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La descrizione di una classe che è tutt’altro che scomparsa in un mondo tutt’altro che “postindustriale”. Il lavoro ancora oggi è soprattutto sudore. Le cifre e i nuovi meccanismi dello sfruttamento. Qui di seguito gli estratti di un testo di Kim Moody pubblicato su New Politics. (Red)

La classe operaia del XXI secolo è una classe in formazione, in un mondo in cui il capitalismo è diventato solo recentemente universale. Le forze motrici contemporanee di questa dinamica sono state la globalizzazione ineguale del capitalismo con la simultanea ascesa delle multinazionali dopo la Seconda Guerra Mondiale. Altri aspetti di questa trasformazione includono il declino del tasso di profitto iniziato alla fine degli anni ’60, che ha portato il capitale oltre i suoi vecchi confini e ha prodotto crisi ricorrenti; l’apertura delle economie burocratiche ex “comuniste” al capitalismo; e più recentemente, l’approfondimento delle catene globali del valore.

Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), la forza lavoro globale è cresciuta del 25% tra il 2000 e il 2019. Gli “occupati” sono passati da 2,6 miliardi a 3,3 miliardi (con un aumento appunto del 25%). È probabile che circa due terzi di questa quantità, corrispondenti a poco più di 2 miliardi di persone, appartengano alla classe operaia.

Tuttavia, queste lavoratrici e questi lavoratori non sono tutte e tutti salariati. Molti sono considerati lavoratori “in proprio” o autonomi e sono di fatto bloccati nella relazione tra capitale e occupazione attraverso le catene di valore o di fornitura nazionali e globali che hanno caratterizzato la crescita capitalista per qualche tempo. I lavoratori autonomi sono spesso semplicemente registrati sotto questa categoria dai datori di lavoro per evitare i contributi, le tasse, le retribuzioni e la responsabilità di questi lavoratori. Le donne hanno molte più probabilità degli uomini di avere un lavoro informale.

Le catene di valore

Queste catene di approvvigionamento dominate dalle imprese non legano solo le economie del Sud alle multinazionali. Riconfigurano le economie locali e la forza lavoro in risposta alle esigenze del business. Anche se la maggior parte dei lavoratori di un paese non è direttamente collegata a una catena di valore aziendale, i livelli di informalità, i salari, il ritmo di lavoro e l’equilibrio di genere sono stabiliti per la maggior parte dei lavoratori dalle dinamiche e dai ritmi di crescita delle multinazionali.

In India, per esempio, la crescita del settore manifatturiero ha aumentato il settore informale perché è più economico procurarsi le materie prime dai produttori e utilizzare il lavoro a domicilio, dove le donne forniscono in una sola volta sia il lavoro (poco) pagato che addirittura quello non pagato, cioè il lavoro di riproduzione che riduce il costo di ogni lavoratore.

Nel complesso, contrariamente a quanto propagandato attorno al concetto di economia “post-industriale”, la forza lavoro industriale (manifatturiera, edilizia e mineraria) è aumentata da 536 milioni a 755 milioni in questo periodo. Questo dato non include i lavoratori dei trasporti, delle comunicazioni e dei servizi pubblici, che sono anch’essi essenziali per la produzione di beni e che costituivano altri 226 milioni di lavoratori aggiuntivi nel 2019. Insieme, questo “nucleo” industriale (che assomma a 762 milioni di persone) rappresenta il 41% della forza lavoro non agricola del mondo (cifre del 2019).

La geografia della disuguaglianza

Tuttavia, la crescita della produzione mondiale, e quindi della sua forza lavoro, non è distribuita uniformemente nel mondo. Mentre i paesi sviluppati producono ancora la maggior parte del valore aggiunto manifatturiero, i paesi in via di sviluppo hanno aumentato la loro quota dal 18% nel 1990 a circa il 40% nel 2019, mentre quella dei paesi industrializzati è passata dal 79% al 55% in questo stesso periodo.  La Cina da sola ha quadruplicato il peso della sua produzione di valore aggiunto manifatturiero, passando dal circa 5% della produzione mondiale nel 2000 al 20% nel 2018.

Allo stesso tempo, la dislocazione e l’espropriazione hanno contribuito a produrre una crescente popolazione migrante internazionale. Il numero di persone che vivono fuori dal proprio paese d’origine è passato da 173.588.441 nel 2000 a 271.642.105 nel 2019, con un aumento del 57%.  Circa 111 milioni di persone sono classificate dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni come lavoratori migranti, che inviano rimesse ai propri paesi d’origine per un ammontare di 689 miliardi di dollari (cifre del 2018).

Il capitale nel suo insieme ha largamente approfittato grazie ai cambiamenti geografici, al progresso tecnologico, alla riorganizzazione della produzione e del processo di lavoro, e anche alle crisi del sistema nel suo insieme. La quota del reddito da lavoro nel PIL ha conosciuto un trend di discesa dalla metà degli anni 70, seppur con alti e bassi (è passata dal 53,7% del 2004 al 51,4% del 2017, dati ILO). Di conseguenza, la quota di reddito che va al capitale è aumentata. Per fornire un’idea si tratta di 2.700 miliardi di dollari che ogni anno non vanno più nelle tasche dei lavoratori ma finiscono nelle tasche dei datori di lavoro. A titolo indicativo, la quota di reddito nazionale del 10% più ricco è aumentata, mentre quella del 50% più povero è diminuita in tutte le principali economie.

Gran parte di questa maggiore disuguaglianza è da attribuire al relativo declino dei sindacati e alla stagnazione dei salari, ai continui aumenti della produttività manifatturiera globale e alla crescente assunzione di lavoratori precari formali e informali a basso salario. Queste tendenze hanno contribuito all’aumento dei tassi di sfruttamento ovunque.

Tecnologia e controllo del lavoro

Per centinaia di milioni di lavoratrici e lavoratori in tutto il mondo, il lavoro rimane prima di tutto uno sforzo fisico estenuante, apparentemente lontano dal regime high-tech di automazione e gestione digitale che ha intensificato il lavoro.

Ciò che è cambiato maggiormente nella natura del lavoro negli ultimi due decenni sono il grado, la penetrazione e l’applicazione delle tecnologie digitali che controllano, quantificano, standardizzano, modulano, tracciano e dirigono il lavoro di individui e gruppi. Queste tecnologie vanno ben al di là di ciò che riusciva a fare il taylorismo per quantificare, frammentare, standardizzare e quindi controllare il lavoro individuale e collettivo, indipendentemente dal prodotto o servizio che produceva. La digitalizzazione di molte tecnologie legate al lavoro significa che il lavoro può essere misurato e scomposto in nanosecondi, invece dei minuti e dei secondi di Taylor. Significa anche che ogni aspetto del lavoro è quantificato. La semplificazione attraverso la quantificazione significa che la velocità e le richieste di velocità possono essere quantificate.

Tutto questo vale per i servizi già trasformati nel corso del secolo scorso, dai servizi domestici e ai lavori svolti da piccole imprese per conto di aziende appaltanti, che sono stati riorganizzati in maniera più “snella” e anche informatizzati, dai call center agli hotel alla manutenzione degli edifici. Le misurazioni digitali odierne si applicano anche al lavoro professionale in settori come la sanità e l’istruzione. I dati vengono raccolti dai lavoratori stessi e poi usati contro di loro. Per esempio, gli insegnanti sono misurati dai voti degli studenti (in genere definiti dallo stesso insegnante) sulla base di test standardizzati e su una “conoscenza standardizzata”, e sono costretti a “insegnare per valutare” (lo studente e insieme se stesso). Nel frattempo, le infermiere dell’ospedale possono essere seguite da un GPS e dirette da sistemi di supporto decisionale clinico algoritmico che raccomandano trattamenti standard. O, in entrambi i casi, possono essere sostituiti da lavoratori meno qualificati e meno costosi che svolgono compiti standardizzati (i protocolli).

Amazon è l’esempio più citato di lavoratori guidati dal digitale. Un recente studio su un centro di distribuzione Amazon in California ha descritto il contesto in cui lavorano i dipendenti. In strutture identiche in tutto il mondo, il lavoro è guidato da scanner e computer portatili che tracciano, cronometrano e guidano i lavoratori al prodotto appropriato. I lavoratori hanno diritto a trenta minuti per ogni turno “fuori servizio”, cioè il tempo in cui non sono in movimento. Inoltre, sono spinti da robot che selezionano anche i prodotti.

La tecnologia, i modelli di occupazione e i flussi di beni, servizi e capitali che caratterizzano la produzione e danno forma al mondo del lavoro sono, a loro volta, basati su un’infrastruttura fisica internazionale sempre più estesa. Questi corridoi di capitale consistono principalmente in strade, ferrovie, vie d’acqua, porti, condutture, aeroporti e magazzini tradizionali. Ma ora includono enormi cluster logistici urbani di strutture e manodopera, chilometri di cavi in fibra ottica, centri dati in applicazioni e magazzini riconfigurati per il movimento piuttosto che per lo stoccaggio.           

*Kim Moody è stato uno dei fondatori di Labor Notes negli Stati Uniti e l’autore di diversi libri su lavoro e politica tra cui Tramps & Trade Union Travelers: Internal Migration and Organized Labor in Gilded Age America, 1870-1900 (Haymarket, 2019) e On New Terrain: How Capital Is Reshaping the Battleground of Class War (Haymarket books, 2017). Attualmente è visiting scholar all’Università di Westminster a Londra, e membro del National Union of Journalists e dell’University and College Union. La traduzione è stata curata da Fabrizio Burattini.

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