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Anche se non sappiamo ancora cosa gli succederà, il ciclo neoliberale sembra spezzato irreversibilmente. La crisi pandemica ha reso manifesto il fallimento delle politiche risparmiste e austeritarie, e questo non per ragioni ideologiche, ma strutturali. A dirlo sono i vertici delle massime istituzioni economiche e finanziarie, dal Fmi alla Bce alla Commissione europea: gli Stati devono rafforzare le loro politiche fiscali, devono cioè aumentare la spesa pubblica, anche a costo di un aumento dei debiti pubblici. In caso contrario, le politiche monetarie ultraespansive delle banche centrali ci porteranno inevitabilmente a una crisi finanziaria senza precedenti. Alla luce di questo cambio di paradigma economico, la politica di razionalizzazione e risparmio finanziario della SSR, decisa anni addietro (da prima della votazione sull’iniziativa No Billag), sembra a dir poco fuori tempo. E il progetto Lyra, incaricato di rivedere l’offerta delle tre reti della RSI, rientra perfettamente nella strategia aziendalista che ha caratterizzato le regie federali negli ultimi vent’anni, dalla Posta alle FFS. Anche la tattica combacia: si parte dall’anello debole, da Rete Due in questo caso, come si fece con le Officine di Bellinzona. In entrambi i casi si è però sottovalutato il rischio di provocare una mobilitazione a sostegno del servizio pubblico, a dimostrazione che la divinità neoliberale è cieca.

Gli obiettivi del progetto Lyra sono due: uno di natura finanziaria e uno relativo alla necessità di spostare gran parte dei contenuti sul web per una fruizione non-lineare (come succede per i podcast), per accompagnare quelle che secondo l’azienda sono le nuove abitudini dell’ascolto. Quanto all’istanza del risparmio, è il caso di ricordare che, secondo lo studio del BAK di Basilea (Gli effetti economici della RSI, 2017), alle attività economiche della RSI sono correlati altri effetti tangibili a livello regionale. L’effetto moltiplicatore, ossia l’esternalità positiva in altri settori di quanto si produce alla RSI, è notevole, se è vero che per ogni franco di valore aggiunto creato vengono prodotti ulteriori 40 centesimi in imprese appartenenti ad altri settori. Come pure l’effetto occupazionale, al punto che ad ogni due posti di lavoro presso la RSI è legato un ulteriore posto di lavoro nelle imprese regionali di altri settori. Ne consegue che una politica di risparmio avrà effetti negativi non solo all’interno della RSI, ma anche all’esterno, nell’economia regionale. Esattamente quanto occorre evitare in questi anni di stagnazione economica e occupazionale. Perché, checché se ne dica, è sicuro che l’obiettivo di ridurre dal 40% al 10% il parlato su Rete Due comporterà la riduzione, cioè il licenziamento e/o la soppressione di posti di lavoro, di non poche collaboratrici e collaboratori. Con l’effetto di aumentare il carico di lavoro per chi resta e di diminuire la qualità dell’offerta.

L’altra giustificazione addotta dalla RSI e dai membri che compongono il progetto Lyra riguarda lo spostamento di gran parte dei contenuti oggi offerti da Rete Due sul web. Sulla concezione algoritmica della cultura che è alla base di questa idea c’è poco da aggiungere agli innumerevoli interventi qualificati apparsi in questi giorni su questo giornale. Il parlato è essenziale per tener viva la cultura nelle sue più svariate forme, specie in quest’epoca in cui la lingua come bene comune, ossia bene della comunità dei parlanti, è messa a dura prova dai processi di normalizzazione e automatizzazione impressi dal capitalismo delle piattaforme. Se in quest’epoca, come giustamente osservava Pietro Montorfani sul Corriere del Ticino (15, 12, 2020), la cultura sta nello sguardo, nel modo con cui si guarda qualsiasi oggetto o tema, allora è importante sapere che esiste un luogo in cui questo sguardo è definito e curato, un luogo al quale far capo con “pazienza cognitiva”.

Anche se non calcolato, un merito il progetto Lyra forse ce l’ha, ed è quello di costringere un po’ tutti, dalla Direzione in giù, a discutere sul futuro della RSI, sull’offerta delle tre reti, certo, ma anche del servizio pubblico nel suo insieme e del modello di organizzazione aziendale che ne sta alla base. Un modello che il settore pubblico ha importato pari pari dal settore privato, ma che oggi è messo in discussione da non poche imprese private. Un modello che ha visto sacrificare il pensiero critico per dar spazio a gerarchie disciplinari, in cui i disvalori come l’opportunismo e il cinismo sono considerati competenze professionali, in cui la paura è stata usata per desolidarizzare il personale. Un modello in cui la discriminazione di genere è andata ben oltre la questione della rappresentanza femminile, colpendone la dignità con l’arroganza e il silenzio.

Anche di questo occorre parlare, sapendo di non essere soli.

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