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Una riflessione di Adriana Guzmán, punto di riferimento del femminismo comunitario antipatriarcale in Bolivia, sulle elezioni che hanno restituito il governo al Movimento per il Socialismo. Il ritorno alla democrazia dopo il golpe razzista e le sfide che dovrà affrontare il partito del neoeletto Luis Arce (Red).

Il giorno delle elezioni c’era molta incertezza, in primo luogo perché non sapevamo se le elezioni si sarebbero davvero svolte fino al momento in cui tutti stavano effettivamente votando e, inoltre, c’era una certa calma che credo fosse principalmente dovuta alla militarizzazione: non avevamo mai votato con i militari nei seggi. In generale, erano sempre le istituzioni elettorali ad essere presenti e non la polizia e l’esercito come ieri. Forse controllavano le misure di sicurezza sanitaria. C’era una calma che assomigliava molto alla paura. Non c’era certezza che i risultati delle elezioni sarebbero stati rispettati, perché la vittoria del Movimento per il Socialismo (MAS) era data quasi per certa.

L’anno scorso, in un’elezione nella quale c’erano state accuse di brogli che non sono mai state verificate, c’era già una differenza del 10%, alla quale si aggiungono le persone che sono tornate a riporre la loro fiducia nel MAS ma che nel 2019 non lo avevano votato per via di alcune critiche e interrogativi. E, inoltre, bisogna aggiungere la percentuale di voti che punisce il golpe: il governo de facto ha abbandonato la sanità, ha aumentato la corruzione e ha generato massacri. Ci sono stati 11 mesi di terribili violenze che abbiamo subito dallo Stato, quindi era chiaro che il MAS avrebbe vinto.

Ieri è stata una giornata difficile. C’era una forte umiliazione nei seggi elettorali dove i militari ti maltrattavano, c’erano delegati di Comunidad Ciudadana [coalizione di centrodestra costituita a sostegno della candidatura di Carlos Mesa nelle elezioni del 2019 – ndt] che ti insultavano non tanto per essere masista, ma per essere indigeni, per avere la faccia che abbiamo. Ci sono state manifestazioni di razzismo.

La questione elettorale è stata risolta ma non sono stati risolti il razzismo e l’interesse dei proprietari terrieri a voler avere il controllo del Paese, l’amministrazione statale, l’impunità sull’estrattivismo e le colture transgeniche sul territorio.

Con un governo de facto che continua ancora oggi, le gioie sono difficili, bisogna andarci con cautela. Ci sorprende la forza del voto a sostegno del MAS. Pensavo che si sarebbe raggiunto quasi il 50% ma non il 52% che sicuramente con lo scrutinio finale salirà ancora di più. In ogni caso, dobbiamo essere vigili perché il governo de facto è ancora in carica e bisogna vedere quale sarà la posizione delle forze armate, che sono costituite dai carnefici stessi. Nonostante il MAS abbia vinto, ci saranno molte lotte di cui il governo dovrà farsi carico. Una di queste sarà la lotta per la stabilità perché questi gruppi continueranno a destabilizzare il paese.

Il voto di Luis Fernando Camacho [membro del Movimento Nazionalista Rivoluzionario e principale sostenitore delle dimissioni di Morales nel 2019 – ndt] a Santa Cruz e in altri luoghi ci mostra come in Bolivia ci sia ancora una forte frammentazione. È storica. Come ha detto Felipe Quispe [politico Aymara, leader del Movimento Indigeno Pachakuti, critico nei confronti di Morales – ndt], esistono due Bolivie: una coloniale, proprietaria terriera e oligarchica, più una classe media che aspira a diventare borghesia; e un’altra indigena, autoctona, delle comunità. Manca ancora questo da risolvere: reinventare un modo di esistere nel nostro Paese.

Bisogna anche guardare in quali condizioni lasceranno lo Stato: c’è molta corruzione, contratti sconosciuti, la privatizzazione dell’ente di idrocarburi, la legge sulle colture transgeniche. C’è anche il tema della giustizia: Yanine Añez [membro del Movimento Democratico Sociale e Presidente ad interim dopo le dimissioni di Evo Morales – ndt] e Arturo Murillo [membro del partito Unità Nazionale e Ministro dell’Interno del governo ad interim – ndt] andranno in galera? Verranno processati per le stragi, il genocidio, le repressioni, i 36 fratelli massacrati, le ferite, i feriti, gli orfani e la violenza sessuale contro le donne?

Per noi è difficile continuare a far parte di un governo plurinazionale e costruire un processo di cambiamento se non ci verrà fatta giustizia.

Sappiamo che sono condizioni complesse perché le forze armate sono presenti e l’incertezza principale è che, fino a questo momento, il Tribunale Elettorale Supremo non ha presentato dati ufficiali e il controllo che sta facendo è talmente lento che non so se questa settimana avremo dati ufficiali: questo genera incertezza ed è un meccanismo di questo governo de facto.

Per il femminismo comunitario questa è una vittoria del popolo, della whipala [bandiera di forma quadrata multicolore, rappresentativa dei popoli nativi che vivono nei territori andini che facevano parte dell’antico Impero Inca – ndt]delle polleras [gonna lunga tradizionale delle popolazioni sudamericane – ndt], è sapere che il razzismo e il fascismo hanno perso, è un messaggio al mondo come popoli che nei nostri territori non c’è spazio per il fascismo e che il razzismo non tornerà, è un atto di dignità al di là dello stesso Movimento per il Socialismo e della competizione tra i partiti. È una decisione del popolo. È dignità. Ora dobbiamo costruire tutto quanto di materialmente necessario affinché ciò avvenga.

Come femministe, è un atto di riparazione perché la percentuale ottenuta dal MAS è la certezza che, primo, non ci sono stati brogli e che, secondo, sì c’è stato un colpo di stato. Un golpe negato, così come viene negata la voce delle donne quando denunciano violenze e stupri e così come non vengono credute. Così è successo anche a noi come popolo, quando in molti hanno iniziato a discutere se si trattasse o meno di un colpo di stato: la decisione del popolo alle urne è un atto di riparazione di fronte a quelle voci che negavano il colpo di stato razzista e fascista.

Ci resta la responsabilità come femministe comunitarie e antipatriarcali di difendere e rafforzare il processo di cambiamento, perché esiste anche la possibilità che il MAS salga al governo e non rafforzi il processo e noi vogliamo vivere bene non solo in teoria. Vogliamo dignità, cibo e salute.

Per noi femministe, la responsabilità durante il colpo di stato è stata quella di denunciare e di lottare per la giustizia. E ora, con questo risultato elettorale, quella responsabilità continua. Non importa che il segretario generale dell’Organizzazione degli Stati Americani, Luis Almagro, plauda alle elezioni: è un complice del colpo di stato. L’Organizzazione degli Stati Americani ha responsabilità per i massacri e il nostro ruolo sarà quello di chiedere giustizia e che siano processati tutti i responsabili coinvolti: il candidato Carlos Mesa, Luis Fernando Camacho, i proprietari terrieri, i paramilitari e tanti altri. La nostra resistenza sarà quella di smantellare i gruppi paramilitari dai territori e chiedere che il nuovo governo faccia giustizia.

Siamo grati alle organizzazioni femministe e di sinistra che attraversando i confini ci hanno sostenuto in questi 11 mesi e sono riuscite a rompere l’assedio mediatico. Durante il colpo di stato ci hanno inviato medicinali per resistere alla pandemia. Abbiamo sperimentato una resistenza senza frontiere, principalmente con le sorelle femministe argentine.

*L’autrice è attivista lesbica Aymara e referente del femminismo comunitario antipatriarcale. Questo articolo è una traduzione da Revista Cítrica, ed è disponibile in originale sul sito. Traduzione a cura di Michele Fazioli per DINAMOpress.

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