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È difficile spiegare, è difficile capire, se non hai capito già

“Difficile spiegare cosa si prova a vedere che la propria azienda non è più quel luogo sicuro che pensavi fosse”. Sara (il suo vero nome è noto alla redazione) non nasconde una certa delusione. Mi racconta di essere entrata parecchi anni fa in RSI, di essersi sentita subito fiera dell’ente radiotelevisivo, divenuto poi azienda. Si sentiva parte di un progetto comune e importante: il servizio pubblico.
“Ero sicura del rispetto, della considerazione che nutrivo per l’importanza del mio lavoro. Il mandato pubblico mi dava la certezza che, anche se la Radiotelevisione aveva una solida e massiccia gerarchia, diventata negli anni sempre più verticistica e piramidale, quel che ciascuno di noi faceva – uomini e donne, tecniche e tecnici, giornaliste e giornalisti – quello che producevamo tutti insieme era qualcosa di fondamentale e importante per la collettività”.
“Non ho mai pensato di essere una privilegiata con i miei 4’000 franchi al mese e non ho mai pensato che il fatto di essere una donna potesse costituire un problema per il mio lavoro, per la mia identità di donna, di professionista dei media e anche per la mia carriera”. “Man mano che passavano gli anni e oggi, vicina alla pensione, posso dire che ho assistito incredula ad una involuzione preoccupante della cultura aziendale”.
Sara ci racconta che ad un certo punto, negli ultimi 20 anni, il moltiplicarsi di un certo compiacimento narcisistico tra i quadri medio alti, purtroppo tutelato dai vertici aziendali, ha prodotto forme di degenerazione dei rapporti interpersonali che dall’alto, in un movimento discendente a cascata ha generato ondate di molestie psicologiche (bossing) che sapevano tragicamente trasformarsi e incarnarsi nel tessuto culturale aziendale in “atti di sessismo e mobbing orizzontale tra di noi, tra colleghi”. Un sistema che non accettava alternative, tutte e tutti dovevano uniformarsi. Un sistema che non accettava ostacoli, un liquame turbolento che non contemplava opposizioni nella sua inevitabile discesa, dai vertici alla base.
“Hanno usato l’azienda come se fosse roba loro, trasformando un ente radiotelevisivo che pareva quasi a conduzione familiare in una vera e propria “famiglia disfunzionale” dove i quadri adottavano atteggiamenti paternalistici, ma si trattava di genitori senza empatia verso i figli, figli inascoltati e trascurati”.
Nelle ultime settimane anche alla RSI sembra essersi liberata la parola e parallelamente al moltiplicarsi di testimonianze di mobbing e molestie sessuali e psicologiche ricevute sulla pagina messa a disposizione dal sito dell’SSM (Sindacato Svizzero Mass Media) si moltiplicano anche i post in italiano sulla pagina di Swissmediatoo. Sara mi fa vedere la pagina Instagram aperta dalle colleghe della Svizzera romanda, si chiama Swissmediatoo e raccoglie le battute moleste che le lavoratrici della RTS hanno sentito rivolgersi negli anni dai colleghi. Quasi 8’000 follower.
“T’a vraiment une voix de salope”, detto da un capo a una collaboratrice dopo la sua prima esperienza al microfono.
“Il y a trop de femme dans cette rédaction”, il direttore spiegando il licenziamento di 5 donne lavoratrici, rientrante in un piano di risparmio.
“La prochaine fois que je me masturbe je penserai à moi en train de te sodomiser”, detto da un dipendente ad una ragazza di 21 anni, in stage.
Sara mi racconta che anche lei ne ha mandato uno “Una battuta che mi ha fatto soffrire, avevo 30 anni indossavo una bella maglietta che mi piaceva molto c’era ritratto un volto di donna, in quel periodo stavo allattando mio figlio. Tutti sapevano che avevo appena avuto un bambino, difficile nascondere una pancia che cresce e poi di colpo sparisce. Stavo nell’ufficio di un collega, un uomo di cultura, molto stimato e considerato. Di colpo mentre stiamo parlando di lavoro, guarda la mia maglietta e dice “Quella maglietta ti fa proprio sembrare una troia”. È stato lì che ho capito che la mia azienda stava cambiando”.
L’attività della SSR si fonda sulla Costituzione federale svizzera, sulla legge federale sulla radiotelevisione, sulla relativa ordinanza e sulla Concessione SSR, dove tra l’altro, nella nuova versione del 2019, al punto 3 dell’articolo 3 si legge: “La SSR si impegna a rappresentare i sessi in modo adeguato nella sua offerta editoriale”. Quello che accade nelle redazioni è inevitabile che passi in antenna prima o poi, forse siamo già al poi.

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