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Oggi il sindacato Unia Regione Ticino e Moesa ha reso noti i risultati di una recentissima inchiesta effettuata sui cantieri ticinesi in merito alle misure minime, obbligatorie e non, adottate dalle imprese edili per salvaguardare la salute individuale della forza-lavoro impiegata.

Il numero di cantieri visitati rappresenta indubbiamente un valore statistico di rilievo, visto che sono stati analizzati 132 cantieri su un totale che oscilla trai 900 e i 1’000. Questa inchiesta si colloca nella stessa direzione (e ne conferma in parte i risultati) di quella effettuata, a fine ottobre, dall’MPS presso 4’000 indirizzi di funzionari e funzionarie dell’amministrazione cantonale.

Anche in questo frangente, il campione è stato molto significativo: su 4’000 inchieste inviate, le risposte sono state infatti 724, pari al 18% dei dipendenti cantonali contattati. L’inchiesta è stata costruita su una decina di domande che indagavano le misure di igiene sui luoghi di lavoro (mascherina, disinfettante, pulizia locale e distanziamento) e sul rispetto dell’applicazione della direttiva sul telelavoro. Dall’inchiesta è emerso un quadro molto eterogeneo, fatto di dipendenti soddisfatti e ben protetti e di altri confrontati a pericolose mancanze in materia di protezione della salute che producono molta insoddisfazione. La conclusione dello studio dell’MPS era la seguente: «Sembra quindi che manchi una politica di insieme che coinvolga tutta l’amministrazione, mancano dei controlli regolari. L’applicazione di quanto emanato è lasciata alla capacità o volontà di singoli funzionari dirigenti e direzioni, che non sempre sembrano sensibili e capaci nel recepire la difficile situazione COVID-19»[1].

L’inchiesta di Unia ha ripreso buona parte delle domande contenute nell’inchiesta effettuata presso l’amministrazione cantonale. Due differenze di peso caratterizzano i due settori professionali passati in rivista. In primo luogo, nell’edilizia non esiste la possibilità del telelavoro. Ciò che sembra un’ovvietà ha invece un peso determinante: tutta la produzione avviene in cantiere ciò che richiederebbe misure di protezione e di controllo ancora più ferree. In secondo luogo, questa produzione richiede un’elevata cooperazione del lavoro, ciò che riduce fortemente l’impatto delle già debolissime misure imposte dalle ordinanze emanate dalla Confederazione e perfezionate dalla Seco in collaborazione con la Suva. 

Infine, è importante riportare la premessa del sindacato: i criteri di valutazione delle misure di protezione individuale e del sistema di controllo sono state volutamente ridotte al limite. Ciò significa, per esempio, che per quanto riguarda l’ottemperamento della presenza di disinfettante in cantiere, è stato considerata l’implementazione di almeno una postazione per cantiere (per esempio all’entrata). Alla stessa stregua, se nel cantiere è affisso un semplice foglio con le entrate e le uscite degli operai, l’esistenza di un sistema di tracciamento è stata considerata come rispettata. Criteri molto blandi ma, come vedremo, neppure lontanamente rispettati…

I principali elementi emersi dall’inchiesta di Unia

Per quanto riguarda il disinfettante, l’inchiesta del sindacato ha fatto emergere che le imprese edili lo forniscono nella misura del 75% ma è quasi esclusivamente presente nelle baracche di cantiere. Ben più grave è il fatto nel 74,24% dei casi «non esistono apposite postazioni con disinfettante collocato in cantiere, a disposizione di tutti i lavoratori attivi (muratori, artigiani, direzione lavori, fornitori, ecc.)». Una grave lacuna se si pensa che un cantiere può essere composto da due palazzi di 5 piani ciascuno, nel quale possono essere attivi più di 50 operai simultaneamente su una superficie di lavoro estesa. Quindi un operaio al 5° piano di una palazzina dovrebbe abbandonare regolarmente la propria postazione per scendere nella baracca a disinfettarsi diverse volte al giorno le mani. Considerati i ritmi assolutamente folli che caratterizzano oggi tutta la catena produttiva di un cantiere, è comprensibile come il singolo operaio si trovi nell’impossibilità di poter ricorrere sistematicamente al disinfettante quando questo si trova lontano dalla sua postazione di lavoro.

Per quanto riguarda la fornitura di mascherine, questa misura è sicuramente quella più rispettata. Nell’84,85% dei casi le ditte edili mettono a disposizione dei loro operai questo strumento di protezione individuale. Il restante 15,15% invece scarica semplicemente sui singoli lavoratori la responsabilità di dotarsi di una mascherina. Fra le 112 ditte che mettono a disposizione le mascherine, il 9,82% lo fa ogni giorno, l’1,79% una volta la settimana, il 7,14% molto raramente (meno di una volta la settimana) e l’81,25% su richiesta degli operai.

In merito alla questione decisiva dalla presenza di un sistema di tracciamento in cantiere, almeno sottoforma di una sorta di albo posto all’entrata del cantiere con scritto l’orario di arrivo e di uscita dei lavoratori che vi transitano, la situazione è assolutamente preoccupante. Dall’inchiesta emerge la quasi totale mancanza di responsabilità padronale nell’approntare questo sistema di contenimento della propagazione di eventuali focolai pandemici presenti sui cantieri. Eppure, anche in un cantiere di medie dimensioni si può registrare quotidianamente la presenza di più di 20 operai appartenenti a diverse ditte, i quali anche nell’arco di un giorno possono spostarsi su uno o due cantieri, trasformandosi in vettori importanti del virus. Dall’inchiesta sindacale si apprende che dopo il lock-down di marzo-aprile, solo il 22,73% dei cantieri (30 su 132) ha introdotto un sistema di tracciamento di base! Addirittura, sono solo 6 i cantieri che hanno mantenuto in vigore seriamente questo sistema per almeno 4 mesi. In 19 cantieri il tracciamento non ha superato la durata di vita dei due mesi… Da questo punto di vista, la situazione è ulteriormente peggiorata con la seconda ondata pandemica. Infatti, solo il 13,64% dei cantieri presentava nel mese di novembre un sistema di tracciamento, ossia 18 cantieri su 132! Questi dati confermano indiscutibilmente come i cantieri ticinesi costituiscano una realtà produttiva priva di qualsiasi controllo elementare esercitato a posteriori in materia di ricostruzione e, quindi, di contenimento dei focolai infettivi.

Infine, l’inchiesta ha affrontato la questione del distanziamento nelle baracche e la pulizia/igienizzazione dei locali comuni (baracche e bagni). In primo luogo, è stato chiesto se le baracche sono sufficientemente grandi dal garantire la distanza di 1,5 metri fra ogni edile seduto (oppure se ogni secondo posto a sedere è mantenuto libero o se si tratta di tavoli da 4 posti). In 75 cantieri su 132, pari al 57,58% dei casi, le baracche sembrano rispettare questi criteri. In secondo luogo, nei casi in cui le baracche non garantiscono il distanziamento sociale, è stata formulata la domanda quali misure sono state prese per risolvere questo problema (per esempio pausa pranzo a turni). Ebbene, nell’85,71% dei casi le ditte non hanno organizzato la benché minima misura per ovviare a questa pericolosa situazione. La responsabilità è stata anche in questo caso scaricata sugli operai. È facile immaginare che con il freddo i muratori avranno la tendenza a intasarsi nelle baracche, alla ricerca del calore necessario, infrangendo così l’obbligo del distanziamento sociale…

Per ultima la questione dell’incremento delle procedure di pulizia e di igienizzazione dei locali comuni durante questa seconda ondata pandemica. In 106 cantieri su 132, pari all’80,30% dei canteri analizzati, la situazione non è assolutamente mutata rispetto ai mesi precedenti. Ovvero nessuna misura speciale, assunta da personale specializzato, è stata adottata dalle imprese per garantire una maggiore igiene ma si continua placidamente con i ritmi normali, diciamo da pre-covid. In diversi casi sono gli operai che spontaneamente cercano di rimediare a questa situazione, come possono, senza gli strumenti necessari atti a garantire una maggiore tasso di igienizzazione dei locali comuni. 

L’inchiesta si conclude, pur senza riportare dati statistici, con la questione dei tanto sbandierati aumenti dei controlli per verificare il rispetto delle norme di protezione personali sui cantieri, compito che sarebbe stato assunto da 5 ispettori Suva supplementari nel quadro dei “controlli Covid-19 sui cantieri” definiti e dalla Seco e della Suva. Ebbene, nessun operaio dei 132 cantieri sotto inchiesta ha confermato di aver visto questi ispettori, né tanto meno di aver subito dei controlli specifici di qualsiasi forma atti a verificare l’applicazione delle misure anti-covid previste. Come dire che gli impresari edili ticinesi hanno potuto agire al di fuori da qualsiasi forma di controllo…

La scelta politica padronale e governativa nella seconda ondata…

L’inchiesta condotta dal sindacato Unia è un ulteriore importante tassello che conferma la linea di condotta attuata dal Governo ticinese e decisa dal padronato, in perfetta sintonia con la strategia decisa a livello nazionale dalle frazioni dominanti del capitalismo svizzero. Una condotta in parziale controtendenza rispetto a quanto avvenuto nel periodo tra marzo e aprile, modello da non replicare durante la seconda ondata.

La politica applicata è semplice. Fondamentalmente si tratta di normalizzare la situazione adottando una serie di misure di contenimento che non intralcino la libertà d’azione economica dei principali settori produttivi del cantone (e del paese tutto) ma che diano allo stesso tempo l’impressione di combattere frontalmente la recrudescenza della crisi pandemica. Il principio fondamentale è quello di garantire la realizzazione dei profitti prima di garantire la salvaguardia della salute collettiva. In questo senso è stato sviluppato un martellamento potente e continuo attorno alla questione della responsabilità individuale quale passo decisivo per arginare la diffusione del virus. Il concetto della responsabilità individuale quale fattore decisivo è stato anche trasferito nell’ambito professionale, nella misura in cui la gestione della pandemia sui posti di lavoro è nei fatti una questione di comportamenti individuali. Fondamentalmente, le imprese, in particolare quelle edili, sono state spogliate da qualsiasi responsabilità diretta a livello della protezione della salute dei lavoratori e, anche, nel contenimento di eventuali focolai. Un’attenta lettura delle disposizioni emesse dalle autorità competenti, sia sottoforma di leggi che di ordinanze, non può che condurre a concludere come nessun vero obbligo collettivo sia imposto alle aziende. Senza parlare della voluta ambiguità per quanto riguarda l’obbligatorietà o meno di certe misure, come anche la definizione di criteri di protezione che successivamente sono svuotati del loro senso da una serie di “deroghe” la cui applicazione si scontra oltretutto con le difficoltà legate ai vari sistemi produttivi (fabbriche, cantieri).

Prendiamo un esempio concreto. Il buonsenso elementare implicherebbe che nei cantieri, soprattutto quelli di una certa grandezza, sia obbligatorio un sistema di tracciamento e, perciò, una registrazione dei dati di contatto. Ebbene, nella Guida pratica per i controlli Covid-19 sui cantieri e nell’industria, elaborata della Segreteria di Stato all’Economia (SECO) e con la partecipazione dell’Associazione intercantonale per la Protezione dei Lavoratori (AIPL) e della Suva, è detto che «Siccome non serve a proteggere i lavoratori, la registrazione dei dati di contatto secondo l’articolo 5 [ordinanza COVID-19 situazione particolare] non può essere annoverata tra i provvedimenti consentiti in ambito lavorativo. È invece consentito (…) formare squadre fisse separate. Il ricorso mirato a questo provvedimento in situazioni idonee porta a un risultato paragonabile a quello dell’articolo 5. (…) Conclusione: la registrazione dei dati di contatto non costituisce una misura di protezione preventiva; è tuttavia un elemento importante per il tracciamento completo dei contatti»[2]. Un’elaborazione complessa. Cerchiamo allora di capire il riferimento alle “squadre fisse”. Sempre nella Guida pratica è possibile leggere quanto segue: «Nel “Rapporto esplicativo relativo all’ordinanza COVID-19 situazione particolare”, commento all’art. 10, si parla di “squadre fisse”. Per chi lavora in queste squadre non sussiste l’obbligo di usare mascherine igieniche. Cosa significa questo per edilizia, artigianato e industria?». Ecco la risposta: «L’attuazione del provvedimento “squadre fisse” viene presa in considerazione solo se è prevedibile che l’uso delle mascherine igieniche non potrà essere efficace, p. es. in caso di lavori fisici pesanti durante giorni di canicola»[3]. Quindi, riassumendo questa gimcana di “ragionamenti”, si arriva alla conclusione che nei cantieri non è necessario applicare dei sistemi di registrazione dei dati e, perciò, non c’è nessuna possibilità di tracciare i lavoratori e, dunque, di individuare e circoscrivere potenziali focolai pandemici. Alla stessa stregua, le autorità competenti affermano che quale soluzione alternativa, si può adottare il “lavoro a squadre fisse”, il quale permette ai loro componenti di produrre senza il ricorso alle mascherine. Però, il ricorso alle squadre fisse non è vincolante, nella misura in cui deve essere adottato solo se non è possibile indossare le mascherine… Tuttavia, sempre secondo le misure vigenti anti-covid, se si rispetta la distanza di 1,5 m sui cantieri, non è necessaria nessuna misura particolare. E neppure se i contatti fra gli operai sono di breve durata (p. es. incontri sui ponteggi, sollevare insieme un oggetto) sono necessari provvedimenti supplementari (p. es. senza mascherina). Ed è solo nel caso in cui certi lavori possono essere svolti solo insieme che è necessaria la mascherina sui cantieri…

Una sola conclusione

Inutile andare oltre. È assolutamente evidente che le misure per contenere la seconda ondata di pandemia sui posti di lavoro sono state concepite esclusivamente per permettere di assicurare la piena funzione dell’apparato produttivo e quindi per non interrompere la catena che porta alla realizzazione dei profitti. L’inchiesta del sindacato Unia ha il merito importante di mostrare concretamente e pubblicamente come sui cantieri la lotta al corona-virus e il rispetto dalla salute dei lavoratori non siano assolutamente presi in considerazione. In cantiere si lavora come se non esistesse la pandemia. Di riflesso, i cantieri sono un potenziale focolaio di infezione e di diffusione del virus ma l’assenza di vere norme di protezione della salute dei lavoratori permette agli impresari edili di produrre senza ostacoli, nella più piena legalità.

L’inchiesta sindacale ha pure illustrato come non sia possibile neppure contare sul buonsenso degli impresari edili, sulla loro responsabilità individuale, compre proprietari individuali dei mezzi di produzione, nella lotta collettiva contro la pandemia.

La situazione che emerge dai cantieri dimostra piuttosto inequivocabilmente la necessità di un intervento politico decisivo, il quale implica la chiusura dell’attività sui cantieri – considerata questa come un’attività non essenziale – per contribuire a rompere, a diminuire, la catena della diffusione del virus. Questa rivendicazione è tanto più decisiva se si considera che l’inverno non è ancora iniziato e, quindi, ci aspettano ancora 3-4 mesi di clima freddo, ciò che aumenta i rischi di contagio in un contesto lavorativo come il cantiere.

Se questa è lo scenario nel mondo dell’edilizia, è lecito pensare che anche in altre realtà produttive la situazione non sia molto differente. Pensiamo in particolare al mondo variegato delle fabbriche. Concludiamo con un invito ai sindacati, ossia quello di produrre inchieste anche in questo settore, le quali dovrebbero sfociare in movimento rivendicativo che preveda la chiusura di tutte le attività non essenziali. Altrimenti l’alternativa nei prossimi mesi rischia di essere quella della “ruota del criceto”, dove la ruota è quella delle nuove ondate di pandemia, mentre i criceti rischiamo di essere tutti noi…


[1] MPS, Sondaggio sull’applicazione delle direttive COVID-19 tra il personale dell’Amministrazione cantonale, Bellinzona, 8 novembre 2020, pp. 1-2.

[2] SECO, Guida pratica per i controlli Covid-19 sui cantieri e nell’industria, versione 2 del 13 novembre 2020, p. 4.

[3] SECO, Guida pratica per i controlli Covid-19 sui cantieri e nell’industria, versione 2 del 13 novembre 2020, p. 6.

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