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Da un po’ di tempo domina una politica di piccolo cabotaggio che viaggia lungo le coste, incapace di navigare nel mare aperto di programmi e prospettive di lunga durata. Rapida affermazione di forze politiche che nascono come funghi dalla notte al mattino e, in alcuni casi, hanno anche una vita politica relativamente breve. Le loro radici sono poco interrate nella storia politica, imparagonabili con le formazioni partitiche della “vituperata” prima repubblica: il PSI datava dal 1892, la DC dal 1919, il PCI dal 1921, liberali e repubblicani affondavano le loro origini nel Risorgimento, il Movimento Sociale Italiano si riferiva a un ceppo nato nel 1919. Invece: i Cinquestelle sono del 2009, il Pd del 2007, Fratelli d’Italia del 2012, la Lega Salvini Premier del 2018, Italia Viva del 2019 e via di seguito. Nascite recenti, anagraficamente proveniente da nonni e bisnonni vecchi dimenticati. Tutte hanno qualcosa che li accomuna: scarso radicamento sociale, carenti o deboli strutture organizzative territoriali, un elettorato fluido che scorre dall’una all’altra, che facilmente s’innamora del politico del momento per poi altrettanto facilmente disprezzarlo, favorendo un trasformismo motivato dallo scopo di vivere alla giornata, difendendo le posizioni come, per fare un esempio, passare dall’alleanza di governo dei Cinquestelle con la Lega di Salvini a quella col Pd, nel tempo breve di un cambio di camicia.

Significativa è la biografia dei Cinquestelle con la sua “classe” politica generata, secondo la loro favola bella, dal ventre del popolo e non dalle caste di partito. Nati grazie al dono della democrazia online gestita da un amministratore privato, la piattaforma Rousseau è diventata il luogo dove si decide senza decidere, si approva la volontà di pochi, si pratica una democrazia che fa fine e non impegna. Negata l’idea di organizzazione politica si è lasciato il campo a “comitati elettorali” con base informe, i cui singoli componenti si muovono per una limitata propaganda spicciola nel loro rispettivo ambiente alla vigilia delle elezioni, senza quel continuo contatto reciproco che favorisce gli scambi di opinione e di esperienza e sviluppa il senso critico.

Dopo aver vinto le ultime elezioni politiche col 33% dei voti nel 2018, dei Cinquestelle sono rimasti gli eletti. Conquistato posti al governo restano i ministri. Conquistato il consenso in nome del “contro tutti gli altri” restano i demagoghi puri, gli ortodossi dell’onestà ontologica, i movimentisti, i piattaformisti roussoniani e i partitisti del movimento non partito. I consensi sono calati vistosamente, così come altrettanto erano saliti. E allora? C’è chi propone di ritornare alle origini movimentiste e cliccocratiche, ridare fiato al “proprio” popolo che intanto è diminuito di numero, niente partito, ostilità alle alleanze col PD, no al terzo mandato istituzionale. E chi, stanco del sogno di una nuova forma politica governata dall’intelligenza collettiva della piattaforma Rousseau, vuole emanciparsi da essa, tuttora organo ufficiale del movimento. Darsi un modello di funzionamento più simile a quello partitico: assemblee territoriali, costruzione di una piattaforma politica, individuazione di un direttorio autorizzato a decidere e a scegliere le alleanze elettorali, le deroghe al terzo mandato e, magari, tanto per rispettare il rito, sottoporre poi le cose fatte al parere, solitamente positivo, del simulacro online. Di questo e altro, in un contesto “cupo” di crisi economica e sanitaria, discuteranno gli stati generali del Movimento previsti per il 7-8 novembre, undici anni dopo la nascita dei Cinquestelle. Nel frattempo il Movimento corre non tanto il pericolo di una scissione organizzata da una fazione, quanto quello di subire smottamenti in ordine sparso e direzioni diverse.

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