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La crisi del coronavirus ha rimesso al centro del dibattito politico la questione della scuola. Oggi, con l’arrivo (non del tutto inaspettato) della variante inglese e del suo ingresso nelle scuole, la questione diventa ancora più scottante. I temi posti sul tappeto sono molti, proviamo a fare un po’ di ordine.

Scuola a distanza e disuguaglianze sociali

La crisi sanitaria ha permesso a tutti di rendersi conto come la scuola a distanza in realtà aumenti le disuguaglianze sociali e la selezione sociale della scuola. Certo, perché, se la scuola si fa a casa, è evidente che chi può contare sul sostegno di genitori con una formazione più elevata, meglio integrati nel mercato del lavoro, con più tempo a disposizione, con spazi adeguati per studiare e seguire le lezioni, fa meno fatica e rischia meno di perdere il passo.

È bene però sottolineare che la scuola a distanza non ha introdotto le disuguaglianze sociali tra gli studenti; anche la scuola in presenza, è ormai un’acquisizione indiscussa degli studi sociologici, è socialmente discriminatoria e produce una selezione sociale e di genere importante. Ad esempio, sappiamo ormai da tempo che l’accesso agli studi superiori è fortemente legato all’appartenenza sociale di studenti e studentesse. Certo, la scuola in presenza permette sicuramente di lenire un po’ queste disuguaglianze, permette ai ragazzi di incontrarsi e socializzare e fa in modo che le situazioni più vulnerabili vengano seguite meglio. Ma la scuola è e rimane uno strumento di selezione sociale e anche di genere; sarebbe quindi importante quando si difende, giustamente, la necessità di mantenere la scuola in presenza, avviare anche una riflessione seria sul ruolo della scuola e su come renderla un luogo meno discriminatorio.

Appare inoltre alquanto contradditorio che il Dipartimento continui a sostenere, da un lato, il carattere discriminatorio della scuola a distanza e, dall’altro, porti avanti da anni programmi per introdurre la tecnologia nelle scuole e sperimentazioni di scuola tecnologica che, fondamentalmente, hanno un carattere discriminatorio tanto quanto la scuola distanza. La cosiddetta classe rovesciata (con gli allievi che apprendono a casa le nozioni teoriche e poi a scuola esercitano quanto appreso) non fa altro che aumentare le disuguaglianze sociali. Chi a casa ha i mezzi per studiare (non solo il computer o il tablet che viene fornito dalla scuola) riesce a seguire il programma e fare progressi, tutti gli altri restano indietro.

Del resto, anche tutta la riflessione sulla scuola durante la quarantena si è basata essenzialmente sulla necessità di dotare i ragazzi degli strumenti tecnologici per fare scuola a distanza senza nessuna riflessione seria su come evitare che chi già è indietro lo resti ancora di più. A noi è sembrato che questa diagnosi dell’aspetto socialmente discriminatorio della scuola a distanza avanzata dal DECS lo sia stata in modo sostanzialmente strumentale al partito preso di tenere, costi quel che costi, aperte le scuole. Prova ne sia che, di fronte a questa ripetuta diagnosi, nessuna, ma proprio nessuna, riflessione è stata avviata su come ovviare, diminuire o annullare questa discriminazione. Tanto è vero che la direttiva su come gestire le quarantene di gruppo o di classe insiste solamente sull’utilizzo delle piattaforme e della tecnologia senza immaginare e lasciare spazio a altre forme di gestione dell’apprendimento più attente al sostegno agli allievi più fragili e in difficoltà.

Covid, variante inglese e piani di protezione

Sui limiti dei piani di protezione nelle scuole abbiamo già detto e scritto molto. Sostanzialmente questi si limitano all’uso della mascherina e al lavaggio delle mani; non sono minimamente intervenuti sull’organizzazione concreta e quotidiana della scuola. Sarebbe stato opportuno mettere a disposizione delle scuole più spazi, imporre una riduzione drastica degli allievi per classe e garantire spazi adatti per le mense e le pause. Tutto questo non è stato fatto, dal governo e dal dipartimento, quando vi era il tempo per farlo (tutti i mesi da aprile a settembre), convinti che, dopo il picco di marzo, le cose si sarebbero sistemate. E quando alcune misure minime di protezione sono arrivate, sono arrivate con ritardo (pensiamo, ad esempio all’obbligo della mascherina nelle scuole medie o nei luoghi chiusi rivendicata da tutti i medici del Cantone già da luglio e messa in pratia in ottobre).

Che la variante inglese abbia un impatto maggiore nelle scuole non deve per altro stupire; già negli altri paesi europei è stato così e non ci sono ragioni per cui in Svizzera il virus dovrebbe comportarsi diversamente. Ma anche qui il ritardo nell’adozione di misure di protezione è evidente. In altri paesi da tempo la mascherina è obbligatoria anche alle elementari, in molti cantoni sono stati pianificati test a tappeto nelle scuole, ma in Ticino ancora si valuta e si discute e quando si arriverà a una decisione sarà forse troppo tardi. Se le scuole chiuderanno non sarà colpa della variante inglese, ma del ritardo nel prendere misure incisive per contrastarla.

Quarantene e formazione

A fine dicembre il DECS ha emanato i dati relativi a allievi e docenti risultati positivi al Covid. Numeri, in termini assoluti, relativamente bassi per quanto riguarda gli allievi di ogni ordine scolastico, numeri però scarsamente significativi in quanto non è dato sapere quanti sono stati i ragazzi testati e quindi non possono rappresentare l’incidenza e la presenza di casi positivi tra i giovani e i bambini.

Dal mese di settembre le classi poste in quarantena sono state 18 nella scuola elementare a cui si aggiungono due istituti chiusi completamente, 12 alle scuole medie con un istituto chiuso completamente e 21 nel medio superiore e nelle scuole professionali. È interessante notare che le quarantene di classe sono diminuite molto alle scuole medie con l’introduzione dell’obbligo delle mascherine e che nelle scuole elementari hanno cominciato a manifestarsi a partire dal mese di dicembre. Un segnale questo che forse qualcosa stava cambiamento già prima delle vacanze di Natale?

Tutto sommato si potrebbe anche pensare che si tratta di pochi casi, ma spesso si dimentica che dietro ogni quarantena ci sono docenti, ragazzi e famiglie che devono affrontare una situazione di difficoltà. Si tratta di situazioni che generano spesso anche sofferenza e difficoltà non solo a livello scolastico o un semplice “buco nella formazione”. Anche qui la preoccupazione principale del DECS sembra essere quella di continuare a qualsiasi costo la formazione, di non perdere tempo e giorni e di colmare il “buco formativo” senza prestare troppa attenzione a quelli che sono tutti gli altri bisogni di ragazzi, docenti e direzione. Una visione della scuola tutto sommato produttivista ed economicista.

La scuola, un luogo di lavoro

E veniamo qui ad un ultimo (non certo per importanza) tema che riguarda la scuola. In tutti i discorsi dominanti si sostiene l’importanza di mantenere la scuola aperta per il bene dei ragazzi e per rispondere alle esigenze delle famiglie e, in ultima istanza, dell’economia. Se la scuola chiude (soprattutto la scuola dell’infanzia e elementare), ci si chiede: come faranno le famiglie a continuare a lavorare?

Scarsa attenzione viene posta però sui bisogni e le esigenze di chi la scuola la fa tutti i giorni: a cominciare dai docenti. In tutto questo ultimo periodo, il Dipartimento ha emanato direttive e scenari senza mai coinvolgere gli attori principali della scuola. Ultima in ordine di tempo la direttiva sulla didattica durante le quarantene: una direttiva inviata ai docenti il 6 di gennaio (giorno di vacanza) con una convocazione a una riunione per il 7 gennaio…una direttiva poi che uniforma tutti i processi di apprendimento e non tiene conto di quello che le scuole hanno già organizzato e sperimentato in base alle specifiche situazioni.

Tutte le discussioni su apertura, chiusura, scenari, etc. si fanno senza i diretti interessati (pensiamo per esempio al disgraziato e fallimentare esperimento di spostamento dell’inizio dell’orario delle lezioni alle medie superiori); dimenticando che sono proprio loro a fare in modo che la scuola possa rimanere aperta, loro a gestire classi, gruppi di allievi o singoli allievi in quarantena, a farsi spesso carico delle ansie e dell’insicurezza degli allievi e delle loro famiglie. Famiglie che sono state colpite in questo periodo anche dalla malattia e dalla morte.

Di tutto questo bisogna tener conto quando si parla di scuola e del suo futuro. La scuola è un luogo di lavoro e sarebbe bene che chi a scuola lavora, fosse coinvolto nell’elaborazione degli scenari e nell’applicazione delle misure di protezione.

In questi anni si è discusso a lungo delle condizioni di lavoro dei docenti e della necessità di rivalutare una professione che soffre e ha sofferto di un peggioramento delle condizioni di impiego. La pandemia ha messo bene in evidenza l’importanza di questi lavoratori e di queste lavoratrici; sarebbe ora di tener conto di questa situazione e di attuare le misure serie per migliorare le condizioni di lavoro di questa categoria.

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