Tempo di lettura: 7 minuti

Pubblichiamo questo interessante testo diffuso dal Movimento della Scuola (MdS) che getta uno sguardo diverso sulla condizione dell’insegnamento e dell’apprendimento nella scuola ticinese. In particolare, esso si scosta dal solito “va tutto bene” al quale si attiene fin dall’inizio della pandemia la gestione dipartimentale. (Red)

Le autorità scolastiche in questi mesi non hanno mancato occasione per ricordare che nelle scuole sta andando tutto bene, che le misure di prevenzione previste dai protocolli funzionano e non vi sono problemi maggiori neppure con le quarantene (di classe o individuali). Di certo è giusto considerare buone notizie il fatto che quest’anno non vi sia stata la necessità di chiudere le scuole e che dei tre scenari ipotizzati in agosto è stato il primo – quello che metteva al centro l’insegnamento in presenza – a prevalere. Ne siamo tutti e tutte felici: gli allievi, le famiglie, gli insegnanti.

D’altro canto, però, ci sembra importante sottolineare ciò che, per chiunque si rechi quotidianamente in una sede scolastica, appare scontato: la situazione vissuta quest’anno è innaturale, umanamente complicata, per certi aspetti persino problematica, e le condizioni nelle quali docenti e allievi si trovano a lavorare sono fonte di non pochi disagi.

Il Movimento della Scuola ne ha discusso (con testimonianze e approfondimenti provenienti anche dal resto della Svizzera) durante una serata-dibattito online tenutasi alla fine di marzo. Con questo documento ci proponiamo da un lato di riassumere i termini del confronto avviato in quell’occasione allargando la riflessione a un numero crescente di colleghi e colleghe che si ritrovano nelle preoccupazioni emerse, dall’altro di avanzare alcuni spunti rivendicativi che possano dare una risposta puntuale ai bisogni di docenti e allievi nella “scuola pandemica”. Auspichiamo che queste proposte possano essere condivise anche da altre associazioni magistrali e dai sindacati, affinché si possa finalmente far sentire compatta la voce degli insegnanti, soprattutto nel caso si dovesse prolungare la situazione d’emergenza vissuta in questo tormentato anno scolastico.

  1. La “scuola pandemica” è… stanchezza e sovraccarico di lavoro per gli insegnanti

Sono diverse le inchieste svolte nell’ultimo anno che mettono in rilievo il fatto che la crisi pandemica ha significato per parte importante degli insegnanti un sovraccarico di lavoro, che ora si sta protraendo nel tempo.[1]

A incidere in questo senso sono numerosi fattori, in primo luogo la necessità di gestire contemporaneamente le lezioni in aula, da una parte, e le periodiche assenze dovute alle quarantene, dall’altra: nei fatti, si lavora sia in presenza che a distanza, con frequenti interruzioni nella continuità didattica. L’accelerazione con la quale – di fronte a questo ordine di esigenze – si è integrato nelle pratiche d’insegnamento l’uso dei mezzi digitali ha scombussolato la vita a moltissimi docenti.[2] Garantire efficacia all’apprendimento e credibilità alla valutazione è diventato, in questo nuove scenario, decisamente più complicato e defatigante.

Anche le (spesso tardive) misure necessarie per combattere la diffusione del virus, in particolare l’uso della mascherina e la necessità di mantenere le distanze, contribuiscono a complicare il quadro: le relazioni ne soffrono, gli allievi sono frenati nel partecipare alle lezioni, le strategie didattiche ne sono pesantemente influenzate, parte delle consuete attività – tra le quali le iniziative extrascolastiche, decisive per alimentare un clima di sede positivo e per tenere aperta la scuola sul mondo – sono scomparse dal calendario. Il senso di frustrazione che ne consegue si somma al disorientamento determinato dal clima di incertezza e dalla necessità di essere sempre pronti a rispondere adeguatamente allo stillicidio di direttive provenienti dall’alto. Alla lunga, tutto ciò per i docenti risulta essere faticoso e limitante sul piano professionale.

2. La “scuola pandemica” è… spaesamento e difficoltà crescenti anche per gli allievi

Qualche settimana fa, forse per rassicurare i genitori, si è data notizia del fatto che nelle scuole post-obbligatorie, a conclusione del primo semestre, i risultati scolastici di quest’anno sono generalmente in linea con quelli degli anni precedenti.[3] Riteniamo fondamentale evitare una lettura troppo semplicistica di quei dati, tesa a minimizzare le conseguenze negative sull’apprendimento della crisi che stiamo attraversando. Non solo perché essi riguardano solo una parte del nostro sistema scolastico, ma anche e soprattutto perché quei numeri possono essere colti nel loro vero significato solo se accompagnati da considerazioni qualitative riguardanti il contesto dentro cui sono stati generati.[4]

L’impressione è che gli ostacoli intervenuti a partire da marzo 2020 abbiano inciso in misura più o meno importante e comunque significativa: vi è stata la necessità di recuperare lacune formative dovute alla chiusura degli istituti, ma anche di affrontare difficoltà a riabituarsi ai ritmi scolastici. Il lavoro di recupero è stato affidato essenzialmente alla buona volontà dei docenti e delle docenti che hanno dovuto inventarsi forme di insegnamento differenziato, in situazioni non sempre agevoli (classi numerose, susseguirsi di quarantene di classe o individuali, supplenze, ecc.). Nonostante la generosità degli sforzi profusi, non tutti i problemi sono scomparsi: le lacune in alcuni casi potrebbero protrarsi.

Non va dimenticato peraltro il contesto più generale: la pandemia ha contribuito ad aggravare in molti casi le situazioni di fragilità del contesto famigliare di determinate categorie di allievi e il prolungarsi delle misure di contenimento del virus incidono in misura piuttosto preoccupante sui livelli di stress, sulle capacità di concentrazione e in generale sulla tenuta psicologica di un numero crescente di studenti. Non pochi studi recenti documentano, soprattutto in fasce della popolazione giovanile, disagi psicologici e sociali che incideranno, a breve e medio termine, anche sul vissuto scolastico dei ragazzi. [5]

3. La “scuola pandemica” è… accelerazione del verticismo nel governo dell’istituzione scolastica

In questi mesi abbiamo assistito a un’evidente accelerazione di una dinamica che da tempo denunciamo: il sempre più scarso coinvolgimento degli insegnanti nelle scelte di politica scolastica. Pur se lo stato emergenziale può avere necessitato di alcune misure imposte “dall’alto”, fin dalla primavera dell’anno scorso i vertici del Decs hanno approfittato della crisi per emanare provvedimenti e direttive talvolta dalla evidente impronta centralizzatrice (si pensi ad esempio al “Protocollo quarantene” del gennaio scorso e alle sue pesanti norme prescrittive, che è andato in molti casi a sovrapporsi alle iniziative già messe in campo autonomamente dalle singole sedi, suscitando malumori più o meno celati anche tra le direzioni scolastiche[6]). Il coinvolgimento dei docenti (di fondamentale importanza sul piano della motivazione) e a volte degli stessi quadri scolastici, avviene – quando avviene – in forme parziali, quasi sempre per verificare il grado di adesione a scelte già elaborate, quasi mai per condividere l’ideazione delle scelte stesse.[7]

Il quadro più generale dentro cui tutto ciò avviene naturalmente non è d’aiuto. Una delle più nefaste conseguenze di questa pandemia è la ridotta possibilità di confronto tra colleghi: i momenti di scambio informale (le due chiacchiere scambiate in aula docenti o la pausa pranzo passata insieme ai colleghi), tanto importanti nel nostro mestiere, sono ridotti al lumicino, mentre le occasioni di discussione ufficiali (a partire dai plenum dei docenti) si svolgono quasi sempre a distanza, in modalità che minano fortemente la loro efficacia.

4. La “scuola pandemica” è… anche timori per la propria salute

Per pudore o per cinismo, poco importa, sta di fatto che in rari casi alle nostre latitudini nel dibattito pubblico di questi mesi ci si è chinati sul tema della salute di coloro che nelle scuole ci lavorano. Eppure gli istituti scolastici sono luoghi chiusi molto affollati, frequentati quotidianamente da centinaia di persone – allievi ed insegnanti – che tra di loro interagiscono costantemente. La percezione di poter contrarre il virus pesa psicologicamente tra i colleghi in misura molto diversa, a seconda dell’età o dell’appartenenza o meno a una categoria a rischio, ma tutti sappiamo che recarci al lavoro significa prendersi dei rischi. In questo senso, colpisce negativamente il fatto che in Svizzera gli insegnanti non siano stati neppure presi in considerazione quale categoria a cui assegnare una qualche forma di priorità nella campagna vaccinale, così come invece sta avvenendo nella stragrande maggioranza dei paesi del mondo.[8] Le autorità scolastiche del nostro Cantone si sono purtroppo allineate a questa scelta.

Sulla base delle precedenti riflessioni, chiediamo quindi:

  • Un maggior coinvolgimento nelle decisioni che concernono l’organizzazione della scuola, i piani di protezione e le politiche di contenimento del virus (protocolli, test di depistaggio, organizzazione delle uscite, ecc.).
  • L’avvio di una discussione ampia e approfondita che coinvolga tutte le componenti della scuola (non solo attraverso sondaggi o consultazioni affrettate) sulla natura della professione docente anche alla luce dei processi di digitalizzazione in atto.
  • L’attivazione in tutti gli ordini di scuole di corsi di recupero e di sostegno gestiti dal Dipartimento per gli allievi e le allieve in difficoltà. Un’offerta che deve poter contare su personale formato e ben retribuito e che non deve gravare sulle spalle dei docenti e delle docenti già impegnate nella formazione.
  • L’introduzione dei docenti e del personale amministrativo delle scuole come categorie da privilegiare nella campagna vaccinale come avviene per il personale attivo nella sanità e nel sociale.

[1] Tra le inchieste che si possono citare a questo proposito possiamo annoverare quella svolta dalla Société Pédagogique Genevoise tra i maestri e le maestre del canton Ginevra (https://www.spg-syndicat.ch/sondage-spg-resultats) e lo studio predisposto dal DFA sulla scuola dell’obbligo ticinese (https://www.ricercascuola2020.supsi.ch) , entrambe presentate in apertura dell’assemblea a distanza del Movimento della Scuola del 31 marzo scorso. In quell’occasione è stato citato anche il sondaggio distribuito dal sindacato VPOD tra gli insegnanti romandi e svizzero-tedeschi: https://vpod-ticino.ch/temi/scuole-e-univesita/articoli/preoccupante-situazione-della-scuola-svizzera

[2] Su questo nodo ricordiamo il contributo di un gruppo di insegnanti della scuola media di Agno: https://movimentoscuola.ch/riflessioni-sulluso-della-piattaforma-moodle-e-di-simili-strumenti-informatici-nellinsegnamento. Si tratta di un tema cruciale nella riflessione riguardante le conseguenze del periodo pandemico sulla scuola, sul quale il Movimento della Scuola ha deciso di chinarsi più specificatamente in una prossima serata, prima della fine dell’anno scolastico.

[3] https://www.cdt.ch/ticino/scuole-post-obbligo-bertoli-risultati-incoraggianti-IH3933486?_sid=I4y7tafC

[4] Tra gli elementi da prendere in considerazione, non va scartata ad esempio l’ipotesi che abbia pesato la scelta più o meno consapevole degli insegnanti di essere meno esigenti a fronte delle lacune determinate dalla scuola a distanza. Aggiustamenti nei meccanismi del sistema di valutazione di questa natura non sono certo una novità, anzi sono presi sovente in considerazione in situazioni simili dai ricercatori in scienze dell’educazione.

[5] https://www.cdt.ch/svizzera/il-coronavirus-e-i-danni-psichici-a-bambini-e-adolescenti-FF3531241?_sid=OeYP6XSY

In questo quadro, si auspica che le autorità accolgano favorevolmente la richiesta di sospensione della norma che prevede un massimo di due ripetizioni nelle SMS, avanzata da più di 120 docenti del settore: https://movimentoscuola.ch/la-necessita-di-alleggerire-le-pressioni-su-studenti-e-docenti-una-petizione-nelle-sms

[6] Come Movimento della Scuola eravamo subito intervenuti sulla questione, assieme ad alcuni collegi docenti di scuola media, cfr. https://movimentoscuola.ch/sul-protocollo-quarantene e https://movimentoscuola.ch/gli-insegnanti-critici-nei-confronti-del-protocollo-quarantene

[7] A partire dalla fine dell’anno scolastico scorso, di fronte ai malumori suscitati dalla gestione della crisi, la Divisione Scuola ha deciso di creare – prima nel settore medio e poi quasi subito anche nel medio superiore – una Consulta dei presidenti dei collegi docenti. Nel contesto dato, tale misura ci pare si stia rivelando non tanto un canale capace di stimolare il coinvolgimento attivo dei collegi docenti sui diversi dossier in campo, quanto piuttosto l’ennesima manovra tesa a cooptare alcuni colleghi nell’alveo di coloro che sono caricati del compito di comunicare ai docenti le proposte elaborate nelle stanze del Decs, nella migliore delle ipotesi allargando ad essi la cerchia dei soggetti le cui opinioni sono sondate.

[8] L’Unesco invita la comunità internazionale a inserire gli insegnanti nelle categorie da privilegiare per le vaccinazioni. La maggioranza dei governi – pur con scale di priorità diverse – ha risposto positivamente al suggerimento, cfr. https://en.unesco.org/news/where-are-teachers-being-prioritized-covid-19-vaccination-efforts#covid-teacher-vaccination

Pin It on Pinterest