Tempo di lettura: 17 minuti

La crisi del Covid è una gigantesca deflagrazione i cui effetti saranno duraturi. Tutti capiscono ormai che non ci sarà un ritorno alla normalità. Si potrebbe giungere all’ottimista conclusione che la crisi aprirà un “domani migliore”, ma un punto di vista più realista è che il capitalismo, in quanto sistema, resisterà e addirittura cercherà di trarre profitto dalla crisi per rafforzare la propria supremazia.

Now Wait for Last Year (Aspettando l’anno scorso). Questo potrebbe essere stato il titolo di questo contributo, giusto per rendere omaggio a Philip K. Dick (1928-1982). Esso si centra sulla questione dell’occupazione, aspetto che concentrerà le problematiche sociali del prossimo periodo. Innanzi tutto, bisognerebbe avere idea delle dimensioni di questa crisi e dei suoi devastanti effetti sull’occupazione. Il bilancio realizzato dalla OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro)[1] è illuminante: “la perdite in ore di lavoro del 2020 sono state circa quattro volte più importanti di quelle registrate nel periodo della crisi finanziaria mondiale del 2009”. E il mondo intero è stato colpito dal fenomeno, come illustra questa mappa realizzata dalla OIL che stima le perdite di ore di lavoro dalla fine del 2019.

Questa perdita di ore di lavoro si distribuisce in parti più o meno uguali fra la distruzione di posti di lavoro e il mantenimento dei posti di lavoro grazie ai dispositivi di ammortizzazione sociale o assimilabili (cassa integrazione, sussidi, “ristori”, ecc.) che la OIL definisce “riduzione delle ore di lavoro all’interno dell’occupazione”. Dopodiché, le distruzioni dei posti di lavoro portano maggioritariamente ad una uscita dal mercato del lavoro (“slittamento verso l’inattività”) e per un terzo circa all’aumento della disoccupazione.

Il bilancio rispetto alla zona euro[2] è analogo e vi ritroviamo la stessa costante di una caduta significativa delle ore lavorate che conduce solo ad un aumento moderato della disoccupazione. E ciò ha due spiegazioni importanti, che hanno alcune implicazioni rispetto ad una (eventuale) uscita dalla crisi. La prima è che la maggioranza dei governi europei è ricorsa a quella che si potrebbe chiamare una riduzione “difensiva” della durata del lavoro, attraverso la cassa integrazione o sue varianti. Fra il 2019 e il 2020, il numero totale delle ore lavorate è sceso di un 12% circa nella zona euro, cosa che rappresenta più o meno 35 miliardi di ore; si tratta approssimativamente del numero totale delle ore lavorate effettuate in un paese come la Spagna nel 2019, tanto per dare un’idea. Però l’occupazione è diminuita, allo stesso tempo, “solo” di 5 milioni, cioè di circa un 3%, mentre l’attività economica (il PIL) è retrocessa di un 8%. Se uniamo queste due cifre, la durata media del lavoro sarebbe scesa nell’ordine di un 10%, passando da 1800 a 1630 ore annuali.

La costante è la stessa in Francia: secondo L’Istituto nazionale di statistica[3], il numero di ore lavorate è sceso di un 20% fra la metà del 2019 e la metà del 2020, mentre l’occupazione è scesa solo di un 2,8%. La OFSE[4] valuta in 2,7 miliardi il numero di ore di indennità di disoccupazione assunte dai dispositivi detti di “attività parziale”, cioè 1,5 milioni di posti di lavoro equivalenti a tempo pieno -e 29 miliardi di euro di indennizzazioni.

Malgrado le perdite dell’occupazione, il tasso di disoccupazione è aumentato solo di 1,2 punti nella zona euro fra febbraio ed ottobre 2020. E qui interviene un secondo fattore, chiaramente annunciato dallo studio del BCE già citato: “la popolazione attiva è scesa di circa cinque milioni di persone nel primo semestre del 2020”. Una parte significativa del volume occupazionale è stato messo “in ibernazione” con la cassa integrazione o ritirandolo dal mercato del lavoro. Questa immagine dell’ibernazione, presa in prestito dall’ultima relazione del Consiglio nazionale della produttività[5], è piuttosto fortunata perché pone un buon interrogativo: quello sul risveglio.

Prospettive inquietanti

Malgrado le ipotesi mediamente ottimiste sulla soppressione delle restrizioni sanitarie, le prospettive sono piuttosto inquietanti. Secondo la Commissione europea, la disoccupazione nella zona euro potrebbe aumentare a 1,9 milioni nel 2021, dopo l’1,3 del 2020, portando il numero dei disoccupati vicino ai 16 milioni, e questo malgrado una ripresa della crescita stimata al 4%. Nel caso francese, le stime convergono nel dire che da 700.000 a 800.000 posti di lavoro sarebbero stati distrutti nel 2020. Invece le previsioni per il 2021 non si mettono d’accordo[6]: secondo il governo, si creeranno 435.000 posti di lavoro nel suo progetto di bilancio, ma per la Banca di Francia e la OFSE praticamente nessuno. Il tasso di disoccupazione continuerà quindi ad aumentare, passando dall’8,5 al 10,7% secondo la Commissione europea[7].

Queste previsioni sono evidentemente molto aleatorie nella misura in cui dipendono assolutamente dall’evoluzione globale della pandemia: il ritmo della sua diffusione (o della sua progressiva estinzione) imprime un profilo specifico alle evoluzioni economiche. L’intreccio fra crisi sanitaria e ciclo economico è una delle caratteristiche inedite di questa crisi, cosa che abbiamo sottolineato in un precedente contributo[8] ed illustrato con il grafico seguente (a sinistra). La si può paragonare con il grafico di destra, che illustra la previsione della OCDE per la zona euro[9], per cui il livello di attività di prima della crisi non sarà raggiunto che alla fine del 2022. Si riscontra l’impatto dei lockdown, ma la curva riprende subito la sua traiettoria. Tutte le altre previsioni della OCDE (come di altre istituzioni) vanno così al rimorchio dei colpi di scena sanitari.

In questa situazione di profonda incertezza, in cui i parametri della crisi sanitaria sono piuttosto incontrollabili, la borghesia e le sue istituzioni si trovano di fronte ad un essenziale dilemma: quale dev’essere il dosaggio ottimale fra le misure di salvaguardia del sistema ed il ritorno al funzionamento normale (business as usual)?  Questo dilemma riguarda due questioni essenziali: la gestione del debito-Covid ed il ripristino del tasso di profitto.

Che fare col debito-Covid?

Su questo terreno, come su altri, la crisi ha portato le classi dirigenti a fare delle scelte totalmente contradditorie con i suoi principi ideologici: le norme europee del bilancio sono state sospese ed è stato varato un piano di aiuti coordinato. Ci sono due modi per esaminare questo voltafaccia. Il primo consiste in denunciare queste misure come insufficienti o provvisorie, e queste critiche sono legittime. Ma sarebbe chiaramente un errore non prendere atto di questo cambiamento di politiche, mostrando che esse indicano involontariamente la strada da seguire.

La svolta più netta è stata la gestione del debito pubblico che, evidentemente, è aumentato parecchio in Europa. In Francia, per esempio, il debito pubblico è passato dal 100% al 120% del PIL. Ora, questo “debito-Covid” è stato generato in modo assolutamente inedito. E’ stato emesso in modo parzialmente mutualizzato, facilmente piazzato e poi riacquistato maggioritariamente dal BCE. Il BCE ha così assorbito una gran parte del debito pubblico emesso nel 2020. Il 76% per la Spagna, il 73% per la Francia, il 70% per l’Italia ed il 66% per la Germania[10]. Tutto ciò a tassi d’interesse piuttosto bassi, a volte negativi e con minimi scarti fra i diversi paesi. Bisogna ancora una volta rallegrarsi per questo abbandono dei dogmi.

La domanda che si pone è quindi: che fare con questo nuovo debito? A questo proposito esiste un dibattito estremamente complesso -e virulento- fra gli economisti francesi e addirittura fra gli eterodossi. E’ difficile da riassumere in quanto rinvia a delle controversie sulla teoria monetaria.

A breve termine, l’assunzione di questo debito supplementare da parte delle banche centrali è un male minore e non pone problemi. Ma il diritto di controllo dei mercati finanziari comunque non è sparito, dato che i titoli del debito pubblico sono sempre emessi sul mercato primario: sarebbe ingenuo non vedere che questi restano all’erta. L’obiettivo centrale dovrebbe essere quello di liberarsi da questa presa. Piuttosto che puntare su un annullamento della parte del debito posseduto dalle banche centrali, sarebbe meglio proporre una tassa Covid urgente -e più in generale la tassazione dei patrimoni più elevati-, la lotta contro l’evasione fiscale, l’istituzione di un polo finanziario pubblico o l’obbligo per le banche di una soglia minima di titoli pubblici.

“Intrinsecamente reversibili”

La domanda che si porrà molto presto è sapere fino a quando -e fino a che livello- i governi ed il BCE vorranno portare avanti le loro politiche di “costi quel che costi”. Nel 2009, il FMI dirigeva questa raccomandazione alla zona euro: “le misure prese per sostenere la riduzione della durata del lavoro e l’aumento dei vantaggi sociali -per importanti che siano per aumentare il reddito e mantenere la mano d’opera sul mercato del lavoro- dovranno essere intrinsecamente reversibili[11]”.

Sappiamo com’è andata a finire: passando ad una politica di rigida austerità nel 2010, i paesi europei hanno aggravato la crisi del debito sovrano, infliggendosi un double dip (“doppia croce”) che ha rinviato di parecchi anni una vera ripresa dell’attività. La stessa questione si ripropone nello scegliere la migliore tempistica: evitare che il ritorno alle politiche passate intervenga troppo presto, con il rischio di allontanare la ripresa.

I governi hanno senza dubbio imparato dai loro errori passati ma l’idea che le misure prese nelle avversità devono essere “intrinsecamente reversibili” (per riprendere questo delizioso eufemismo del FMI) non è sparita dall’inconscio neoliberista. Ecco che lo stesso FMI raccomanda oggi alla Francia “nella misura in cui si installerà la ripresa, le misure d’urgenza globali dovranno cedere il posto a degli aiuti mirati ai settori più dinamici dell’economia, creando nel contempo una rete di sicurezza per le persone che soffrono della transizione. Gli sforzi per riequilibrare la situazione non dovranno cominciare se non quando la ripresa sarà confermata, ma i processi di pianificazione, invece, dovranno cominciare fin da ora per proporre delle soluzioni di bilancio credibili a medio termine, che puntino alla riduzione del debito pubblico[12]”.

La OCDE adotta, come il FMI, un tono misurato ma non meno inquietante: “nel corso dei prossimi mesi, i paesi dovranno presumibilmente modificare ed aggiustare la composizione e le caratteristiche dei loro programmi di aiuti. A causa dei costi delle misure già varate, saranno anche chiamati a prendere delle decisioni difficili per determinare come mirare le spese senza rischiare di porre prematuramente fine agli aiuti concessi alle imprese o alle famiglie che ne hanno ancora bisogno[13]”.

Il ministro francese del bilancio è anche più esplicito: “il presidente della Repubblica è stato molto chiaro a questo proposito: abbiamo saputo affrontare la crisi con dei meccanismi di aiuti massicci ma questi meccanismi d’urgenza sono destinati a sparire progressivamente al momento dell’uscita dalla crisi. Il livello di spesa che conosciamo oggi non è sostenibile nel tempo”. Insomma, nel 2021 bisognerà uscire dal “costi quel che costi”[14]. Il governo francese ha appena creato una commissione “sul futuro delle finanze pubbliche” la cui composizione dimostra chiaramente che il suo obiettivo è quello di giustificare ed organizzare l’austerità prossima ventura[15].

Esuberanza capitalista

Da un certo punto di vista, il ministro del bilancio francese ha ragione: l’attuale politica di riacquisti del BCE non è “sostenibile nel tempo”. Questi acquisti massicci di titoli -i Quantitative easing– hanno in effetti permesso il doping dei corsi borsistici, ed è una delle caratteristiche di questa crisi quella di non aver avuto un impatto duraturo sulle Borse. Il grafico seguente dimostra che lo shock iniziale della pandemia ha certamente fatto crollare i prezzi di circa un terzo fra gennaio e la fine di marzo 2020. Poi, grazie alla politica di intervento massiccio delle banche centrali, i corsi borsistici hanno ritrovato il movimento al rialzo, più significativo negli Stati Uniti (Dow Jones) che in Francia (CAC40).

L’effetto collaterale di questa enorme boccata d’ossigeno è uno spettacolare approfondimento delle ineguaglianze del patrimonio, in particolare di quello immobiliare: “questa politica monetaria farà crescere notevolmente i prezzi degli attivi (questo movimento è già cominciato), per cui accrescerà violentemente le ineguaglianze patrimoniali”, come spiega Patrick Artus, che se ne preoccupa: questo “comporterà una critica ancora più violenta del capitalismo e forse alla fine la sua caduta se una ampia maggioranza delle opinioni considererà queste ineguaglianze patrimoniali, che non sono il risultato di uno sforzo particolare, come insopportabili[16]”.

Anche se non evocano la caduta del capitalismo, gli economisti del FMI sono preoccupati da questa esuberanza borsistica. Riprendono l’inquietudine espressa da “diversi analisti e investitori” per cui “il valore reale degli attivi a rischio, così come le azioni e le obbligazioni delle imprese, non sembra corrispondere al valore di mercato. Sottolineano gli sfasamenti esistenti fra i prezzi (molto alti) dei mercati azionari e le valutazioni derivanti dai fondamentali economici (ancora deboli), malgrado le considerevoli incertezze economiche”. Questo sfasamento è misurato dalla “Q di Tobin”, che rapporta il valore delle imprese in Borsa -la loro capitalizzazione- al valore reale dei loro attivi produttivi. Il grafico seguente[17] mostra l’evoluzione di questo indicatore da 30 anni a questa parte negli Stati Uniti. Si constata effettivamente che ha raggiunto un vertice storico nello scorso dicembre.

Per gli economisti del FMI già menzionati, “gli investitori scommettono su un sostegno politico costante e ne risulta una sorta di eccesso di fiducia nei mercati [che] aumenta il rischio di una correzione o di una “rivalutazione”. Una correzione brutale ed improvvisa dei prezzi degli attivi -per esempio, dopo un’alza persistente dei tassi d’interesse-  comporterebbe una restrizione delle condizioni finanziarie. Ciò potrebbe interagire con le vulnerabilità finanziarie esistenti, creando delle ripercussioni sulla fiducia e mettendo in pericolo la stabilità macrofinanziaria”.

In teoria, i corsi borsistici dovrebbero riflettere le anticipazioni del profitto. La sconnessione che abbiamo potuto osservare significa che le imprese contano su un’iniezione continua di liquidità da parte della Banca centrale, che conduce alla formazione di “bolle mostruose”, come sottolinea Romaric Godin, che insiste sull’”immenso dilemma del prigioniero in cui sono rinchiuse le banche centrali, in cui i mercati raggiungono livelli ingiustificabili ma esse non possono permettersi di ristabilire il rapporto con la realtà economica[18]”. Gli economisti del FMI non dicono un’altra cosa. I dirigenti politici si troveranno quindi di fronte un “dilemma difficile”: dovranno “mantenere delle condizioni finanziarie facili per assicurare la transizione verso i vaccini e la ripresa economica. Ma dovranno anche proteggere il sistema finanziario dalle conseguenze involontarie delle loro politiche, pur rimanendo d’accordo con i loro mandati[19]”.

Più grave ancora, e ci limitiamo in queta sede solo a segnalarlo, il pericolo è che l’attuale accumulazione di debito pubblico serva come argomento per restringere i necessari finanziamenti pubblici della transizione ecologica[20].

Ritorno ai profitti

Gli interrogativi sulla gestione del debito pubblico dimostrano che i governi si proiettano già verso un ritorno alla “buona salute” del bilancio, anche se si preoccupano della sua calibrazione. Al di là dei dibattiti tecnici, sarebbe quindi ingenuo pensare che abbiano rinunciato ai loro dogmi e che “il giorno dopo” conduca spontaneamente ad una nuova governance. Lo stesso discorso vale per i capitalisti, che hanno registrato delle perdite e il cui primo obiettivo sarà quindi quello di ristabilire la reddittività, messa in crisi dalla pandemia.

Il grafico seguente[21] traccia l’evoluzione in Francia del tasso di margine, cioè della parte del profitto nel valore aggiunto delle società non finanziarie. Si osserva la traccia duratura della crisi del 2008, dato che il tasso di margine scende fino al 2013. Il profitto si ristabilisce poi gradualmente, inizialmente fra il 2014 e il 2015 (con la presidenza di Hollande) e poi a partire dal 2018 (con Macron). Appena prima della crisi del Covid, la reddittività delle imprese francesi era stata ristabilita: il loro tasso di margine era allora del 33,3%, vicino al livello raggiunto prima della crisi del 2008 (33,6%) ed anche alla punta del 1989 del 34% (dopo un breve decennio di austerità socialista). La quarantena l’ha fatto cadere ad un livello bassissimo nel secondo trimestre. La ripresa del terzo trimestre ha permesso di recuperare meccanicamente una parte dell’arretramento ma le valutazioni dell’Istituto di statistica per il quarto trimestre mostrano che questo movimento si interrompe.

In senso generale, dopo una recessione, “le imprese hanno una capacità di adeguamento e di ripresa rapidissima, che non è uguale per il resto dell’economia[22]”. Un’inchiesta di Eurogroup consulting[23] dimostra d’altronde che il ristabilimento dei loro profitti è la principale preoccupazione delle grandi imprese, oltre a l’adattamento alle incertezze legate alla crisi.

Esistono due grandi metodi per raggiungere questo obiettivo: il più moderno consiste in aumentare la produttività più in fretta del salario, cosa che il vecchio Marx chiamava plusvalore relativo. Questa crisi sarebbe quindi l’occasione di un impulso per generalizzare forme diverse di automatizzazione -definite qui in senso ampio-, dalla robotizzazione alla “piattaformizzazione”, passando dallo smartworking[24]. Si potrebbe così porre fine al lungo calo tendenziale dei profitti della produttività o in tutti casi compensare le perdite di produttività legate alla crisi. E’ quello che sperano alcuni, i “tecno-ottimisti”, come esprimono assai chiaramente tre economisti della Banca di Francia: “queste tecnologie potrebbero contribuire notevolmente alla ripresa economica dopo la crisi del Covid-19 che ne ha stimolato il ricorso[25]”.

Una inchiesta di McKinsey, rivolta a 800 dirigenti d’impresa nel mondo, mostra che hanno già accelerato l’informatizzazione e l’automatizzazione durante la pandemia, specialmente sotto forma di telelavoro[26]. McKinsey valuta d’altra parte che il 10% dei posti di lavoro europei sarà “doppiamente esposto” all’automatizzazione ed al Covid 19 e le donne avranno il doppio di possibilità degli uomini di occupare questi posti di lavoro ad alto rischio[27].

Ma le cose non sono così semplici: uno studio realizzato sulle precedenti epidemie[28] dimostra che esse hanno stimolato l’automatizzazione ma che hanno anche, nonostante tutto, ridotto durevolmente la produttività a causa dei loro effetti perturbatori: dislocazione della mano d’opera, calo dell’innovazione e degli investimenti, ecc.[29] Questo significherebbe inoltre che le imprese dovrebbero essere in grado di investire e di spendere in ricerca e sviluppo. Ora, questo non è scontato, così come segnalano per esempio due sindacalisti francesi: “l’elenco delle imprese che approfittano la crisi per ridurre il loro personale di ingegneri, ricercatori e quadri è lungo: Sanofi, Renault, Danone, Nokia, General Electric, Total, IBM, airbus, Akka, CGG, Renault Trucks, ecc.[30]”. Posporre le nuove spese per gli investimenti è, dopo tutto, un modo per risanare i conti che può apparire ragionevole, tanto più che non si è ancora usciti dal clima di incertezza.

Una delle spiegazioni fornite per il rallentamento dei profitti della produttività è la presenza di imprese “zombie” che sarebbero di ostacolo alla diffusione delle innovazioni tecnologiche. Questa tematica riaffiora oggi a proposito degli aiuti concessi alle imprese nel corso della crisi. Il Consiglio nazionale della produttività insiste sulla “necessaria sospensione delle misure di sostegno”; segnala il rischio che ci sarebbe a “proteggere troppo le imprese già consolidate e poco produttive (cosa che) impedirebbe una ridistribuzione del capitale, delle competenze e delle parti di mercato verso le imprese più produttive”. Certo, questo rischio è presentato come moderato, ma “è importante non sostenere artificialmente delle imprese non sostenibili una volta che l’attività sia ripartita[31]”. Questa faccenda delle “imprese zombie” è un buon esempio della difficoltà a determinare la calibrazione ottimale dei tempi. E’ ben illustrata dal capo economista della Direzione del Tesoro: “l’argomentazione schumpeteriana dovrà, per qualche mese ancora, passare in secondo piano in relazione alla necessità di limitare le liquidazioni per preservare il tessuto produttivo e le competenze, perché l’incertezza rispetto all’impatto duraturo della crisi sui modelli di affari continuerà ad esistere[32]”.

Recuperare il tempo (di lavoro) perduto

Abbiamo descritto sopra il mantenimento del personale legato ai meccanismi della disoccupazione parziale. Questo meccanismo è ancor meglio illustrato dal grafico seguente[33]. Si può osservare che la caduta dell’attività del secondo trimestre 2020 ha comportato una diminuzione equivalente del numero di ore lavorate. Ma il calo dell’occupazione è stato in gran parte ammortizzato da diverse forme di riduzione del tempo di lavoro (RTT) che sono state qualificate come “difensive”: è la zona verde del grafico. Il vuoto è stato parzialmente colmato nel terzo trimestre ma rimane uno scarto di circa il 4% fra l’occupazione e ciò che sarebbe “conforme” (a parità di condizioni) a livello dell’attività.

Il ragionamento dei padroni è che, ovviamente, bisognerebbe ricuperare questo tempo (di lavoro) perduto. La situazione per loro è tanto meno sostenibile in quanto la presa in carico di buona parte della massa salariale da parte delle finanze pubbliche non durerà in eterno. La prima soluzione sono evidentemente i licenziamenti (cinicamente battezzati “piani di salvaguardia dell’occupazione”), anche nelle imprese che non sono fra quelle più colpite dalla crisi.

La seconda è di allungare la durata del lavoro aggirando la legislazione, tornando al vecchio plusvalore assoluto di Marx. Questa è l’idea semplice a cui allude una nota dell’Institut Montaigne, pubblicata sin dallo scorso maggio[34], che insiste sul “necessario aumento della durata media del lavoro”. Questa nota, che emana dal principale think tank del padronato (e di Macron[35]) è rivelatrice. Contiene un catalogo di misure che mirano a sfilacciare la legislazione sull’orario di lavoro: “derogare al tempo di riposo di almeno 11 ore al giorno (…) fornire nuovi impulsi all’aumento dell’orario di lavoro”, ecc. e tutto ciò, se possibile, “a livello di impresa”. Per finire, i dipendenti pubblici, specialmente gli insegnanti, non vengono dimenticati: bisognerebbe anche “recuperare le settimane di ritardo scolastico”. A livello delle imprese, il padronato farà valere questo argomento: non è il momento di girarsi i pollici! A dire il vero, il terreno è già stato ampiamente preparato dalle recenti riforme del mercato del lavoro, basate tutte sull’idea che bisogna passare “a livello delle imprese”. La crescita della disoccupazione ha sempre come effetto quello di modificare i rapporti di forza a svantaggio dei lavoratori. Questa crisi non costituisce un’eccezione a questo principio: uno studio del Unédic[36], l’organismo che gestisce l’indennizzazione di disoccupazione in Francia, rivela che “i lavoratori, così come le persone in cerca d’impiego, si dicono pronti a delle concessioni per darsi migliori possibilità di veder realizzato il loro progetto professionale”. Cosa che un direttore di un’agenzia interina di collocamento (parafrasando Marx) tradurrebbe così: “a causa della crisi, c’è più forza-lavoro disponibile. I datori di lavoro possono permettersi di essere esigenti. Se non di più[37]”.

Il governo contribuisce in anticipo a questo indurimento dei rapporti sociali. Mantiene una riforma regressiva dell’indennizzazione di disoccupazione, rifiuta di estendere ai giovani da 18 a 25 anni la RSA (una forma di reddito garantito) e prepara sottobanco un’ordinanza che sopprimerebbe la priorità accordata al versamento dei salari in caso di fallimento di un’impresa[38]

Riavviare la macchina dei profitti

L’eventuale uscita dalla crisi porta al limite una contraddizione classica e permanente del capitalismo. Per funzionare, ha effettivamente bisogno, allo stesso tempo, di profitti e di mercati. Per norma generale, ciò che migliora i profitti ha l’effetto di ridurre i mercati ed è ancora più vero nell’attuale situazione. Detto in un altro modo, se è razionale per una data impresa ridurre l’occupazione per recuperare il profitto, il risultato globale potrebbe tranquillamente essere una contrazione dei mercati. Se, d’altra parte, lo Stato cerca di diminuire le spese per ridurre il deficit, il risultato potrebbe essere una recessione auto-imposta. Abbiamo visto che, anche se gli Stati sembrano aver imparato la lezione della crisi del debito sovrano, rimangono animati dai principi secondo i quali un debito dev’essere rimborsato. In entrambi i casi, gestione delle finanze pubbliche e gestione della mano d’opera, la domanda è sempre la stessa: in che momento bisognerà passare agli aggiustamenti sicuramente brutali, necessari per ricuperare il tempo perduto e tornare ad un funzionamento “normale”? In che momento i meccanismi urgenti “intrinsecamente reversibili” dovranno essere abbandonati?

Il problema, si sarà capito, non è di sapere se bisogna ricuperare i profitti ma a che velocità. Il dilemma si accentua ancor più per la straordinaria eterogeneità di questa crisi. Ciò implica che la ripresa rischia di realizzarsi nel caos, cosa che porterebbe gli economisti a parlare di ripresa “in K”, cioè uno scenario in cui alcuni ripartono e altri falliscono.

In aggiunta, non tutti sono stati colpiti allo stesso modo, la qual cosa significa che le cicatrici della crisi non scompariranno tutte o, in ogni caso, non alla stessa velocità. Ci sono i precari, gli studenti ed i giovani in generale, i lavoratori e le lavoratrici dei settori particolarmente colpiti (settore alberghiero, aeronautica, settore associativo…). A proposito degli studenti, la rivista del FMI[39] ha pubblicato un articolo dal titolo rivelatore: “L’ombra permanente di una ripresa sfortunata”. Sul piano macroeconomico, è la stessa “ombra permanente” che pesa sui diversi elementi della domanda: i consumatori (o piuttosto il 20% più ricco) vorranno spendere i loro “risparmi forzati”? Le imprese vorranno investire? Le esportazioni vorranno riprendere? La fragilità delle risposte degli economisti a queste domande è un buon indicatore del grado d’incertezza dell’attuale congiuntura[40].

In questo contesto, le forme di regolazione dell’occupazione saranno anch‘esse differenziate: distruzioni pure e semplici, fallimenti, piani sociali, meccanismi di prepensionamento, congedi speciali, allungamento e flessibilizzazione dell’orario di lavoro, estensione delle piattaforme e del lavoro domenicale, tutto sarà messo in atto.

Il problema principale sarà quello di coordinare un’eventuale ripresa, di ristabilire dei circuiti economici che non potranno essere identici a quelli passati. E’ evidentemente inutile contare sulle imprese per realizzare questo coordinamento: ciascuna cercherà di uscire dal marasma in un clima di concorrenza esacerbata. Questa funzione dovrebbe tornare allo Stato, che dovrebbe organizzare una “pianificazione” della ripresa: abbiamo visto che lo stesso FMI non teme di usare questo termine diabolico. Ma lo Stato non ha intenzione di impegnarsi su questa strada e d’altronde non dispone dei meccanismi che consentono una tale regolazione. E’ per esempio incapace di modulare il ritiro progressivo delle misure di sostegno all’occupazione (cassa integrazione, aiuti vari, prestiti bancari, sospensione di imposte o di contributi, ecc.)

Questo rifiuto di imporre alle imprese il benché minimo vincolo si manifesta quando si esamina il piano di rilancio francese. Non ci si trova nulla o quasi nulla a favore delle famiglie più povere, nessuna creazione di posti di lavoro pubblici, nessun controllo sulla gestione dell’occupazione privata ma invece delle significative diminuzioni di imposte a favore delle imprese, senza nessuna condizione. Questo rifiuto di qualsiasi condizionalità è il punto chiave che rivela un’incomprensione profonda della natura specifica di questa crisi.

Ricordiamoci dei violenti attacchi dopo l’instaurazione delle 35 ore in Francia. Andavano ben al di là della difesa razionale degli interessi messi in discussione. Vi era un fattore soggettivo che probabilmente riemergerà sotto forma di una “spirito di rivincita” delle classi dominanti, decise a cancellare tutto ciò che la crisi ha imposto loro, cosa che è già implicita in certi discorsi e in certe pratiche.

Bisogna quindi attendersi un brutale ritorno del bastone sociale e politico e prepararsi a questo. Non esiste un’unica strada per uscire dalla crisi dettata da economisti intangibili: tutto dipenderà dai rapporti di forza. E’ quindi urgente adottare delle posizioni che realizzino l’unione fra resistenza immediata e progetto di trasformazione sociale. Invece di scannarsi sulla teoria monetaria, bisognerebbe ridare un contenuto concreto a qualche idea in materia d’occupazione. La prima è quella della riduzione dell’orario di lavoro, perché dopo tutto ha permesso di ridurre l’ampiezza della crisi. La seconda è quella di una garanzia dell’occupazione e dei redditi sociali. Sono in tutti i casi questioni vitali che saranno protagoniste dei conflitti sociali post-Covid.


[1] OIT, Le COVID-19 et le monde du travail, settima edizione, 25 gennaio 2021

[2] Robert Anderton et al., «L’incidence de la pandémie de COVID-19 sur le marché du travail de la zone euro », Bollettino economico del BCE, n° 8, 2020.

[3] Insee, Comptes des branches, résultats trimestriels

[4] OFCE, «Impact économique de la pandémie en France et perspectives pour 2021», 11 dicembre 2020

[5] Conseil national de productivité, Les effets de la crise Covid-19 sur la productivité et la compétitivité, gennaio 2021

[6] Alain Ruello et Guillaume Calignon, «Les économistes et le gouvernement font le grand écart sur l’évolution de l’emploi», Les Echos, 16 dicembre 2020

[7] European Commission, European Economic Forecast, Novembre 2020

[8] Michel Husson, «Rebond ou plongeon?», A l’encontre, 29 aprile 2020

[9] OCDE, Perspectives économiques, dicembre 2020, p. 299

[10] Christophe Blot et Paul Hubert, «Dettes publiques : les banques centrales à la rescousse?», OFCE, 27 gennaio 2021

[11] FMI, «Déclaration de la mission du FMI sur les politiques mises en oeuvre dans la zone euro», 8 giugno 2009.

[12] Jeffrey Franks, Bertrand Gruss, Manasa Patnam et Sebastian Weber, «Comprendre les priorités de la France pendant la crise de la COVID-19», FMI, 19 gennaio 2021.

[13] OCDE, Perspectives de l’emploi, 2020, p.92.

[14] Olivier Dussopt, «Il faut que 2021 marque la sortie du ‘quoi qu’il en coûte», Les Echos, 20 gennaio 2021.

[15] Romaric Godin, «Finances publiques: une commission pour justifier l’austérité future», Mediapart, 4 dicembre 2020

[16] Patrick Artus, «La politique monétaire très expansionniste va-t-elle soutenir ou faire chuter le capitalisme?», 21 gennaio 2021

[17] Fonte: Jill Mislinski, «The Q Ratio and Market Valuation: December Update», advisorperpectives.com, gennaio 2021.

[18] Romaric Godin, «Après le Covid-19, un retour aux « Années folles » semble peu crédible», Mediapart, 27 gennaio 2021.

[19] Tobias Adrian and Fabio Natalucci, «Financial Perils in Check for Now, Eyes Turn to Risk of Market Correction», blog IMF, 27 gennaio 2021.

[20] Esther Jeffers, François Morin, Dominique Plihon et Jean-Marie Harribey, «Que la BCE prenne sa part pour le climat!», blog Mediapart, 21 gennaio 2021.

[21] Fonti: Insee, Note de conjoncture, 15 dicembre 2020 ; Insee, Comptes nationaux trimestriels au 4ème trimestre 2020, gennaio 2021.

[22] Patrick Artus, «Qu’est-ce qui se normalise rapidement après une récession?», 18 gennaio 2021

[23] Guillaume de Calignon, «L’étonnant optimisme des grandes entreprises françaises», Les Echos, 12 gennaio 2021

[24] Vedi il nostro precedente contributo: «Automatisation, productivité et Covid-19», A l’encontre, 21 ottobre 2020

[25] Gilbert Cette, Sandra Nevoux et Loriane Py, «Les technologies digitales : une source de rebond de la productivité?», Banque de France, 18 dicembre 2020

[26] McKinsey Global Institute, What 800 executives envision for the postpandemic workforce, Settembre 2020

[27] McKinsey Global Institute,The future of work in Europe, Giugno 2020

[28] Alistair Dieppe, Sinem Kilic Celik, Cedric Okou, «Implications of Major Adverse Events on Productivity», The World Bank, Settembre 2020.

[29] Sulla questione rinvio ai preziosi contributi di Martin Anota: «Quel est l’impact de l’épidémie de Covid-19 sur la productivité?», 28 dicembre 2020 ; «Avec la pandémie, les travailleurs doivent-ils craindre de voir arriver une vague de robots?» 16 gennaio 2021.

[30] Sophie Binet, Marie-José Kotlicki, «Recherche et ingénierie : catastrophe industrielle en vue», Les Echos, 17 gennaio 2021

[31] Conseil national de productivité, Les effets de la crise Covid-19 sur la productivité et la compétitivité, gennaio 2021.

[32] Agnès Bénassy-Quéré, «2021, l’année des zombis?», 7 janvier 2021.

[33] Fonte: Insee, Comptes nationaux trimestriels au 4ème trimestre 2020, gennaio 2021

[34] Bernard Martinot, «Rebondir face au Covid-19 : l’enjeu du temps de travail», Institut Montaigne, maggio 2020

[35] Jérôme Lefilliâtre, «L’Institut Montaigne, la très riche boîte à idées de la macronie», Libération, 9 gennaio 2021. Durante la campagna presidenziale di Macron, il suo team elettorale era domiciliato nei locali dell’ l’Institut Montaigne. Laurent Mauduit, «Le patronat héberge discrètement Emmanuel Macron», Mediapart, ril 2016. 7 av.

[36] Unédic, «Crise de la Covid-19 et marché du travail», dicembre 2020

[37] Cécile Hautefeuille, «Les chômeurs font des concessions, les employeurs ne transigent pas», Alternatives économiques, 4 gennaio 2021

[38] Laurent Mauduit, «Le régime de garantie des salaires en grave danger», Mediapart, 21 gennaio 2021

[39] Hannes Schwandt et Till von Wachter, «L’ombre permanente d’un démarrage malheureux», Finances & Développement, dicembre 2020.

[40] Pierre Madec et Hervé Péléraux, «L’économie française en 2020-2022 selon le panel des prévisionnistes», OFCE, 29 gennaio 2021.

Pin It on Pinterest