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Le catastrofi ambientali, di cui i fenomeni metereologici estremi legati al cambiamento climatico sono il principale motore, sono raddoppiate in vent’anni, uccidendo più di un milione e duecentomila persone nel mondo dopo l’anno 2000. Temperature estive record nell’emisfero nord e nell’emisfero sud (compresi l’Artico e l’Antartico), incendi devastanti, inverni eccezionalmente miti e senza neve in moltissime regioni, perturbazioni monsoniche, fenomeni metereologici estremi più frequenti e più violenti: la catastrofe climatica è in corso. Progredisce più velocemente delle previsioni, principalmente a causa della sottovalutazione delle retroazioni positive del riscaldamento globale. I grandi incendi in Australia hanno messo in evidenza il grosso pericolo di una spirale di queste retroazioni, che possono sfociare in un rapido e irreversibile collasso del regime climatico. Ciò comporterebbe in primo luogo un aumento del livello degli oceani di parecchi metri, con delle conseguenze terribili per centinaia di milioni di esseri umani, soprattutto in Asia e in Africa, per non parlare della scomparsa di molti Stati insulari.

Mentre le minacce aumentano sempre più velocemente, la decisione formale adottata durante la COP21 (Parigi) di “mantenere il riscaldamento molto al di sotto dei 2°C mantenendo gli sforzi per non oltrepassare gli 1,5°C rispetto all’era preindustriale” resta inapplicata a tutt’oggi. La COP24 (Katowice) e la COP25 (Madrid), sempre più apertamente sponsorizzate dagli investitori capitalisti, si sono concluse con dei fallimenti. La principale responsabilità ricade sui governi statunitense, cinese, brasiliano ed australiano, così come sull’Arabia Saudita e i suoi alleati del Golfo. Ma, al di là delle manovre del blocco negazionista, è fondamentalmente l’impossibilità di un capitalismo verde che viene messa in evidenza con questi fallimenti. Il riscaldamento non può essere limitato sotto i 1,5°C (e nemmeno sotto i 2°C) senza affrontare il male alla radice: l’accumulazione capitalista basata sulla lotta concorrenziale per il profitto, altrimenti detto il modo di produzione capitalistico di produzione/distribuzione/consumo, fondato sulla proprietà privata e lo sfruttamento della forza-lavoro (che implica anche lo sfruttamento delle altre risorse naturali).

Per rendere concreto l’obiettivo della COP21, i negoziati dovrebbero cercare in primo luogo di colmare lo spazio fra l’obiettivo dei 1,5°C adottato a Parigi da un lato e, dall’altro, i contributi determinati nazionalmente, sulla base dei quali il IPCC (Intergovernamental Panel of Climate Change) proietta un riscaldamento globale intorno ai 3,3°C da qui alla fine del secolo. Invece, si stanno arenando, dopo cinque anni, sulla messa a punto del “nuovo meccanismo di mercato” deciso in linea di massima a Parigi per fornire maggiori mezzi per sostituire le riduzioni delle emissioni con i cosiddetti “investimenti puliti” generatori di “diritti d’emissione”. L’esperienza accumulata a partire del protocollo di Kyoto dimostra che questi meccanismi sono solo, generalmente, dei mezzi per aggirare le riduzioni effettive delle emissioni così come una specie di neocolonialismo riverniciato di verde che accaparra le foreste ed altre risorse naturali a spese delle popolazioni. Tuttavia, il nodo principale per il capitalismo risiede proprio lì: far credere all’opinione pubblica che stanno lottando contro la catastrofe mentre continuano la loro opera di accumulazione per saccheggiare e distruggere la biodiversità. Prima di discutere di come colmare lo spazio di cui sopra, ai capitalisti e ai loro rappresentanti politici piacerebbe conoscere le dimensioni di questa enorme possibilità di nuovi profitti. E questa sarà la premessa alla “crescita delle aspirazioni” che dovrebbe essere il principale obiettivo della COP26 (Glasgow).

Oltre un quarto di secolo dopo il Summit della Terra (Rio de Janeiro, 1992) e l’adozione dell’accordo-quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, le emissioni annuali di CO2 sono aumentate del 60%. La concentrazione atmosferica di CO2, in costante aumento, è oggi superiore al 50% dei livelli preindustriali e sarà ben presto superiore a quelli del Pliocene (cioè da 2,6 a 5,3 milioni di anni fa), quando non esisteva la calotta glaciale permanente nell’emisfero nord ed il livello degli oceani era di circa 25 metri più elevato di oggi. Che sia nel quadro delle COP o in altri ambiti, i negoziati climatici sono subordinati agli imperativi della crescita capitalista e delle rivalità geostrategiche. È totalmente illusorio aspettarsi da queste COP l’adozione di misure obiettivamente sufficienti per una soluzione reale, nel rispetto della giustizia sociale e della giustizia climatica Nord-Sud, perché questa soluzione è incompatibile con l’accumulazione capitalista. In questo senso, appoggiamo la dichiarazione di Greta Thunberg nel corso della COP25 di Madrid, che affermava che la soluzione non verrà da questi negoziati ma dalle lotte dei popoli.

Il periodo 2019-2020 ha visto uno sviluppo spettacolare del movimento mondiale per il clima, con degli scioperi studenteschi, delle manifestazioni di massa a volte estremamente importanti (550.000 dimostranti a Montreal!), delle azioni di disobbedienza civile, delle occupazioni che cercavano di bloccare gli investimenti fossili, ecc. I giovani, le donne, i popoli indigeni e i contadini hanno confermato il loro ruolo motore. L’eco-preoccupazione ha fatto schiudere nuove reti di attivisti e attiviste (FfF, Rise 2020, XR, ecc.) orientate all’azione, soprattutto nei paesi cosiddetti “sviluppati”. Allo stesso tempo, i movimenti indigeni hanno proseguito e sovente intensificato la propria organizzazione contro il capitalismo estrattivo e l’aumento dell’accaparramento delle terre, del furto di sementi e della distruzione dei territori in cui hanno vissuto per secoli in relativa armonia con la Pachamama. I movimenti indigeni, i contadini e le contadine, le donne si sono anche messi alla testa di molte altre grandi lotte di massa nel mondo intero -in Argentina, in Cile, in Equador, in India, ecc.- in movimenti che non hanno immediatamente al centro le rivendicazioni ecologiche ma che rappresentano degli alleati essenziali per la causa della giustizia climatica. In questo contesto, la solidarietà fra i movimenti del Nord e del Sud ne esce rafforzata. Di fronte a ciò, quando i tentativi di ricupero paternalista e di cooptazione nei meccanismi della “governance” non funzionano più, i governi rispondono con la calunnia, la criminalizzazione e la repressione. Quest’ultima assume delle forme particolarmente volente nei confronti dei popoli indigeni e delle comunità rurali, in cui molti attivisti vengono assassinati, mentre la distruzione delle foreste e i responsabili dell’inquinamento rimangono impuniti. 11.088 km2 di Selva amazzonica sono stati rasi al suolo in dodici mesi, risultato diretto della politica estrattivista e pro-agrobusiness di Bolsonaro, che ha anche approfittato della pandemia per agire al riparo da sguardi indiscreti. L’accelerazione della deforestazione e la moltiplicazione degli incendi ci avvicinano al “collasso” irreversibile dell’Amazzonia. La Quarta Internazionale fa appello alla solidarietà più ampia verso le vittime della repressione e del progetto genocida contro i popoli autoctoni. Appoggia tutte le iniziative che cercano di boicottare le imprese multinazionali o locali coinvolte nella distruzione dell’Amazzonia. Considerando l’importanza decisiva della Selva amazzonica per l’equilibrio ecologico del pianeta, la QI fa appello alla mobilitazione internazionale a sostegno delle popolazioni che cercano di resistere ai progetti genocidi del governo brasiliano. Appoggia la campagna contro l’accordo di libero scambio fra l’Unione Europea e il Mercosur, che avrebbe delle conseguenze disastrose per l’Amazzonia.

L’unica possibilità reale di fermare la catastrofe è quella di lavorare senza sosta per una mobilitazione mondiale di massa e di lunga durata. Bisogna darsi da fare per unire tutti i movimenti sociali delle sfruttate e degli sfruttati per far scendere in piazza decine di milioni, centinaia di milioni, di uomini e donne. I precedenti della mobilitazione antinucleare in Germania, dell’enorme lotta contro l’installazione dei missili nucleari della NATO in Europa e del movimento mondiale contro la guerra in Iraq dovrebbero servirci come fonte d’ispirazione. Invece di consigliare i potenti, come fanno certe grandi associazioni ambientaliste, bisogna screditarli e destabilizzarli eticamente, socialmente e politicamente. Solo se la classe dominante vedesse la sua dominazione minacciata, determinate correnti al suo interno potrebbero abbandonare la filosofia del mercato neoliberista a tutti i costi ed iniziare a varare le misure di regolamentazione indispensabili per arginare parzialmente la frenesia produttivista. Delle misure parziali contribuirebbero a dare fiducia ai movimenti sociali rispetto alla loro capacità di andare oltre sulla via del “System change, Not climate change”. È con questo spirito che la Quarta Internazionale fa appello ad organizzare ovunque le mobilitazioni in occasione della COP26, specialmente la maggior mobilitazione possibile nella stessa Glasgow, se le condizioni della pandemia lo permettono. Questa nuova dinamica nel movimento sul clima è già iniziata in modo promettente. L’appello della Coalizione COP26 da From The Ground Up #1 a novembre 2020 ha permesso di registrare più di 8000 militanti, di cui molti provenienti dal Sud, per cinque giorni di dibattito, maggioritariamente su una base piuttosto radicale, sovente anticapitalista ed ecosocialista. Questo indica le possibilità di unire dei movimenti del Sud e del Nord, dei sindacalisti e dei militanti dell’azione diretta per andare più avanti in questa direzione. Il processo di Glasgow Agreement, che è una piattaforma d’azione e di articolazione strategica in materia di giustizia climatica, conta attualmente con più di 130 organizzazioni e gruppi di 40 paesi su quattro continenti. Questo accordo integra un programma politico per la giustizia climatica che è perfettamente in linea con l’ecosocialismo e l’azione diretta di massa, sia a livello locale che internazionale.

La sconfitta di Trump, la crisi sanitaria e i suoi effetti sulla produzione ma anche sul miglioramento della competitività delle energie rinnovabili, in particolare della produzione di elettricità attraverso l’energia solare (il solare fotovoltaico e l’eolica onshore sono oggi meno cari del carbone e del petrolio e supereranno presto il gas) sono tutti dati che stanno rimescolando le carte. Ormai, il programma di Biden, il Green Deal europeo e le dichiarazioni di Pechino hanno in comune le “zero emissioni nette di CO2 per il 2050”. Sembra probabile che gli USA, la Cina e la UE convergano su un rilancio dei processi del “capitalismo verde” deciso nella COP21. Ciononostante, questa convergenza è ben al di sotto degli impegni necessari per non superare i 1,5°C. Secondo il IPCC, per compiere questo obiettivo, le emissioni nette dovrebbero scendere del 58% nel mondo nel 2030, del 65% come minimo nell’Unione Europea e ancor più negli Stati Uniti. Zero emissioni nette non significano zero emissioni, ma una “neutralità del carbonio”, compatibile con il produttivismo capitalista, che implica diverse false soluzioni pericolose tipo il nucleare, le diverse tecnologie a emissioni negative di cattura-sequestro del CO2 (BECCS) o i diversi meccanismi di compensazione a danno dei paesi del Sud e dei loro popoli, come lo sviluppo della geo-ingegneria. Risolutamente radicata nel mercato e nella concorrenza, questa politica climatica apparentemente ambiziosa volge la schiena al principio di responsabilità comuni e differenziate e apre una nuova fase di imperialismo verde. In modo particolare, si iscrive -senza dirlo- in uno scenario totalmente insensato: quello del “superamento temporale” della soglia dei 1,5°C da qui al 2050, seguito da un ipotetico raffreddamento prodotto dalle tecnologie di emissioni negative. Ora, anche supponendo che questo raffreddamento sia possibile, la situazione è arrivata a un tale punto critico che una transizione climatica irreversibile è un rischio tutt’altro che remoto, che si può produrre proprio durante il cosiddetto “superamento temporale”. Mai come adesso l’antagonismo assoluto fra l’accumulazione capitalista e i limiti del pianeta è stata così visibile. Minaccia direttamente la sopravvivenza fisica di centinaia di milioni di esseri umani e condanna gli altri (e i loro discendenti) a vivere in un mondo devastato, con la biodiversità distrutta.

La soluzione della contraddizione fra il livello di coscienza e la necessità oggettiva non risiede nell’identificazione di una rivendicazione immediata che faccia da ponte fra ciò che sembra politicamente realizzabile nell’attuale congiuntura, da un lato, ed il programma anticapitalista radicale che è obiettivamente necessario per fermare la catastrofe, dall’altro. Non risiede nemmeno nel tentativo di lanciare artificialmente delle petizioni di principio rivoluzionarie ed ecosocialiste che poco hanno a che vedere coi movimenti di massa. La chiave risiede piuttosto nell’adozione da parte del movimento di un corpus di esigenze intransigenti basate a loro volta su diagnosi scientifiche riconosciute (senza esagerazioni catastrofiste), sui principi di giustizia sociale, di uguaglianza dei diritti, di emancipazione e di democrazia, e sul diritto delle generazioni future a ereditare un pianeta in cui vivere bene. La Quarta Internazionale propone al movimento di concretizzare questa formula algebrica adottando di fronte ai potenti un atteggiamento di sfida e di sfiducia attorno ai seguenti elementi:

  • Dei piani di riduzione delle emissioni nei diversi settori, trasporti, costruzioni, energia e agricoltura, per restare al di sotto dei 1,5°C.
  • Il rifiuto del “superamento temporale”: come esempio, il IPCC pone il punto di collasso della calotta glaciale della Groenlandia fra i 1,5°C e i 2°C; se questo viene superato, poi nessun raffreddamento permetterà di tornate indietro.
  • La lotta contro le tecnologie pericolose (nucleare, OGM, geo-ingegneria, BECCS), nessuna cattura-sequestro può servire da alibi per continuare lo sfruttamento delle energie fossili.
  • Il rispetto dei popoli del Sud globale ed in particolare dei popoli indigeni, cosa che implica la fine dei meccanismi di compensazione. Questi meccanismi fanno sopportare al Sud globale il peso della compensazione dei GES emessi dai più ricchi, espropriando ai popoli le loro terre e foreste.
  • La giustizia climatica (responsabilità e capacità differenziate fra Nord e Sud globale) e la giustizia sociale (transizione giusta, nel vero senso del termine); il pianeta viene prima dei profitti, salviamo il clima del 99%, che paghi l’1%!
  • La necessità assoluta di ridurre la produzione materiale ed i trasporti non può essere elusa.

La politica ha orrore del vuoto. Attraversando il vuoto al punto da renderlo insopportabile, il movimento di massa favorirà le ricomposizioni politiche e gli sbocchi alternativi, concretizzando la possibilità di costruire un altro futuro. Il “Green New Deal” proposto negli USA da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortéz dev’essere visto in questo senso. Il GND non è un programma sufficiente per fermare la catastrofe: fra le altre cose, non implica la rottura con la dinamica capitalista dell’accumulazione e non mette in discussione i meccanismi neocoloniali come la compensazione-carbonio. Ma, contrariamente ai suoi surrogati europei proposti dalla Commissione della UE, il GND è un piano, ed è un piano che ha l’ambizione di risolvere allo stesso tempo la crisi sociale (l’occupazione, il reddito, le condizioni di lavoro) e la crisi ecologica/climatica. Queste due caratteristiche principali fanno del GND un avvenimento politico importante ed uno stimolo per ampliare il dibattito sui mezzi per fermare la catastrofe. A questo proposito, l’impatto della proposta sul movimento operaio è particolarmente importante e dev’essere promosso.

Evidentemente, non cambieremo il modo di produzione senza i produttori e le produttrici o addirittura contro di loro. Ciò significa che la questione strategica fondamentale è più che mai l’impegno del movimento operaio nella lotta per il clima e contro la catastrofe ecologica in generale. Dei fatti limitati ma significativi si sono prodotti nell’ultimo periodo e meritano d’essere conosciuti perché dimostrano che questo impegno è possibile. Per esempio: smentendo tutti i pronostici, i Gilets jaunes in Francia ed il movimento per il clima si sono uniti nella lotta contro il governo Macron; sfidando Jeff Bezos, i lavoratori e le lavoratrici qualificate della centrale di Amazon a Seattle hanno scioperato, mossi dall’appello di Greta Thunberg ed esigendo che l’impresa si impegni a salvare il clima; in Svizzera, nel Cantone di Ginevra, alcuni responsabili sindacali hanno collaborato strettamente con il movimento dei giovani per il clima e il movimento femminista per organizzare lo “sciopero per il futuro” del 15 maggio 2020… La pandemia e i lockdown ripropongono la questione delle produzioni inutili che possono e devono finire, e delle attività indispensabili alla vita e tuttavia svalutate, che allo stesso tempo sono maggioritariamente svolte da donne. La Quarta Internazionale fa appello ai sindacalisti di sinistra a far riferimento alle iniziative ed alle riflessioni di questo tipo per far prendere coscienza ai loro compagni ed alle loro compagne di lavoro dell’importanza di impegnarsi nelle lotte ecosociali. L’obiettivo è quello di portare il movimento operaio ad elaborare le proprie rivendicazioni, a partire dal modo in cui i lavoratori e le lavoratrici sono coinvolti dalla crisi climatica, sia per ciò che riguarda le condizioni di lavoro che le loro condizioni generali di vita, ed a organizzarsi per una “transizione giusta” che significhi veramente un cambiamento.

Riassumendo, la Quarta Internazionale fa appello alle sue sezioni e simpatizzanti a organizzare la maggior mobilitazione possibile in occasione della COP26 a Glasgow alla fine dell’anno e durante tutto questo periodo. La Quarta Internazionale riafferma che è imperativo realizzare le riduzioni delle emissioni necessarie per mantenere l’aumento della temperatura sotto i 1,5°C. Ciò comprende l’adozione di un nuovo insieme di interventi assai più radicali e determinati a livello nazionale, con un calendario basato sul prossimo decennio e non sul 2050, così come su un trasferimento massiccio di denaro verso il Sud per finanziare la giustizia climatica. Intorno alla COP26 si tratta di costruire delle mobilitazioni per sfidare le élite ad agire per rovesciare l’attuale situazione, e di rigettare le loro scuse per non farlo. I governi possono apportare rapidamente dei grandi cambiamenti nel momento in cui decidono di farlo -per esempio, per fare la guerra, possono trasformare le loro economie in qualche mese. La crisi del Covid ci ha anche insegnato che i governi possono trovare enormi somme di denaro se lo decidono di fare. Che lo facciano anche per il clima! I punti forti e le proposte per la mobilitazione sono le seguenti:

  1. La seconda edizione dell’evento della Coalizione COP26, From The Ground Up, alla fine di marzo, questa volta intitolata Taking Action Now, con l’obiettivo di sviluppare dei piani di mobilitazione a livello locale e mondiale.
  2. Una grande mobilitazione per la COP di Glasgow. A seconda delle possibilità, questa potrebbe comprendere delle manifestazioni “in presenza” a Glasgow e in altre parti del mondo, delle azioni decentralizzate ovunque e una conferenza online che sostituisca un summit dei popoli nella stessa Glasgow.
  3. L’attività della rete Glasgow Agreement.
  4. La proposta di uno sciopero mondiale per il clima, avanzata dal Global Ecosocialist Network in concomitanza con la COP26 a Glasgow a novembre del 2021.

Sulla base delle attività e delle prospettive nei diversi paesi, una riunione specifica preciserà le nostre proposte per la costruzione delle mobilitazioni.

Questo testo è stato adottato dal Comitato Internazionale della Quarta Internazionale alla fine del mese di febbraio 2021

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