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È triste dirlo: c’è voluto il Covid-19 per porre all’attenzione del pubblico e della politica governativa la questione scuola, un’istituzione che coinvolge vita e corpi di circa dieci milioni di persone: docenti e non, utenti, genitori, tutti giustamente preoccupati per un rientro in sicurezza al lavoro e al diritto all’istruzione. Nella scuola non si mette a rischio solo la salute dei dipendenti, ma anche quella degli utenti coinvolti in processi di aggregazione promiscua in aule “satolle”, corridoi frequentatissimi, plessi scolastici che radunano, negli istituti superiori, migliaia di alunni, servizi igienici non sempre adeguati, punti di ristorazione scarsi e “pieni” nelle ore di punta.

Dopo una lunga sequela di consigli di specialisti a vario titolo, di dichiarazioni contraddittorie, seguite, secondo calcoli approssimativi, da quasi duecento pagine di circolari calate dal ministero ai dirigenti delle 40.749 sedi scolastiche, a quanto pare (le prossime settimane lo diranno) il rientro a scuola il 14 settembre avverrà se non nell’insicurezza (si spera), nel timor caotico. Timore derivante certo dal farraginoso meccanismo burocratico che si esprime con un groviglio direttivo-lessicale di non sempre chiara lettura, prodotto da organismi decisionali diversi che si sovrappongono e si contraddicono.

Ma timore caotico dovuto anche a precise scelte che sono (o non sono) state fatte circa le modalità da adottare per far fronte all’emergenza. Si è scelto di “tamponare” la situazione emergenziale con provvedimenti di media durata e improvvisazione, nella speranza che poi tutto passi e si ritorni come prima, aggiungendo pochissimo al già basso tasso di investimento pubblico, senza aumentare di almeno un punto la spesa ricavata dal PIL necessario a coprire i costi per rinnovare, rendere sicure e costruire nuove infrastrutture, dividere le classi con numero elevato di alunni, formandone di nuove, assumendo quindi precari, nuovi insegnanti e personale non docente, per altro necessari. Circa duecentomila precari sono stati “riconfermati” nel limbo di graduatorie riformulate con errori nella valutazione di titoli e servizi. D’altronde, dal punto di vista della gestione aziendale dell’istruzione perché assumerli in ruolo, che rappresenterebbero una spesa fissa per lo Stato, quando li puoi chiamare di volta in volta a lavorare con contratti a breve o al massimo annuali, per di più senza alcuna progressione di carriera e di stipendio?

È sempre bene ricordare che se la scuola pubblica non funziona o funziona male crescono le diseguaglianze e le condizioni che consentono la subordinazione e lo sfruttamento delle classi subalterne. Il 24 e il 25 settembre è previsto lo sciopero indetto dai sindacati di base insieme ad alcune realtà studentesche che si affianca alla mobilitazione sostenuta da Priorità alla scuola con un presidio nazionale statico a Roma e manifestazioni locali in altre città. Docenti, studenti, personale ausiliario, genitori si organizzino per chiedere al governo di investire più risorse in tutte quelle infrastrutture che, per ora, non garantiscono la ripresa della scuola in sicurezza: non per poco tempo, per sempre. Assumere i precari docenti e non, eliminare le cosiddette classi pollaio, che non solo sono fonte di forte insicurezza, ma comportano un peggioramento della didattica. Formare nuove classi meno numerose individuando edifici dove collocarle, oppure introdurre, dove è possibile, il doppio turno, riformulare la rete dell’offerta scolastica decentrandola sul territorio affinché studenti e studentesse non gravino sui servizi di trasporto pubblico, con milioni di utenti in viaggio verso gli istituti formativi, sempre più accentrati, vere e proprie “aziende” medio grandi.            

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