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La piazza ha giocato un ruolo fondamentale e nella piazza è stato decisivo il movimento femminista. Ma la lotta è solo all’inizio. Vediamo perché.

I cileni hanno votato a grande maggioranza domenica 25 ottobre a favore di una nuova costituzione che sostituisca quella ereditata dall’era di Pinochet, in un referendum tenutosi un anno dopo una massiccia rivolta popolare contro la disuguaglianza sociale. Il voto a favore di una nuova costituzione è stato schiacciante con il 78,28% dei voti all’opzione “apruebo”, contro il 21,72% per l’opzione mista. L’affluenza alle urne è stata di circa il 50 per cento. Il lavoro di riscrittura della Carta Magna sarà realizzato da una Assemblea costituente composta al 100% da persone scelte attraverso un voto popolare. L’altra opzione era quella di un organismo formato per il 50% da parlamentari e dal 50% da persone scelte attraverso una elezione. Quindi i 155 membri della Assemblea costituente saranno scelti in occasione delle elezioni amministrative dell’11 aprile 2021, sulla base di un criterio di parità di genere e con una rappresentanza di delegati delle popolazioni indigene.  Poi verrà la stesura della Costituzione con un periodo di nove mesi, rinnovabile per altri tre. Infine, ci sarà un plebiscito di “uscita” di ratifica nel corso del 2022.

In risposta a questi risultati, il presidente conservatore Sebastián Piñera, con una dose massiccia di faccia di bronzo, ha indetto un discorso televisivo per l’”unità” del Paese nella stesura della “nuova Costituzione”. “Finora la Costituzione ci ha diviso. D’ora in poi, dobbiamo lavorare tutti insieme per garantire che la nuova Costituzione sia un’area di unità, stabilità e futuro”, ha detto il capo dello Stato, un uomo di destra.

A seguito della pandemia di coronavirus che ha colpito duramente il Cile (500.000 infezioni, 14.000 morti), gli elettori, debitamente mascherati, hanno formato lunghe code tutto il giorno davanti ai centri elettorali, applicando misure di distanziamento fisico.

La sostituzione della Costituzione ereditata dalla dittatura di Augusto Pinochet (1973-1990) è stata una delle richieste delle manifestazioni lanciate dal 18 ottobre 2019 per chiedere una società più giusta. L’attuale Legge fondamentale limita fortemente l’azione dello Stato e promuove l’attività privata in tutti i settori, compresi l’istruzione, la sanità e le pensioni.

Per i sostenitori dell’”Apruebo” (“Approvo”), soprattutto nell’opposizione di centro e di sinistra, una nuova Costituzione eliminerà un ostacolo fondamentale alle riforme sociali profonde in uno dei paesi più disuguali dell’America Latina.

I difensori del “Rechazo” (“Rifiuto”), che riunisce i partiti più conservatori, ritenevano che fosse possibile introdurre modifiche alla legge fondamentale, che a loro avviso ha garantito la stabilità del Cile negli ultimi decenni, senza bisogno di sostituirla.

Decine di migliaia di manifestanti euforici si sono riuniti in diverse piazze della capitale Santiago, tra cui Plaza Italia, l’epicentro della protesta, teatro, un anno fa, della più grande manifestazione della storia del Cile, per celebrare la vittoria. Un anno fa l’estallido social contro la disuguaglianza ha raggiunto un punto di svolta quando 1,2 milioni di persone si sono riunite in questa piazza emblematica, ribattezzata “Piazza della Dignità”. Più di un milione di persone hanno riempito le strade di Santiago, e avrebbero proseguito per parecchie settimane, anche nel resto del Cile scandendo frasi come “Con todo ¿sino pa’qué?” o “Non erano 30 pesos, erano 30 anni”. 30 pesos si riferisce all’aumento del prezzo della metropolitana, la goccia che ha fatto traboccare il vaso, generando una serie di manifestazioni guidate da studenti, soprattutto, che hanno iniziato a eludere il biglietto della metropolitana della capitale in quello che sarebbe stato l’inizio della “esplosione sociale”, l’“Estallido Social” del 18 ottobre.

Ciò ha generato una repressione poliziesca sproporzionata contro i ragazzini, ma anche il sostegno degli adulti, che si è concluso con bombe lacrimogene, stazioni bruciate e la dichiarazione dello stato di emergenza, lasciando 31 morti, 500 minorenni che perso un occhio (la polizia ha sparato proiettili in faccia) insieme a più di 5.558 persone che denunciano violazioni dei diritti umani.

Finora nessun tentativo di sostituire la Legge fondamentale ha avuto successo. I costituzionalisti concordano sul fatto che il testo è stato redatto in modo tale che le frange conservatrici della società possano rimanere al potere, anche dopo la fine della dittatura.

Da questo punto di vista devono esseri chiare tre elementi: che la piazza ha giocato un ruolo fondamentale, che nella “calle” è stato decisivo il movimento femminista, e che la lotta è solo all’inizio. Vediamo perché.

«La piazza è stata decisiva. Senza di ciò non sarebbe successo nulla», spiega al quotidiano argentino Pagina12, Fernando Atria, professore di diritto all’Università del Cile e presidente del movimento Fuerzo Común. «Il processo costituente è stato aperto dalla mobilitazione popolare, questo è molto chiaro. La classe politica lo accetta con riluttanza, attribuendosi un ruolo più importante di quanto non abbia in realtà».

Il professore dell’Istituto di Storia dell’Università Cattolica e ricercatore COES (Centro di Studi sui Conflitti e la Coesione Sociale), Manuel Gárate ha ben chiaro quello che sta per succedere: «I problemi e le sfide più grandi – spiega al giornalista argentino – sono l’eccesso di aspettative sui cambiamenti futuri. Ci aspetta un lungo processo deliberativo non privo di conflitti e tensioni. La clausola di approvazione dei due terzi (per ogni articolo della Costituzione) costringerà i costituenti a raggiungere accordi e a negoziare a lungo». Lo storico ritiene che ci sarà un periodo importante in cui la convenzione dovrà concordare le sue regole di funzionamento, e che questo è di solito un momento teso, lungo ma necessario. «Allora è importante che le autorità democratiche, i partiti e le altre organizzazioni della società civile facciano un’ampia pedagogia per spiegare cosa ci si può e non ci si può aspettare da un processo costituente. La mobilitazione sociale e la protesta continueranno sicuramente, anche se forse con meno forza rispetto al 2019. L’Esecutivo ha l’importante responsabilità di proteggere il processo e di evitare eccessi ad entrambe le estremità e di non approfittare della situazione per imporre la propria agenda o un progetto precostituzionale. Deve anche inquadrare e regolare molto bene l’azione della polizia ed evitare gli abusi che abbiamo visto negli ultimi mesi».

Claudio Fuentes, politologo e ricercatore dell’Università Diego Portales, avverte che bisogna tener conto della natura multipartitica del sistema politico cileno. «Non c’è la maggioranza assoluta di una tendenza. La grande sfida sarà quella di stabilire i minimi costituzionali di base per raggiungere un accordo che, secondo la legge, richiede i due terzi. Pertanto, sono necessari accordi da parte di diverse forze politiche per un minimo costituzionale». La seconda sfida per Fuentes è che, indipendentemente dal processo, «c’è una richiesta dei cittadini di partecipare, di essere protagonisti di questa trasformazione. Dobbiamo vedere come le élite, che saranno nella Convenzione Costituente, potranno aprirsi ad includere diversi attori e agenti sociali, meccanismi di partecipazione non vincolanti, consigli comunali, ecc. Ciò richiede una convenzione aperta, altrimenti sarà percepito come un accordo dalla cupola”.

«I settori politici non sono molto consapevoli del ruolo che la protesta e il movimento sociale svolgono nel processo», aggiunge Fuentes. “La Convenzione Costituente cerca di aprire a meccanismi di partecipazione più inclusivi: parità, seggi riservati alle popolazioni indigene, partecipazione degli indipendenti. Ma è costato molto, perché è un’idea che va controcorrente per le élite, che non vogliono rinunciare al potere. È una storia ben nota in America Latina. Questa tensione deve essere risolta».

Gárate ricorda che già dal 2006 con la cosiddetta “rivoluzione dei pinguini” – termine che allude popolarmente alla divisa della scuola pubblica – e il movimento studentesco del 2011, la protesta e i disordini si sono fortemente intensificati. «La protesta e i disordini sono continuati per anni con sporadici scoppi sociali in tutto il paese, ma la pentola era ancora sotto pressione. Il sistema politico, in generale, non è stato in grado di risolvere queste richieste o sono state bloccate o ritardate dall’opposizione come è successo al secondo governo di Michelle Bachelet. Così la protesta sociale, soprattutto dall’anno scorso, ha costretto la classe politica a guardare ai problemi del Cile a testa alta e a porre fine al discorso compiacente degli ultimi 20 anni, che ci ha raccontato i successi e lo sviluppo del Paese, mentre un enorme malessere e frustrazione accumulati sul costo della vita e il debito endemico che promuove e incoraggia il nostro modello di sviluppo». E aggiunge: «La classe politica è stata reattiva; ha raggiunto un importante accordo lo scorso 15 novembre, ma “in extremis”. Credo che ancora non misurino l’entità dei disordini sociali e che stiano cercando di approfittarne in una prospettiva a breve termine. Per evitare un rovesciamento autoritario, è fondamentale che la cosiddetta classe politica si apra ad una partecipazione diversificata di cileni che non sono militanti di partito, e per capire che il Cile di oggi è molto più complesso di 30 anni fa e richiede una maggiore partecipazione e un rinnovamento dei suoi rappresentanti. Senza la mobilitazione dei cittadini nulla di ciò che stiamo vedendo in questi giorni sarebbe probabilmente accaduto. Nulla ci assicura il successo nel processo futuro, ma si è aperta una strada per superare la crisi sociale e politica scatenatasi lo scorso 18 ottobre».

La Costituzione del 1980 mantiene una serie di blocchi istituzionali e politici su questioni che la società chiede da anni, spiega Gárate al quotidiano argentino di sinistra. Una vera e propria macchina legale al servizio dell’élite di Pinochet che include i quorum di supremazia nel Congresso che, anche quando viene approvata una legge, ha una Corte Costituzionale che può bloccare qualsiasi tentativo di cambiare questioni come le pensioni, la sanità, l’istruzione, l’alloggio o l’assistenza all’infanzia. «Ma sicuramente la necessità di un cambiamento costituzionale ha anche una componente politico-simbolica, nel senso di concordare ancora una volta come progettare il patto sociale per i prossimi 50 anni e con la possibilità storica di farlo con la parità di genere. Una costituzione democratica non risolve probabilmente nessun problema particolare in tempi brevi (tranne il non meno importante problema della sua legittimità originaria), ma apre un modo più partecipativo di discutere, deliberare e rendere la classe politica più in sintonia con l’elettorato», dice l’accademico.

Il “Maggio 68 femminista” del 2019

Fin dall’inizio della pandemia, il movimento sociale più attivo è stato il movimento femminista. Come nei decenni precedenti, le organizzazioni per affrontare la crisi economica, o “ollas comunes”, sono guidate da donne”, ricorda, sempre a Mediapart, Antonia Orellana.

Le “ollas comunes”, letteralmente “stufati comuni”, sono mense popolari, autogestite dai vicini e dalle organizzazioni sociali, che distribuiscono cibo in modo solidale e gratuito. In questi mesi di pandemia, sono diventati vitali per le popolazioni precarie che, nonostante la quarantena e il coprifuoco ancora in vigore, continuano a protestare per la loro situazione. Anche qui le donne sono all’avanguardia.

“L’attuale crisi sanitaria ha esacerbato le precedenti crisi. Il movimento femminista aveva già rivelato la violenza strutturale del sistema neoliberale evidenziando la crisi dell’assistenza. La cura e il lavoro domestico riproduttivo sono di esclusiva responsabilità delle donne”, dice Camila Aguayo.

Anche prima dell’estallido social del 2019, c’è stato un “maggio-68 femminista”. Nell’autunno del 2018, migliaia di donne sono scese in strada e nelle istituzioni educative per chiedere la fine della violenza sessuale e del sistema patriarcale nelle università, nelle scuole e nei collegi. Adolescenti, giovani studenti e insegnanti hanno condiviso le loro esperienze per denunciare questo sistema che da decenni produce continue molestie e abusi di potere. Sono state presentate denunce contro insegnanti, funzionari pubblici e rinomati accademici, che hanno portato a dimissioni e licenziamenti.

Ci sono state anche petizioni che chiedevano asili nido per i figli delle studentesse, protocolli per facilitare le denunce di molestie e l’educazione non sessista. Per un intero mese le donne sono state protagoniste, il che spiega perché ci sia stata una massiccia mobilitazione in occasione della Giornata internazionale dei diritti della donna nel marzo 2019.

“Credo che il movimento femminista abbia avuto un ruolo importante nella rivolta sociale, se si considera la portata del “maggio-68″ femminista del 2018. Sono state le femministe a dare ancora una volta il via alla mobilitazione iniziale del 2019 con la mobilitazione dell’8 marzo”, ha spiegato al quotidiano francese on line, Mediapart, Camila Aguayo, membro e portavoce dell’Assemblea Plurinazionale Femminista, che riunisce diverse associazioni e gruppi, e il cui obiettivo è quello di immaginare un’Assemblea Costituente di parità.

Questo spiega la natura spiccatamente femminista del movimento sociale. Uno dei suoi aspetti più notevoli è stata la performance del collettivo Las Tesis del 25 novembre 2019, in un momento in cui la mobilitazione si stava esaurendo a causa della violenza della repressione. Quella performance ha permesso alla gente di tornare in strada quando la violenza della repressione era molto dura e c’era il timore di manifestare. Questo ha provocato mobilitazioni spontanee e raduni di donne lontane dai grandi centri, e ha permesso di sfidare il principale attore della repressione, i carabinieri cileni”, dice Antonia Orellana, una giovane attivista del Fronte femminista per la convergenza sociale, che appartiene alla Rete cilena contro la violenza contro le donne.

Era passato poco più di un mese dall’inizio delle proteste per l’aumento delle tariffe della metropolitana a Santiago. Mentre si svolgevano le manifestazioni quotidiane, le autorità avevano imposto il coprifuoco. E la violenza della polizia è stata segnata da aggressioni sessuali, come testimoniano le decine di denunce registrate dall’Istituto nazionale per i diritti umani e dalla procura. La smobilitazione era all’orizzonte. E all’improvviso, decine di giovani donne si sono riunite per questa ovvia performance che ha fatto il giro del mondo, e hanno contribuito a dare nuova vita al movimento.

Per Constanza Valdés Contreras, membro dell’Associazione degli avvocati femministi (Abofem) e attivista transgender, è importante analizzare come la rivolta sociale abbia avuto un impatto diretto su molte delle questioni di genere che erano state affrontate in precedenza in questo “Maggio-68 femminista”, relative alla violenza, alla discriminazione e alla disuguaglianza. “Da questo punto di vista, i sostenitori del cambiamento del modello di questo patto sessuale e politico stabilito dalla Costituzione [che permetteva il diritto di rifiutare qualsiasi modifica legislativa, per esempio per permettere l’aborto – ndr] hanno approfittato del dinamismo di questa rivolta sociale”, dice Valdés.

Per Valdés, che appartiene anche al coordinamento lesbico “Per rompere il silenzio”, le organizzazioni femministe hanno così potuto imporre le questioni di genere nel dibattito pubblico. Francisca Rodríguez è una delle fondatrici e attuale presidente dell’Associazione nazionale delle donne rurali e indigene (Anamuri), di cui è attivista da 22 anni. La sua organizzazione si dedica alla promozione dello sviluppo delle donne rurali e dell’autonomia alimentare. È entusiasta di vedere questo nuovo sangue scorrere nella lotta femminista. “Dal 18 ottobre, da questo bel femminismo, portato da queste giovani ragazze che si esprimono così liberamente, è emersa una nuova cultura.

All’inizio, esse lottano per la loro sovranità, e più avanzano nella loro lotta, più pensano anche alla sovranità del loro paese. Pensare a questo significa riunirci tutte insieme in un grande progetto popolare dove possiamo andare avanti e fare questo nuovo Cile, che senza dubbio contribuirà alla lotta in America Latina”, dice ottimisticamente Rodríguez convinta che questi cambiamenti vadano ora “oltre le questioni di genere”.

La sensibilizzazione si sta svolgendo a tutti i livelli. “Vediamo cambiamenti nel linguaggio, vediamo sguardi diversi, ci temono molto di più, perché noi donne abbiamo dimostrato di avere un’incredibile capacità di creare, di pensare, di costruire. Per tutta la vita, tutto questo è stato svalutato e non riconosciuto, e oggi viene alla ribalta”, dice il presidente di Anamuri. La sua diagnosi coincide con quella di Karen Vergara Sánchez, giornalista e coordinatrice del progetto “Somos Aurora CL”, che ha studiato la violenza espressa dagli uomini su Internet e sui social network a causa della presenza delle donne nello spazio pubblico. Nei mesi successivi all’esplosione sociale del 18 ottobre, Vergara ha notato “un aumento di questa violenza, anche se era stato percepibile già nel 2016 quando le richieste femministe sono aumentate.

Ogni progresso nei diritti delle donne è stato accompagnato da una reazione conservatrice molto importante, che è stata rafforzata dall’arrivo al potere di Sebastián Piñera [il presidente conservatore eletto nel 2018]».  

La maggior parte delle attuali lotte femministe convergono su un punto comune: la necessità di emendare la Costituzione attuale e che l’organo che la redigerà sia un organo di parità. Queste donne chiedono voce, voto, partecipazione e leadership.

Oltre alla parità, Camila Aguayo, dell’Assemblea Plurinazionale Femminista, ritiene che la lotta femminista “debba tener conto del fatto che oggi non esiste un’unica categoria, e che ci sono donne storicamente escluse, come nel caso delle popolazioni indigene e di quelle di origine africana”.

Rodríguez fa notare che “nel movimento del 18 ottobre, durante la rivolta popolare, c’erano due simboli importanti: la bandiera cilena, che ancora una volta è diventata un simbolo del popolo, e la bandiera mapuche, simbolo di lotta”. “Guardiamo con profonda ammirazione alla lotta del popolo mapuche, al dolore che ha sofferto, ma anche al fatto che essa simboleggia il fatto che siamo un Paese multiculturale. È necessario avere una Costituzione che garantisca l’uguaglianza e la diversità. È importante che sia presente l’opinione delle donne rurali. Non vogliamo dimenticare, né vogliamo che i guadagni degli ultimi anni vadano persi o riconquistati”.

*articolo apparso su www.popoffquotidiano.it

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