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Il nuovo anno non ha portato, come era facile prevedere, cambiamenti importanti nella crisi pandemica che stiamo vivendo. I primi giorni del 2021 sono stati contrassegnati da un costante aumento dei contagi e, soprattutto, dei ricoveri nei reparti e nelle cure intense. Il sistema sanitario lancia l’ennesimo grido d’allarme e i vertici della clinica Moncucco fanno sapere che saranno costretti a scegliere chi curare e chi no…

Una situazione alla quale si è giunti a causa del colpevole immobilismo del governo cantonale. In questi mesi abbiamo più volte ribadito la necessità di chiudere le attività produttive non essenziali e di incentivare (pensiamo per esempio all’amministrazione cantonale) il telelavoro, aderendo (contrariamente a quanto si fa come ha dimostrato il nostro sondaggio di ottobre presso l’amministrazione cantonale) alle richieste di coloro che vorrebbe poter utilizzare questa modalità di lavoro.

Il governo invece si è piegato alle esigenze e agli interessi del padronato, condannando con la sua sciagurata, esitante e contradditoria politica anche i settori produttivi più fragili. Pensiamo, ad esempio, al settore della ristorazione. Esso avrebbe sicuramente sofferto assai meno con una netta decisione di chiusura presa parecchie settimane fa, piuttosto che convivere (come è avvenuto) con l’avvitamento in una crisi alla quale lo ha condannato una serie di misure parziali e contraddittorie.

Il governo ha lasciato correre indisturbato il virus intervenendo regolarmente in ritardo e in maniera poco incisiva (sia dal punto di vista sanitario che economico-sociale) rispetto alle necessità e alle tendenze in atto, andando a toccare quei settori (cinema, teatri, biblioteche e musei, etc.) nei quali il rischio di contagio è minimo, ma nei quali anche gli interessi economici sono meno importanti.

Per contro non è stata intrapresa alcuna azione seria per evitare il sovraffollamento dei mezzi pubblici (stendiamo un velo pietoso sullo spostamento di orario per le scuole medie superiori), nessuna chiusura dei centri commerciali e dei grandi insediamenti industriali o dei cantieri, nessuna azione decisa per promuovere il telelavoro in tutte le situazioni dove questo è possibile e richiesto dai dipendenti. Non contento, il governo ha deciso di lasciare aperti anche gli impianti sciistici dove, complice anche l’abbondanza di neve, si sono ammassate migliaia di persone incuranti delle misure di protezione (praticamente inesistente il distanziamento nelle file, scarso l’uso delle mascherine e nessun controllo reale). Un atteggiamento colpevole che ha avuto come effetto anche un certo rilassamento nella popolazione che evidentemente è portata a pensare: “se il governo non chiude vuol dire che la situazione non è poi così grave quindi anche nei comportamenti privati ci si può lasciare andare tranquillamente”. I risultati sono ora sotto gli occhi di tutti: il nostro cantone continua ad essere saldamente in testa alla classifica per numero di contagi, ricoveri e decessi da Covid 19 e svetta ai primi posti addirittura a livello europeo per l’incidenza del numero di morti (225 ogni 100’000 abitanti). Oramai siamo alla sceneggiata, alle misure annunciate solo per mostrare che “si fa qualcosa” anche quando queste misure non hanno nulla di nuovo né di straordinario, né tantomeno rappresentano delle nuove misure per combattere il virus. Alludiamo, ad esempio, alla comunicazione del governo di aver deciso di prorogare l’obbligo della mascherina alle scuole medie. Come se qualcuno, nel casino in cui ci troviamo, pensasse seriamente che si potesse decidere altrimenti!

Si impongono ora nuove misure che, ancora una volta, sembrano tardare.

Non sorprende che si ricominci a parlare di una possibile chiusura delle scuole. In marzo ci eravamo battuti per la chiusura delle scuole e avevamo anche criticato la decisione di riaprire in maggio, non tanto per la decisione in quanto tale, ma per le modalità con le quali quella decisione era stata messa in atto senza consultare nessuno (tra l’altro le scuole superiori, di fatto, non avevano riaperto). Eravamo però in una situazione ben diversa: tutto si stava fermando e, in quel contesto, anche chiudere le scuole aveva un senso.

Oggi, invece, il padronato, sostenuto attivamente dal governo e dalle autorità sanitarie (che spesso hanno ripetuto pappagallescamente le esigenze padronali – “nessuno vuole un nuovo lokdown”), tira dritto e fabbriche, cantieri e uffici non sembrano intenzionati a venir meno alle loro esigenze produttive: il rischio è che ad essere sacrificata sarà ancora una volta la formazione dei giovani e delle giovani.

Sono infatti sempre più ricorrenti le voci di una possibile chiusura delle scuole superiori: questo a pochi giorni dalla loro riapertura senza che nessuna componente della scuola sia stata consultata e senza che si siano date indicazioni concrete per preparare e organizzare un qualsiasi tipo di formazione a distanza. In queste due settimane di vacanza, i docenti, oltre a godersi un po’ di meritato riposo, hanno anche organizzato e pianificato il lavoro delle prossime settimane e mesi e ora, a pochi giorni dalla riapertura, si sentono dire che, forse, non si aprirà. Un bel modo di tenere in considerazione chi la scuola la fa tutti i giorni con impegno e dedizione, chi in questo ultimo anno ha dimostrato grande capacità di adattamento e flessibilità…senza ricevere in cambio nulla.

L’MPS ritiene che, in questo contesto, vadano assunte nuove radicali misure di tipo sanitario ed economico-sociale. Chiediamo quindi in particolare:

– la chiusura di tutte le attività produttive e commerciali, pubbliche e private, non essenziali

– la conferma della chiusura di bar, ristoranti, luoghi di svago e di tutte le altre strutture che prevedano dei contatti, tranne i servizi di cura alle persone

– l’organizzazione, con la partecipazione attiva dei lavoratori e delle lavoratrici, dell’applicazione e del rispetto delle misure di sicurezza nelle attività essenziali che rimarranno aperte (negozi di alimentari, etc.)

– il mantenimento, il più a lungo possibile, dell’insegnamento in presenza, potenziando le misure di distanziamento, di igiene e di protezione

Tutto questo, lo ripetiamo da molto tempo, deve essere accompagnato da importanti interventi di carattere sociale che permettano, a chi vive sostanzialmente del proprio lavoro, di far fronte alle diminuzioni di reddito.

Ribadiamo quindi la nostra proposta di costituire un fondo cantonale di 100 milioni di franchi che intervenga, in collegamento con altre misure previste a livello federale, per:

-introdurre un “reddito di pandemia” che garantisca un reddito a tutte e tutti di almeno 4’000 franchi lordi al mese

Tale fondo (un fondo di solidarietà) potrebbe facilmente essere finanziato attraverso un contributo versato dai datori di lavoro pari allo 0,5-1% sulla massa salariale da prelevare nel corso del prossimo anno (sul modello del fondo per formazione professionale). Senza escludere, come abbiamo già proposto, un aumento della fiscalità ordinaria, in particolare attraverso un aumento delle aliquote fiscali per i redditi superiori ai 100’000 franchi, per le sostanze superiori a 1 milione di franchi e sugli utili delle persone giuridiche.

– sostenere le attività indipendenti che si trovassero, a seguito della decisione di chiusura, in difficoltà, in particolare per coloro che non ricevono altre indennità (lavoro ridotto, etc.)

– garantire la parte di perdita di salario non rimborsata dalle assicurazioni sociali, in particolare dalla indennità per lavoro ridotto.

Queste ultime due misure sono urgenti e necessarie poiché toccano in particolare i salariati e gli indipendenti che non potranno far capo ai fondi per i cosiddetti casi di rigore. Si tratti di fondi importanti (in Ticino saranno circa 75 milioni – 51 della Confederazione e 24 a carico del Cantone) che tuttavia vanno a sostenere le imprese in quanto tali, in particolare quelle che hanno avuto una contrazione importante della cifra d’affari. Facciamo notare, ad esempio, che la proposta di indennizzare al 100% i lavoratori in condizione di lavoro ridotto – proposta che avevamo avanzato fin dall’inizio della pandemia e sempre rifiutata – viene oggi applicata per i redditi considerati modesti).

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