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Pur se occultato in mezzo a una nauseante melassa di stato vetero/neocoloniale, alle orecchie del “grande pubblico” (dalle micro-informazioni) dovrebbe essere arrivato in questi giorni il nome coltan, l’oro bianco degli ultimi tre decenni. Il sottosuolo del Congo ne detiene l’80% delle riserve mondiali, ed è questa la causa prima (a seguire i diamanti, l’uranio, il cobalto, il patrimonio idro-elettrico, etc.) del terribile massacro avvenuto a cavallo del secolo in Congo, che lo ha trasformato, anche a guerra “finita”, in un permanente terreno di scontri armati, condotti sostanzialmente per procura. Per procura delle società multinazionali affamate del minerale, e dei vecchi e nuovi colonialisti.

Il coltan, una miscela complessa di columbite e tantalite, è un minerale preziosissimo per la fabbricazione di telefoni cellulari, computer portatili, GPS, auto (air bag), equipaggiamenti chimici, satelliti, armi guidate, motori di jet, missili, macchine fotografiche, apparecchi per la visione notturna, televisori al plasma, console per i videogiochi, strumenti per l’odontoiatria e la chirurgia, a causa della sua eccezionale resistenza al calore e alla corrosione, della sua capacità di aumentare la rifrangenza del vetro, di ottimizzare il consumo di corrente elettrica, nonché per il suo contenuto di uranio, e chi più ne ha più ne metta. L’inizio dell’estrazione dei minerali che compongono il coltan precede la seconda guerra mondiale, ma è solo degli ultimi tre decenni lo scatenato arrembaggio mondiale al coltan, guidato dalle multinazionali dell’elettronica, della chimica, etc. statunitensi, francesi, giapponesi, tedesche, britanniche e via dicendo: Apple, Microsoft, Thomson, Sony, Nokia, Bayer, etc., con l’accompagnamento dei relativi stati (e ambasciate) – la massima delle multinazionali italiane traffica, invece, soprattutto in petrolio, gas, energia elettrica. Dietro la mostruosa guerra per il coltan, che ha insanguinato il Congo dal 1997 al 2003, spappolandone il tessuto sociale (specie nell’Est del paese) e producendo almeno cinque, o forse sei, o forse dieci milioni di morti (non si sa neppure questo), ci sono state da un lato le “potenze anglosassoni”, che hanno spinto l’Uganda e il Ruanda ad invadere il Congo con i loro eserciti, dall’altro le multinazionali francesi, con il timido tentativo di Kabila padre di frenare l’assalto imperialista chiamando in campo a propria tutela Angola e Zimbabwe. Ne è sortita quella che è stata definita, ed è stata realmente, la prima guerra mondiale africana, con i padrini di entrambi gli schieramenti, i veri signori della guerra, multinazionali e imperialismi occidentali, nascosti dietro le quinte (anche se ci vuol poco a identificarli), e africani a scannarsi contro altri africani, quella dannazione che giustamente Fanon considerava il peggiore dei lasciti del colonialismo in Africa. Ora che le operazioni belliche in grande sono cessate, lasciando dietro di sé montagne di cadaveri, piccole bande di predatori, e sterminate masse di sfollati, o rifugiati, costretti, per sopravvivere, a vendersi nelle miniere a costi infimi, già da bambini, o a vendersi nelle strade, già da bambine, si sono fatti spazio in Congo anche la Cina e la Turchia… A completare il quadro dei vampiri e degli approfittatori le foltissime, brutali, corrottissime truppe dell’ONU, spesse volte bersaglio di manifestazioni popolari di protesta, da loro represse nel sangue, nonché le truppe delle D.o.n.g. (dannate organizzazioni non governative).

Per quanto riguarda l’Africa, il dato da cui partire è questo: è in corso un nuovo “scramble for Africa”, uno scatenato assalto neo-coloniale alle risorse di minerali, energia, terra, acqua, sole, vento e di esseri umani dell’Africa sia araba che nera. Un nuovo saccheggio in grandissimo stile. Con alcune importanti differenze rispetto a quello che fu sancito dalla conferenza di Berlino del 1884-1885:

  1. Questa volta l’assalto è globale perché l’Africa è il continente che dà più speranze, al capitale globale, di poter realizzare quel supplemento di energico sviluppo dell’accumulazione che appare altrove sempre più difficile da attuare – dopotutto, l’Africa è il solo continente in cui la popolazione, e la potenziale forza-lavoro da sfruttare, continua a crescere a ritmo molto rapido1. All’opera, quindi, non sono solo i tradizionali briganti europei, che restano comunque in prima fila. Accanto a loro, le multinazionali statunitensi (gli Stati Uniti sono i primi investitori in Africa per stock di capitale2) e le grandi banche e le grandi imprese cinesi, saudite, degli Emirati, indiane, turche. Non a caso gli investimenti diretti all’estero (IDE) verso l’Africa sono esplosi dai 10 miliardi di dollari circa del 2000 agli oltre 55 miliardi del 2015, facendo di questo continente la seconda destinazione mondiale degli IDE subito dopo la regione Asia-Pacifico.
  2. Ai tavoli della nuova spartizione delle risorse africane sono ammesse stavolta pure le borghesie arabe e nere, allora pressoché inesistenti, che stanno capitalizzando (in parte) a proprio vantaggio il ciclo delle rivoluzioni e delle lotte anti-coloniali, espropriandone però il frutto alle classi lavoratrici, che le hanno combattute in prima persona.
  3. Data la crisi dell’ordine internazionale uscito dalla seconda guerra mondiale e modificato, poi, in seguito alla catastrofe del “socialismo reale”, dato quindi il grande disordine internazionale del momento, non è prevista né è prevedibile una nuova spartizione formale dell’Africa fatta di comune intesa, alcun “pacifico” accordo tra gli assalitori. Ciò rende l’assalto dei grandi poteri “civilizzatori” ancora più brutale, se fosse possibile, di quello di fine ottocento.
  4. I mezzi dell’assalto neo-coloniale all’Africa sono diventati più sofisticati e diversificati. Certo, sta crescendo in Africa e alle soglie dell’Africa, la presenza militare dei neo-colonizzatori sotto forma di truppe statali e private, basi militari, “consiglieri” dei servizi segreti di mezzo mondo. Ma non si tratta solo di questo, delle guerre scatenate direttamente dall’Occidente e delle guerre civili o di secessione in cui c’è sempre la longa manus delle potenze imperialiste, tra cui l’Italia. Si tratta anche, se non soprattutto, dello strangolatorio debito estero, che per i paesi dell’Africa sub-sahariana è passato dai 13 miliardi di dollari del 1973 ai 450 miliardi di oggi. Si tratta del land grabbing – oltre il 50% delle terre rapinate con questo metodo nei continenti di colore si trova in Africa, per un ammontare di oltre 30 milioni di ettari (pagati dai 2 ai 10 dollari l’uno…), con una progressione del fenomeno del 1000% in venti anni. Si tratta della trasformazione dell’agricoltura africana, sotto il dominio dell’agribusiness, in un’agricoltura che vive per l’esportazione, e non invece per accrescere la autosufficienza alimentare delle popolazioni locali; delle monoculture intensive imposte a molti paesi africani per la produzione di bio-carburanti, legno, etc.; della vendita sottocosto dei prodotti agricoli statunitensi ed europei sovvenzionati, che mette fuori mercato la produzione agricola locale; della sistematica rapina del pescato africano. Si tratta, poi, dell’organizzazione della tratta di donne da inabissare nella prostituzione(anche in questo caso le catene di comando e i consumatori finali sono qui in Europa e nei paesi più ricchi). E, ancora, del cosiddetto brain drain di laureati africani, medici anzitutto, denunciato già vent’anni fa da Coutrot e Husson3, che negli ultimi tempi ha toccato il suo acme. Per non parlare del più tradizionale ma non meno devastante saccheggio delle materie prime, nel quale contano oggi più della gomma e dell’oro il petrolio, il gas, il coltan, i metalli rari di cui l’Africa è ricchissima, in certi casi quasi-monopolista per volontà di madre natura. E a tutto ciò si debbono aggiungere gli effetti indiretti sul continente africano dell’iper-sviluppo capitalistico globale, la desertificazione, la siccità e le carestie prodotte dai cambiamenti climatici – di cui l’Africa ha sofferto finora più di ogni altro continente; nonché i fenomeni climatici estremi come il ciclone Idai che a metà marzo si è abbattuto sullo Zimbabwe, il Mozambico e il Malawi.

Quest’insieme di processi interconnessi sta producendo un movimento migratorio interno all’Africa di proporzioni rapidamente crescenti. È in atto lo svuotamento progressivo delle campagne – con la rovina dell’agricoltura di sussistenza, che tuttora dà da mangiare a un terzo degli abitanti dell’Africa -, e la nascita di enormi megalopoli (la sola Lagos ha 23 milioni di abitanti) e di un gran numero di centri urbani4. Appena dieci anni fa la stragrande maggioranza degli spostamenti migratori dell’Africa avveniva dentro il continente; quelli verso l’Europa erano in aumento, ma restavano abbastanza ridotti se paragonati ai movimenti infracontinentali5. L’emigrazione africana di massa verso l’Europa era ancora largamente confinata all’emigrazione dai paesi arabi del Nord, mentre l’emigrazione dall’Africa sub-sahariana era molto limitata e composta per lo più da persone con livello di scolarizzazione medio-alto6. Nell’ultimo decennio la situazione è fortemente cambiata. Si è intensificato il processo di urbanizzazione legato a forme di modernizzazione e di sviluppo capitalistico dipendente delle economie e delle società sub-sahariane; contemporaneamente si sono molto irrigiditi i confini tra gli stati africani, un tempo labili, e si sono diffuse politiche a sfondo nazionalistico, se non proprio razzista, contro gli immigrati provenienti da altri paesi africani (caso-limite il Sud Africa degli ultimi anni, con diversi sanguinosi pogrom). All’oggi si tratta di decine di milioni di emigranti, che trovano pochi sbocchi lavorativi stabili nelle città perché finora non si è dato in Africa un vero e proprio processo di industrializzazione in grado di assorbire almeno una buona quota degli espulsi dalle campagne7; e tanto meno di industrializzazione forte e diffusa come nella Cina costiera delle zone speciali, che è stato in grado di assorbire in trenta anni quasi 200 milioni di emigranti interni.

La spinta a lasciare le campagne, allargandosi, ha coinvolto strati sociali poco scolarizzati o perfino analfabeti – non si deve dimenticare che i piani di ristrutturazione del debito imposti da FMI e BM hanno demolito in molti paesi l’istruzione superiore e colpito ovunque i livelli di scolarizzazione più elementari. Essendo sempre più ostacolata e complicata l’emigrazione intra-africana, il movimento migratorio si è rivolto in modo più pressante verso l’estero: l’Europa, il Nord America, il Golfo Persico (dove si è imbattuta nella concorrenza degli emigranti dall’Asia), l’Asia stessa, con crescenti difficoltà, però, a raggiungere il continente europeo a causa delle rigide politiche restrittive, repressive, selettive adottate dall’Unione europea, inclusi i paesi di antica colonizzazione, Francia e Regno Unito8. Come innumerevoli documenti testimoniano, ci sono masse di giovani donne e uomini africani disposti a tutto pur di riuscire ad approdare in un qualche punto del suolo europeo attraverso percorsi che possono durare anni, perché non hanno un’alternativa preferibile9. Percorsi drammatici, spesso tragici, se si considera che negli ultimi 15 anni il Mediterraneo è diventato la tomba per almeno trentamila emigranti africani, la “via migratoria” più pericolosa del mondo.”

1 Akinwumi A. Adesina, presidente della Banque africaine de développement, afferma: “Oggigiorno l’Africa è, senza alcun dubbio, il luogo privilegiato in cui fare affari. Abbiamo una popolazione giovane in piena crescita e una domanda crescente di beni di consumo, di prodotti alimentari e di servizi finanziari. La combinazione di tutti azione commerciale e industriale attraente per il settore privato” – Groupe de la Banque Africaine de développement, Industrialiser l’Afrique, 2018, p. 4. Su questi temi insiste anche il direttore generale dell’UNIDO Li Yong in “Africa, un’industrializzazione non più rinviabile”, il Sole 24 ore, 2 febbraio 2017, che oltre a parlare del “profilo demografico favorevole” dell’Africa, vanta gli elevati tassi di urbanizzazione del continente e “una diaspora altamente istruita”.
2 Cfr. UNCTAD, World Investment Report 2018, Geneva, 2018. p. 38, fig. A. Il 66% dei capitali statunitensi è investito nella estrazione di minerali. Tra i paesi europei primeggiano il Regno Unito e la Francia, ma l’Italia è in forte recupero – nel 2016 è stata il primo investitore europeo, anzitutto con l’ente petrolifero di stato ENI.
3 T. Coutrot – M. Husson, Les destins du tiers monde, Nathan, 1993.Ai medici e agli infermieri africani vengono offerti negli Stati Uniti e nei paesi europei salari fino a venti volte superiori ai loro salari nei paesi di nascita.
4 In Africa il processo di urbanizzazione non è limitato alla formazione di megalopoli; altrettanto significativa è la rete sempre più fitta di piccole e medie città: UN-Habitat, State of African Cities 2014. Re-imagining sustainable urban transitions, Nairobi, 2014.
5 S. Castles – M.J. Miller, The Age of Migration. International Population Movements in the Modern World, Palgrave McMillian, 2009, cap. 7, mappa 7.1.
6 O. Bakewell – H. de Haas, “African Migration: Continuities, Discontinuities and Recent Transformation”, in African Alternatives a cura di P. Chabal, U. Engel e L. de Haan, Brill, 2007, pp. 95-117.
7 Negli ultimi tre decenni, anzi, “l’Africa sub-sahariana ha subìto una de-industrializzazione di proporzioni epocali. Milioni di posti di lavoro sono spariti senza che nulla li sostituisse”: “Perché l’Africa non decolla”, L’Internazionale, 13 luglio 2018, p. 49 (è la traduzione di un articolo tratto da Die Zeit).
8 M.-L. Flahaux – H. de Haas, “African migration: trends, patterns, drivers”, Comparative Migration Studies (2016) 4:1, pp. 1-25
9 Vedi la testimonianza del cittadino della Repubblica democratica del Congo Emmanuel Mbobela (Rifugiato. Un’odissea africana, Agenzia X, 2018) che, pur disponendo di buoni mezzi materiali e altrettanti sostegni, ha impiegato 6 anni per mettere piede in Olanda.

*articolo apparso sul sito https://pungolorosso.wordpress.com/

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