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Il Consuntivo 2019 del Cantone è l’ultimo di una serie di preventivi caratterizzati da una politica che si è preoccupata soprattutto di “risanare” le finanze del Cantone e meno di rispondere alle esigenze sociali, occupazionali e formative dei cittadini e delle cittadine.

Da questo punto di vista la situazione che vive il Ticino non è diversa da quella che vivono altri Cantoni, la Confederazione e altri paesi del mondo capitalista: incapaci ormai di rispondere alle esigenze più elementari dei propri cittadini. Una crisi che richiede ormai di riflettere e promuovere attivamente un mutamento radicale di sistema.

Abbiamo a più riprese affermato (pensiamo ai nostri interventi degli scorsi anni sempre in sede di consuntivo) come il Cantone si si trovi in una situazione caratterizzata dalla chiusura positiva dei conti di esercizio, ma da una situazione sociale profondamente preoccupante.

Tale situazione non è da addebitare evidentemente alla crisi pandemica: anche per il Ticino, come per il resto del mondo capitalista, la crisi pandemica non ha fatto altro che accelerare dinamiche già in atto ormai da diverso tempo. Nel corso del 2019 abbiamo avuto, ad esempio, segnali di una crisi produttiva che ha investito molte aziende del settore industriale; ma anche altri settori importanti, pensiamo a quello bancario e finanziario, hanno segnalato la messa in atto di processi di ristrutturazione e riorganizzazione tesi a mantenere livelli di profitto: il tutto sulle spalle, come sempre, dei salariati.

I due messaggi (quello di maggioranza e quello di minoranza) non possono evidentemente suscitare la nostra approvazione.

Il primo perché, addebitando la crisi di fondo che investe le nostre società all’evento pandemico, non fa altro che riproporre le vecchie ricette di tagli alla spesa e di sgravi fiscali: quella ricetta che ci ha portati alla attuale difficile situazione sociale.

Certo, sentiamo i ragionamenti del governo: aver “risanato” le finanze ci metterebbe in una migliore situazione per rispondere alla pandemia e alle sue conseguenze, dandoci più spazio di manovra. Ma, lo ripetiamo, prima come adesso l’esercizio di equilibrio finanziario appare sempre più fine a sé stesso: non vi è stato (e non vi sarà) un secondo tempo, quello che dovrebbe seguire il momento del risparmio e del rigore, quello dello sviluppo e dei grandi progetti, degli investimenti, etc. etc. Questo momento non viene mai nella logica neoliberale che anima il nostro governo: se non nella forma, giunta puntualmente, di sgravi fiscali che premiano i soliti noti.

La crisi pandemica ha spinto anche a far di peggio, vendendo fumo alla popolazione ticinese con la speranza di ingraziarsela: come la trovata di pensare di contribuire alla ripresa del settore turistico offrendo mezza cena a mezza famiglia ticinese. Poco più che uno spot elettorale. Se le misure alle quali si pensa per far “ripartire” il Ticino sono queste, poveri noi!

In realtà, a parte queste, non ne vediamo nessun’altra proposta dal governo o dai partiti che lo sostengono.

Il rapporto di minoranza ci pare certo più interessante. Infatti segnala gli errori di scelte politiche del governo; ma, così facendo, altro non è che l’ammissione del fallimento della propria strategia politica che ha condiviso molte di quelle scelte: dapprima (e praticamente sempre) attraverso il proprio rappresentante in governo, poi anche attraverso le scelte del partito o perlomeno del gruppo parlamentare.

Il rapporto di minoranza, ad esempio, punta il dito sul freno al disavanzo (chiedendo di sospenderlo per due anni) e sul relativo coefficiente cantonale di imposta, chiedendo di riportarlo al 100%, ricordando che i 45 milioni di minori imposte grazie alla diminuzione del coefficiente (96%) andrebbero a favore delle fasce ricche della popolazione.

Bella scoperta: è questo il vero obiettivo del meccanismo del coefficiente di imposta da quando l’amministrazione Reagan negli anni ’70 lo applicò. E come dimenticare che l’accordo per questo meccanismo fu corale e che l’opposizione di alcuni (tra cui il PS) venne solo dalla modifica voluta dal Gran Consiglio sulle condizioni (maggioranza dei due terzi) per decretare un aumento di imposta?

E che dire della cosiddetta riforma fiscale e sociale che vede implementata solo la riforma fiscale e rimanere al palo (come ci si poteva aspettare) la parte sociale? Una riforma, anche qui, passata grazie al concorso attivo di chi oggi si lamenta di questo stato di cose.

E che dire della richiesta che il governo mantenga quanto promesso con il controprogetto approvato nel 2016 in materia di potenziamento dell’ispettorato del lavoro? Dimenticando che quel controprogetto non aveva alcuna intenzione di potenziare l’ispettorato del lavoro, ma aveva l’unico obiettivo di sconfiggere l’iniziativa dell’MPS contro il dumping.

Le contraddizioni politiche prima o poi vengono al pettine e a poco serve far finta di essere stati ingannati quando, in realtà, si è contribuito ad ingannare i cittadini e le cittadine (come nel caso dell’approvazione del controprogetto).

Sta di fatto che oggi più che mai l’unica risposta possibile è una mobilitazione sociale contro il programma di austerità che, invocando le conseguenze della pandemia, il governo si accinge a tentare di imporre. Naturalmente, memore di quanto il gioco abbia funzionato in passato, invocando la necessità (come ha già fatto a più riprese il ministro Vitta) di una concertazione, di una sorta di unità cantonale per rilanciare l’economia del Cantone e il suo sviluppo. Siamo purtroppo sicuri che, ancora una volta, tali appelli verranno ascoltati anche da chi oggi si lamenta di essere stato ingannato.

Proprio perché, tra le altre cose, il Consuntivo 2019 rappresenta il risultato di una politica che, sul fondo, il governo intende continuare a perseguire, abbiamo buone ragioni per opporci con convinzione.

*testo dell’intervento in Gran Consiglio del 21 settembre 2020

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