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Negli scorsi giorni, la direzione dell’Istituto di Previdenza del Canton Ticino (IPCT), d’accordo con il proprio consiglio di amministrazione, ha inviato agli assicurati e alle assicurate una lunga comunicazione nella quale informa della decisione presa dal Consiglio di amministrazione (si tratta del vecchio consiglio di amministrazione in gran parte rieletto con le elezioni di ottobre 2020) ridurre le pensioni vedovili in aspettativa.

Tutte le categorie di assicurati (pensionati con il vecchio regime antecedente il 2013 e lavoratori e lavoratrici ancora attivi/e), seppur con gradi diversi, verranno colpite dalla riforma decisa dal consiglio di amministrazione dell’IPCT: la rendita vedovile per i superstiti di coloro che sono già in pensione – con il vecchio regolamento o con garanzie – scenderà dall’attuale 66.67% (i due terzi) della pensione del coniuge defunto al 50% (con una diminuzione del 25%); per gli altri la diminuzione sarà leggermente inferiore passando dal 66.67% al 60% (del 10%)

Si tratta, non vi sono dubbi, di un attacco alle prestazioni, per tale motivo inaccettabile, ancora più odioso e vile, poiché punta sulla morte dell’assicurato e sul futuro della sua/o vedova/o, oltre ad essere pregiudizievole nei confronti dei soli coniugati.

Tutto ciò è aggravato dalla preannunciata riduzione dei tassi di conversione (pure di competenza del Consiglio di amministrazione): “Il secondo problema cui si accennava in precedenza tocca di nuovo gli assicurati attivi (che non sono al beneficio delle garanzie). A breve termine è in effetti prevista una riduzione importante dei tassi di conversione…a 65 anni questo tasso passerà dal 6,17% al 5% circa” (sottolineature nostre). Si tratterebbe di una riduzione, che va a colpire soprattutto le fasce di dipendenti più giovani (quelli che avevano meno di 50 anni al momento dell’entrata in vigore del nuovo regolamento nel 2013) delle rendite di fatto di quasi il 20%.

È noto che vi sono discussioni in atto a livello parlamentare nell’ambito della concessione del contributo integrativo all’IPCT di 500 milioni e sappiamo che sono stati discussi diversi “scenari”. Tutto questo, naturalmente, senza che i rappresentanti  degli assicurati (quelli presenti in precedenza e quelli rieletti in seno al CdA dell’IPCT che sono praticamente gli stessi) si siano sentiti in dovere di consultare in qualche modo i lavoratori e le lavoratrici su questi “scenari”.

Si continua quindi in una logica di attacco alle prestazioni, senza nessuna dimensione di solidarietà intergenerazionale, sulla base degli orientamenti andatasi via via affermando in questi ultimi anni e che abbiamo visto, a più riprese, rifiutati dalla popolazione quando ha potuto esprimersi (pensiamo ad esempio a quelle riforme, come PP2020, che prevedevano, tra le altre cose, la diminuzione del tasso di conversione e quindi delle rendite).

Naturalmente il contesto che viene presentato dall’IPCT a giustificazione di questa proposta è la difficile situazione della cassa pensione. Viene ricordato tutto l’istoriato della riforma del 2012 e spiegato come gli obiettivi fissati allora siano stati sostanzialmente mancati. I vari contributi di risanamento non hanno permesso di risanare nulla, le ipotesi di evoluzione della remunerazione dei capitali totalmente infondate, il contributo dei pensionati (attraverso il congelamento della compensazione delle rendite) inesistente perché insignificante il tasso di inflazione ufficiale, etc. etc.

Si è trattato di un vero e proprio fallimento. Un fallimento da addebitare a coloro che oggi sono alla testa dello stesso IPCT, siano essi “rappresentanti” dei lavoratori o dei datori di lavoro. Sono i rappresentanti di quegli stessi partiti e “sindacati” che hanno ispirato e sostenuto la riforma del 2012 e che ora ci prospettano nuovi e pesanti sacrifici, dopo i peggioramenti del 2012 e senza che tutto questo abbia, in qualche modo, migliorato la situazione finanziaria della cassa pensione.

Situazione sulla quale vi sarebbe, evidentemente, molto da dire. In particolare, si deve rifiutare la logica del “così ha deciso Berna” o “vi sono disposizioni che non possiamo ignorare”. Si tratta di giustificazioni di una politica decisa non dalla “signora Berna”, ma da quegli stessi partiti che governano il nostro Cantone, che hanno proposto le varie riforme della cassa pensione e che ora vogliono farci, nuovamente, passare alla Cassa.

Prendiamo quello che la comunicazione dell’IPCT qualifica come “il primo problema”, cioè il fatto che il piano di rifinanziamento dell’IPCT varato nel 2012 non abbiamo raggiunto gli obiettivi sperati; infatti a fine 2019 avrebbe dovuto raggiungere un piano di copertura del 69,8% mentre ha raggiunto “solo” il 66,3%.

Ora, è noto come gli obblighi di avere dei tassi di copertura così elevanti (addirittura la 100% per le casse pensioni con capitalizzazione totale) sono meramente teorici; sappiamo che, soprattutto una cassa pensioni pubblica, potrebbero dormire sonni tranquilli con gradi di copertura ben inferiori al 50% come attestano diversi studi. Ma, evidentemente, l’esigenza di un maggior tasso di copertura, proprio nel contesto attuale e visti i meccanismi mercantili sui quali è costruito il secondo pilastro, spinge a politiche di risparmio e di decurtazione delle prestazioni, in particolare delle rendite. Sappiamo che le rendite altro non solo che salario, salario differito: una simile politica si iscrive nella generale politica di pressione sui salari che conosciamo ormai da alcuni decenni.

Eppure, l’IPCT dovrebbe raggiungere, secondo le disposizioni federali, la copertura dell’80% entro il 2051. Vi sarebbe quindi spazio e tempo per trovare altre soluzioni che non comportino una diminuzione delle prestazioni.

È quindi necessario dire NO a queste misure decise in modo arbitrario e senza alcuna consultazione da quelli che si arrogano il diritto di “rappresentare” lavoratori e pensionati, che hanno deciso la decurtazione delle rendite vedovili e che si apprestano a ridurre il tasso di conversione e quindi delle rendite.

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