altronde è proprio la debolezza sistemica dell’attuale sistema di protezione delle lavoratrici e dei lavoratori in Svizzera (l’assenza, possiamo ben affermarlo, di fatto di un vero diritto del lavoro) che rende difficile questo compito di rendere più efficaci le attuali misure di accompagnamento. E non bisognava essere certo indovini per pronosticare che le cose sarebbero andate così. Scrivevamo, in un documento sindacale del 1999 (21 anni fa!): “L’impressione chiara che deriva è che in ogni caso l’adozione delle misure di accompagnamento così come proposte, o anche con tutti gli emendamenti sindacali, non siano in nessuna misura in grado di fare da diga ai processi di liberalizzazione e deregolamentazione in atto; né costituiscano nemmeno degli strumenti validi per cercare di articolare, anche sul solo piano legale, una resistenza ai processi di deregolamentazione salariale e sociale che si approfondiranno (anche se in Svizzera sono già ampi) con sempre maggiore frequenza nei prossimi anni anche in settori finora “protetti”. Sarebbe quindi opportuno e possibile, ancora in questa fase della discussione, introdurre proposte che vadano nella direzione di norme legali e contrattuali il più universali possibili e che tendano ad unificare il fronte dei salariati”. Così, appare evidente, non avvenuto e i risultati sono sotto gli occhi di tutte e tutti.

La ricreazione è dunque finita. Il padronato ringrazia (certo il movimento sindacale che ha dimostrato lealtà, ma, forse, anche l’UDC (partito zeppo di padroni a cominciare da Blocher) che tirando da una parte ha permesso alle classi dominanti di vincere su una linea che lascia le mani libere per il prossimo futuro.

Che fare?

Alla fine di questa campagna la condizione dei lavoratori e delle lavoratrici, dei salariati e delle salariate di questo paese (e ancor più di questo Cantone) non cambia di un millimetro. Anzi, come abbiamo detto, il padronato, incassato il sostegno alle proprie posizioni, potrà procedere spedito nella sua logica che tende, inevitabilmente, ad approfondire la concorrenza e i fenomeni di dumping salariale e sociale.

Il mercato del lavoro continuerà ad essere senza freni e le ipotesi di intervento fanno sorridere (e preoccupare). Prendete questa del presidente del PS Sirica, domenica sera a commento della votazione: “Con PLR e PPD dovremo trovare alleanze per riuscire a migliorare i diritti dei ticinesi sul posto di lavoro e limitare la concorrenza sfrenata e troppe volte sleale dall’estero”. Al di là del suggerimento che forse varrebbe la pena di pensare anche ai diritti dei migranti e non solo “dei ticinesi” ed evitare fervorini leghisti di questo genere, non possiamo che augurargli buona fortuna.

Con una preghiera: non tenti, ancora una volta di imbrogliare i cittadini e le cittadine di questo cantone, concordando con gli amici PPD e PLRT un nuovo controprogetto (come è stato fatto quattro anni fa con un’iniziativa simile) all’unica seria proposta in discussione per tentare di controllare il mercato del lavoro e dare quindi nuovi diritti (ma per davvero!) a tutti e tutte coloro che lavorano: ci riferiamo all’iniziativa popolare “Rispetto per i diritti di chi lavora. Combattiamo il dumping salariale e sociale” depositata dall’MPS diversi mesi fa. Non sopporteremmo un simile scherzetto una seconda volta.

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