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Pubblichiamo questo interessante e chiaro articolo su un meccanismo (quello dello scambio di crediti di emissione di CO2) che, lo ricordiamo, è anche uno dei meccanismi previsti dalla nuova legge sul CO2 sulla quale è in corso un referendum che noi sosteniamo (Red).

Sembra assurdo, eppure il commercio dell’inquinamento esiste davvero, ed è un business milionario, con una propria borsa, e tanto di indici, quotazioni, bollettini di scambio e compagnia cantando. È il mercato del CO2 in cui le imprese, proprio come succede per le obbligazioni finanziarie, possono comprare, vendere e commerciare fra loro “crediti di carbonio”, cioè veri e propri permessi di inquinare. (1)

I permessi di inquinare si comprano

Nascosto dal greenwashing, il commercio dei permessi di inquinare (ET) è il principale strumento di politica ambientale adottato, per minimizzare i costi di riduzione delle emissioni e controllare l’inquinamento globale. Elemento centrale del Protocollo di Kyoto, l’approccio di mercato basato sugli incentivi dei profitti, inserito per convenienza economica fra i Meccanismi Flessibili (2), sarebbe infatti la soluzione trovata dalla diplomazia ai cambiamenti climatici.

EU – ETS il primo mercato mondiale di CO2

Il mercato dell’aria inquinata è stato creato in sostanza per legge dalla direttiva europea, ed è una specie di “fondo comune” gestito da Banche private, al quale ogni Stato deve contribuire in una certa misura.
Teoricamente questo mercato include due tipi di commercio di emissioni, e si basano su due principi.
Quello del “cap and trade” nel quale, definito un limite massimo di emissioni “cap”, lo stesso viene suddiviso in un certo numero di permessi negoziabili, poi distribuiti fra i soggetti obbligati partecipanti, per un periodo di tempo determinato. E quello del “baline and credits”.
Quest’ultimo, al contrario, non ha un limite assoluto, ma si aggancia ad un progetto sostenibile e genera “crediti di emissioni” che possono essere venduti sul mercato o impiegati per compensare emissioni in eccesso.
Il sistema della compravendita d’aria pulita fra paesi industrializzati, è lo schema tradotto dall’Europa per recepire Kyoto e ripartire, fra i settori industriali maggiormente responsabili dell’inquinamento, l’obbligo di riduzione di emissioni assunto.

Il meccanismo è perverso

Istituzionalizzato con Direttiva 2003/87/CE e successive modificazioni, quale strumento attuativo dell’Accordo internazionale, l’Emission trading scheme europeo (EU- ETS), è il primo mercato mondiale entrato in funzione per lo scambio di quote di CO2 fra persone fisiche o giuridiche all’interno della Comunità, e dei Paesi terzi aderenti con un accordo bilaterale.
In vigore dal 1° gennaio 2005, l’EU–ETS è anche il più esteso mercato di titoli/crediti di carbonio del mondo in costante crescita dalla sua introduzione.
Questo complesso quanto assurdo meccanismo nato per disincentivare le emissioni di gas serra, è però un sistema perverso e irrazionale che funziona solo in condizioni d’equilibrio tra domanda e offerta.
Il sistema cap-and-trade infatti dovrebbe servire a far salire il prezzo delle quote di carbonio, dato che sono in numero definito e limitato.  Ma …c’è un ma.

Un business che non conosce crisi

Anche se solo una parte delle quote/permessi di inquinare è assegnata gratuitamente o tramite asta, e le altre devono essere acquistate sul mercato, quando la domanda scende, si crea un surplus di offerta, e il prezzo dei “permessi d’inquinamento” crolla.
Risultato: il capitalismo va in crisi e il sistema rivela tutte le sue criticità. La distribuzione di una montagna di permessi e la concessione di moratorie, alle grandi industrie, avvenuta nelle prime due fasi di implementazione dell’ETS, ha causato un forte abbattimento del prezzo delle licenze.
Dai 35 euro iniziali la quota di CO2, che corrisponde a 1 tonnellata di emissioni equivalenti, è arrivata a costare anche 2 euro, privilegiando una imponente speculazione.
D’altra parte, se i complessi industriali ricevono incentivi dai Governi per anni, come è successo, ma i consumi diminuiscono, la produzione industriale scende e la domanda delle quote cala.
Così quello che doveva essere il deterrente ad inquinare diventa al contrario un altro bel sussidio per i grandi inquinatori.

Ma il mercato è senza regole

Quella di gestire la riduzione dell’inquinamento attraverso la sua stessa finanziarizzazione, è una strategia dei governi coincisa con la crisi della finanza per pompare soldi nelle banche.
E la green-economy, che per essere chiari non ha ridotto il tasso di emissioni – il più alto da oltre 60 milioni di anni a questa parte –, ne è stato il motore di sviluppo che in pochi anni ha generato un indotto e una speculazione impressionanti.
Essendo infatti il costo dell’acquisto di quote di CO2, trasferito direttamente sui consumatori recapitato in bolletta, industrie e aziende di produzione elettrica hanno continuato ad inquinare.
Costrette a superare i limiti, anziché investire e rinnovare, hanno comprato quote d’aria virtuali di un altro posto meno inquinato o solo meno tassato, e hanno scaricato la reputazione green sui cittadini. 
La “borsa ambientale” è praticamente la scappatoia ideale per i grandi inquinatori agli investimenti in innovazione e riduzione delle proprie emissioni. Ed è l’El Dorado delle cricche finanziarie che in questo mercato di fumo, fanno affari d’oro.
Senza regole, a parte le quote di emissioni ufficiali del meccanismo obbligatorio assegnate ai colossi industriali di ogni Paese, sugli scambi tra privati dei titoli/crediti d’aria, infatti non c’è controllo.
Una mancanza che ha privilegiato la proliferazione di un vasto sottobosco di derivati, contratti a termine che vendono, addirittura, l’inquinamento che sarà prodotto.

Carbon offset un affare succulento

Ma la speculazione in borsa attraverso la negoziazione di titoli d’aria non è tutto.
Una parte dell’affare soprattutto per grandi imprese e banche, che ci ha pure portato ad essere improvvisamente tutti ambientalisti, è la pratica del carbon offset. Con l’exploit di strumenti finanziari direttamente collegati al business dell’aria pulita – la Borsa mondiale “carbon finance” è a Chicago e le attività sono gestite dalla Banca Mondiale – le imprese infatti ritrovano vitalità e con la gabola del marketing green, si riposizionano sul mercato.
I progetti sono spesso discutibili, sponsorizzati in lontani paesi in via di sviluppo (ndr. con parametri quindi meno onerosi) che tuttavia, nell’ambito del Meccanismo di sviluppo pulito incluso da Kyoto, generano crediti di emissioni.
Con la scusa delle compensazioni l’inquinamento prodotto passa così in secondo piano, mentre il messaggio “rispetta l’ambiente” campeggia ovunque e raggiunge la gente comune fino a fare tendenza.
Non ci vuole molto perché questa mercificazione, nonostante le conseguenze regressive, si trasformi in un fatto di obbedienza civile.
Come è facile immaginare le compensazioni di emissioni sono utilizzate soprattutto dai grandi inquinatori, che in questo modo ottengono – alla faccia dei cambiamenti climatici – una specie di “cedola di credito” e massimizzano i profitti.

Con i sistemi di negoziazione, tanti saluti ai buoni propositi

In questo quadro è evidente che chi ha costi bassi decide di fare interventi diretti di adeguamento, mentre industrie, per cui la spesa in tecnologie ad alta efficienza e minore impatto ambientale è elevata, comprano o si procurano permessi.
Energivori abituali, come centrali termoelettriche, cartiere, piuttosto che cementifici, stabilimenti chimici o compagnie aeree così, mentre propinano rincari perché piantano alberi chissà dove, possono inquinare.
E malgrado si prospetti la creazione di una tassa sulla C02, i piani d’azione non ne prevedono l’analisi e l’attuazione, né contemplano una compensazione sistematica di CO2 per prodotto.
Alla fine, in tutto questo mercimonio di intenti, perciò, al di là degli slogan e le etichette, non c’è in effetti neppure una spruzzatina di verde.

* articolo apparso sul sito www.rotonotizie.it

1.  Secondo il Gruppo Servizi Energetici (GSE), “Il mercato del carbonio coinvolge non solo operatori industriali e paesi tenuti a ridurre le proprie emissioni – che rappresentano il lato della domanda di quote di emissione – ma anche investitori, fondi, banche d’affari, fondi pensione, fondi multilaterali del sistema internazionale delle banche di sviluppo. Questi soggetti forniscono risorse finanziarie all’industria a basso contenuto di carbonio (rinnovabili, efficienza, applicazioni per usi finali dell’energia, trasporti sostenibili, gestione rifiuti, gestione forestale sostenibile) in grado di sviluppare progetti che “producono” crediti di emissione, per far fronte ai propri obblighi oppure per averne un ritorno economico”.

2.  Clean Development Mechanism, CDM. Gli altri Meccanismi flessibili inclusi nel Patto di Kyoto sono: l’attuazione congiunta che permette a ciascuno Stato di realizzare progetti di abbattimento delle emissioni in un altro (la Joint implementation JI è in pratica uno strumento di cooperazione; sono progetti eco-sostenibili di cofinanziamento e sviluppo verso Stati con un’economia in via di transizione); e i Clean development mechanism CDM o, meccanismi per lo sviluppo pulito che invece sono il sistema che finanzia l’attuazione di progetti industriali, che riducono senza vincoli le emissioni nei Paesi in via di sviluppo.

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