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Complice un certo giornalismo approssimativo che poco e per nulla si interroga sul significato delle parole che vengono utilizzate e che, sempre più spesso, accetta per buono quello imposto dalla classe politica dominante, il Parlamento cantonale avrebbe approvato una “riforma” della scuola dell’obbligo.

Perno di questo “riforma” avrebbe dovuto essere, almeno nelle proposte iniziali del governo, la diminuzione del numero massimo di allievi per classe: passando dagli attuali 25 a 22 per tutti gli ordini della scuola dell’obbligo.

Il risultato alla fine è chiarissimo: i partiti di governo si sono messi d’accordo per lasciare le cose così come stanno per scuole dell’infanzia e scuole elementari, mentre hanno effettivamente diminuito il numero da 25 a 22 per le scuole medie. A tutto questo si è aggiunto il potenziamento, per le scuole comunali e in “alternativa” alla diminuzione del numero massimo di allievi per classe, del cosiddetto docente d’appoggio.

Il fatto che si spenderanno, a regime, 19 milioni di franchi in più non basta né a rendere migliore questa “riforma”, né a farle meritare questa denominazione. Si tratta in realtà di piccoli rattoppi in un situazione (quella della scuola dell’obbligo e in particolare delle scuole medie) che fa acqua da tutte le parti. E che non servirà a migliorare le cose: al massimo a impedire che peggiorino troppo.

Basterebbe pensare a quanto conti la “riforma” votata dal Gran Consiglio per la scuola media. La diminuzione da un numero massimo di 25 allievi a 22 comporterà, come afferma il messaggio del governo, “la nascita di 13 nuove sezioni”. Le sezioni di scuola media sono circa 600. Praticamente questa “riforma” che qualcuno si è spento a qualificare di “storica” aumenterà le sezioni di ben il 2%; toccherà circa 250 studenti su un totale di circa 12’000, cioè poco più del 2% degli studenti.

La scuola ticinese ha bisogno di profonde riforme che non si possono ottenere con alleanze parlamentari con coloro che tali riforme non le vogliono. Esse possono essere ottenute solo costruendo un blocco sociale nel quale gli insegnanti (e gli studenti per alcuni ordini di scuola) sia i soggetti principali. Ed è con loro che si deve discutere ed impostare una riforma degna di tal nome; ed è con loro, con la loro mobilitazione, che si potrà costruire un rapporti di forza vincente.

Manuele Bertoli ha, fin dall’inizio del suo arrivo alla testa del DECS, fatto esattamente il contrario, alienandosi il sostegno degli insegnanti e cercando di costruire alleanze parlamentari, con scambi di favori e di sostegni. Il risultato è stato disastroso: dalla scuola che verrà fino al “compromesso” di questi giorni. Bertoli può cercare di cantar vittoria, ma, oggettivamente, di quanto proposta da lui e dal governo non è rimasto praticamente nulla. Non è passata la diminuzione del numero massimo di studenti nelle scuole comunali, non è passata la cantonalizzazione dei docenti di sostegno; è passata la diminuzione del numero massimo di studenti per la scuola media, ma proprio perché, cifre alla mano, non riguarda quasi nessuno. Ci si dirà che sono stati introdotti nuovi laboratori in alcune materie (e non sarebbe in grado di spiegarci perché solo in certe materie se questa modalità è così positiva): ma questo non è ancora in nessuna modifica di legge e alle prime difficoltà (finanziarie, di cambiamento alla testa del dipartimento, etc.) si potrebbe facilmente fare marcia indietro.

Un bottino misero, totalmente inconcludente, per qualcuno che si avvia a completare la sua terza legislatura alla testa della scuola ticinese. (Red)

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Qui di seguito pubblichiamo il testo degli interventi sull’entrata in materia e a sostegno degli emendamenti sulla diminuzione del numero massimo di allievi per classe fatti dai nostri deputati nella discussione su questa “riforma”

Sono sostanzialmente tre le ragioni per le quali il nostro gruppo non può sostenere né le proposte iniziali del governo, né quelle del cosiddetto compromesso elaborato in seno alla commissione formazione e cultura. Anche se, per una volta tanto, possiamo dire di sentirci più vicini alle proposte elaborate dal governo, comunque insufficienti.
– La prima ragione riguarda il tema centrale del numero di allievi per classe.
– La seconda la decisione di spostare di fatto la competenza per i docenti di appoggio alle scelte dei Comuni
– La terza, il fatto che non si voglia dare seguito alla nostra mozione.
Sul primo punto è meglio parlarsi chiaro. Con questa decisione non si fa, come qualcuno cerca di giustificarsi, un passo avanti anche nella ormai annosa, potremmo dire, questione della diminuzione del numero di allievi per classe. Piuttosto, diciamo che si mette di fatto una pietra tombale su questo tema: non se ne parlerà più per i prossimi decenni, se non per qualche piccolo ulteriore aggiustamento che, e su questo concordiamo, non avrà un’influenza decisiva sulle condizioni quadro di insegnamento.£
È evidente che per noi questo è inaccettabile: perché da sempre è questa una rivendicazione storica fondamentale degli insegnanti (vediamo purtroppo che non lo è più per quelli che pretendono di essere i loro rappresentanti). E per noi questa rivendicazioni ha senso solo se realizzata nella forma di una diminuzione importante del numero massimo di allievi per classe.
La seconda questione è quella dei docenti di appoggio. È chiaro che qui tira un’aria che va verso l’idea di delegare ai Comuni un certo numero di compiti che oggi sono del Cantone. Abbiamo sentito che proprio la scuola è uno settori che dovrebbe vedere, nel quadro della riforma istituzionale Ticino 202, un passaggio di competenze verso i comuni. Noi non condividiamo tale impostazione: dietro ad un preteso municipalismo pseudo-democratico, vediamo l’emergenza di una scuola dei comuni ricchi e una dei comuni poveri: all’interno dei 115 comuni del Cantone non tutti hanno e avranno le stesse disponibilità. Una scuola a due velocità: mentre noi pensiamo che l’offerta scolastica dovrebbe essere uguale per tutti e tutte, qualsiasi sia il comune nel quale vivono. Per questo abbiamo riproposto gli articoli relativi al docente di appoggio così come li aveva presentati il governo.
A questo proposito due parole su questo istituto del docente di appoggio. Sorprende che non vi siano indicazioni sulla bontà della sua istituzione. Si dà per scontato che sia stata positiva e che abbia raggiunto gli obiettivi indicati al momento in cui lo si è voluto inserire proprio in alternativa ad una proposta di diminuire il numero di allievi per classe. Come tutti voi, immagino, anche noi abbiamo contatti con insegnanti delle scuole comunali. E non ci sembra che il giudizio sul ruolo di questi docenti (non certo sulle loro qualità) sia positivo, in particolare rispetto all’obiettivo con il quale erano stati introdotti.
Infine, e siamo al terzo motivo, due parole sulla questione della refezione. Abbiamo fatto la stessa proposta a livello comunale (la città di Bellinzona). Il Municipio, seguito dai partiti che lo compongono, ci ha sostanzialmente risposto che era una questione di cui doveva occuparsi il Cantone. In questo consesso vi sono persone che hanno sostenuto tale impostazione. E che ora ci dicono (leggo dall’art. 37 cpv 3 della proposta del rapporto della commissione) che spetta “agli istituti scolastici comunali” (cioè ai Municipi) definire “le soluzioni organizzative” per consentire ai docenti di usufruire di una pausa di 30 minuti. Naturalmente, e cito, “nella misura del possibile”. Di fronte a tanto scempio delle norme di legge pertanto chiare (con interpretazione della SECO richiamata nel rapporto) e a questo balletto di responsabilità che sembrano solo voler eludere il problema, non ci resta che opporci risolutamente.
Cominceremo quindi con il votare contro l’entrata in materia e poi difenderemo, motivandoli più a fondo, in nostri emendamenti.

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La questione del numero massimo di allievi per classe è una questione centrale: da essa deriva poi la formazione concreta delle classi, il numero delle sezioni e la media degli allievi per classe.
Nel nostro cantone vige sostanzialmente (ormai da molti anni) una sostanziale stabilità del numero massimo di allievi per classe (almeno a livello legislativo): e quindi anche le medie di allievi non sono, negli ultimi anni, sostanzialmente mutate.
Noi proponiamo una cospicua diminuzione del numero massimo di allievi per classe (dell’ordine di circa il 30%).
Vi sono due passaggi (nel messaggio del governo) che affrontano la questione.
Nel primo si indica (pag. 1) che “Sebbene le ricerche condotte su questo tema abbiano portato a conclusioni non sempre univoche, è convinzione del Consiglio di Stato che una certa riduzione del numero degli allievi rappresenti un miglioramento concreto delle condizioni quadro nelle quali avviene l’insegnamento, a vantaggio di allievi e docenti”.
Convinzione che sul fondo condividiamo, ma che non convince per le modalità con le quali si fa riferimento alla sua applicazione. Cosa significa una “certa” riduzione del numero di allievi per classe? Uno, tre, cinque, dieci? Indicato così, come fa il Consiglio di Stato, non significa assolutamente nulla. Se poi ci fermassimo al significato delle parole, dovremmo notare che la parola “certo” rimanda ad una quantità che si contrappone a “molto”.
Noi pensiamo che la diminuzione del numero massimo di allievi per classe (e quindi poi la diminuzione a cascata del numero di allievi nelle classi) rappresenta un miglioramento concreto delle condizioni quadro solo se è una diminuzione generalizzata e importante.
Sembrerebbe pensarla come noi anche il Consiglio di Stato. Perché, sempre nello stesso messaggio, (a pag. 4 laddove si affronta la questione della introduzione di alcuni laboratori nel primo biennio di scuola media) si afferma: “Benché un’estensione significativa dei laboratori non sia oggi più riproponibile, (…), la forma del laboratorio rimane una delle poche modalità già conosciute dalla nostra scuola media (….) che permette al docente, in maniera ancora più accresciuta rispetto alla riduzione generalizzata del numero di allievi per classe, un rapporto più personale con l’allievo, sia egli più capace e pronto ad approfondire la disciplina o più debole nel suo percorso di apprendimento”.
Qual è la fondamentale caratteristica dei laboratori? Quella di dimezzare le classi. Cioè di procedere ad una radicale diminuzione del numero di allievi per classe che permette di migliorare in modo fondamentale le condizioni quadro di insegnamento e, soprattutto vista la nostro discussione odierna, di apprendimento.
Il governo si rende conto, forse, di questa contraddizione; e, sempre nel passaggio che abbiamo appena citato afferma che tale modalità migliora le condizioni quadro “in maniera ancora più accresciuta rispetto alla riduzione generalizzata del numero di allievi per classe”. Ma questo assunto ha validità solo se si parte dall’ipotesi che la riduzione generalizzata del numero massimo di allievi per classe possa avvenire solo attraverso impercettibili diminuzioni, sotto forma di uno o due allievi ogni decennio o ventennio, oppure adattandola alle oscillazioni demografiche.
Un’osservazione particolare merita poi l’aggiunta all’articolo 21 formulata dalla commissione in merito alle scuole parificate (cioè le scuole private). Queste non sarebbero tenute a osservare questo minimo e per loro continuerà a valere il numero di 25. Una proposta che viene direttamente dalla commissione. Una proposta sulla quale, tuttavia non abbiamo nemmeno trovato una sola riga di commento e giustificazione. Ma forse abbiamo letto male. Sta di fatto che non vi è nessuna, ma proprio nessuna ragione, per concedere questo privilegio alle scuole parificate. Sarebbe una sorta di concorrenza sleale a favore delle scuole parificate. Con 100 studenti di scuola media le scuole pubbliche dovrebbero formate 5 classi: una scuola parificata solo 4.
Sono queste le considerazioni alla base delle nostre proposte di emendamento agli articoli relativi al numero massimo di allievi per classe.

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