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Sabato 15 e domenica 16 (in due giorni, per limitare al massimo gli assembramenti) le cittadine e i cittadini del Cile sono andati a votare per eleggere, oltre che le amministrazioni regionali e comunali, soprattutto i membri dell’Assemblea costituente incaricata di redigere una nuova costituzione.

La legge elettorale, credo senza alcun altro precedente al mondo, garantisce che ogni genere sia presente nell’Assemblea con non meno del 45% dei 155 seggi, 17 dei quali sono comunque riservati ai rappresentanti dei popoli nativi cileni riconosciuti dallo stato, Mapuche, Aymara, Quechua, Diaguita e altri.

I sorprendenti risultati elettorali registrano la sconfitta dei partiti tradizionali e del presidente Sebastián Piñera e l’inizio della fine per gli eredi di Pinochet. Il presidente ha dovuto pubblicamente riconoscere di non essere stato “adeguatamente in sintonia con le richieste e i desideri della cittadinanza”. Ha detto: “Siamo sfidati da nuove espressioni e da nuove leadership. È nostro dovere ascoltare con umiltà e attenzione il messaggio del popolo e questo conferma che i cittadini sono stufi dei partiti tradizionali”.

Si è trattato di un vero e proprio terremoto politico che nessuno, tantomeno i politologi, aveva previsto, anche se in Cile, come d’altronde in larga parte del mondo, la considerazione popolare sulla “casta” era molto pesante e gli anni recenti (in particolare il 2019) erano stati segnati da dure e massicce manifestazioni antigovernative.

Peraltro, l’indizione di elezioni per un’assemblea che cancellasse la costituzione promulgata dal dittatore Pinochet dopo il sanguinoso golpe dell’11 settembre 1973 era stata proprio uno dei risultati ottenuti da quelle manifestazioni, poi formalizzato nel massiccio “Sì” (quasi l’80%) nel referendum di ottobre dell’anno scorso.

La costituzione promulgata nel 1980 dalla dittatura fu la formalizzazione (per la prima volta dopo la Seconda guerra mondiale) di un documento improntato ad un rigoroso neoliberalismo, scritto sotto la dettatura degli economisti formatisi alla “scuola di Chicago”, tutto centrato sull’impresa privata dominante in tutti i settori della società e dell’economia (istruzione, sanità, pensioni) per disegnare un sistema che ha trasformato il Cile in una azienda privata, in un paese che, nonostante abbia il PIL pro capite più alto dell’America Latina, è anche uno dei più diseguali tra le economie avanzate. Per illustrarne l’impianto autoritario e ultraliberale basti ricordare come l’articolo 19, oltre a vietare lo sciopero per tutti i dipendenti pubblici, vieta formalmente allo stato e a tutti gli organismi statali qualunque iniziativa imprenditoriale.

Non a caso, il Cile di Pinochet fu il banco di prova del neoliberismo che, prima con Margareth Thatcher, poi con Ronald Reagan e successivamente con una miriade di loro seguaci, fu fatto dilagare in tutto il mondo.

Ad esempio, il sistema previdenziale adottato dalla dittatura, basato sui fondi privati (AFP), che ha brutalmente impoverito le generazioni anziane, e che è stato esportato in molti altri paesi dell’America Latina e anche in Europa, è stato al centro di fortissimi momenti di protesta nel Cile negli ultimi anni. La povertà e le disuguaglianze, d’altra parte, costituirono il principale motore di quelle proteste.

La destra e l’estrema destra, che, con il sostegno del presidente Sebastian Piñera, avevano pensato di moltiplicare la loro forza presentandosi unite sotto la bandiera di Chile Vamos, raccolgono solo il 23% dei voti e 37 deputati, rimanendo ben al di sotto del livello di un terzo dei 155 seggi richiesto per avere il diritto di veto sul testo della nuova costituzione (secondo le regole fissate dal parlamento).

Ma gli aspetti sorprendenti dei risultati non si fermano qui. Nel campo dell’opposizione si invertono i rapporti di forza: le forze moderate della Concertación, quelle che definiremmo social-liberali, quelle che hanno governato il paese dal 1990 al 2010 senza mettere in discussione l’eredità economica della dittatura, raccolte nella Lista del Apruebo, eleggono solo 25 deputati (di cui 15 del Partito socialista e solo 2 della Democrazia Cristiana, che un tempo era il partito egemone del paese), mentre quelle più di sinistra raccolte nella lista Apruebo Dignidad, composta dal Partito Comunista e dal Frente Amplio (che riunisce la nuova sinistra emersa dai movimenti degli anni scorsi) ne eleggono 28 con il 18% dei voti espressi. Dunque la sinistra e i partiti del centro moderato, insieme, rappresenteranno un terzo dell’assemblea.

Forse la vera sorpresa è costituita dal voto per gli “indipendenti” che hanno raccolto 48 seggi, canalizzando buona parte del profondo rifiuto popolare dei partiti politici tradizionali. Sono candidati molto eterogenei, tra di loro ci sono anche esponenti del populismo reazionario e conservatore.

Ma la maggior parte di questi neodeputati fuori dai partiti tradizionali ha una posizione molto critica nei confronti l’eredità autoritaria e neoliberale della dittatura che si è peraltro prolungata anche nell’azione dei governi degli ultimi decenni. Una delle componenti dei “politici indipendenti”, la Lista del pueblo, ha fatto eleggere 24 deputati all’Assemblea costituente, in buona parte esponenti della rivolta di ottobre. Tra questi vale la pena di segnalare Tia Pikachu, lo pseudonimo con cui è nota in tutto il paese Giovanna Grandón, autista di scuolabus di 44 anni, che fu punto di riferimento nel corso delle manifestazioni del 2019. Un’altra è Alondra Carillo, psicologa, portavoce da anni del Coordinamento femminista 8M di Santiago.

Il rifiuto della politica governativa si è espresso anche nei paralleli risultati delle elezioni locali, con significativi successi della sinistra. Nella capitale Santiago, Irací Hassler, del PC cileno, giovane attivista femminista, ha battuto il reazionario Felipe Alessandri, noto per le sue dichiarazioni misogine e anticomuniste. Jorge Sharp (della sinistra antiliberista), sindaco uscente della grande città di Valparaiso, è stato rieletto a larga maggioranza. Nella regione di Valparaiso si afferma come governatore Rodrigo Mundaca, attivista ambientale e difensore dell’acqua come bene comune. Daniel Jadue, del PC è stato eletto sindaco del comune popolare di Recoleta (alla periferia di Santiago) con più del 64% dei voti.

Ma la crisi del sistema politico cileno post dittatura e dei suoi partiti si è riflessa anche nell’altissimo tasso di astensione: il 57,5% dell’elettorato non si è presentato alle urne. Nei quartieri popolari l’astensione è stata anche più alta, dove a volte ha sfiorato il 70%. La grande maggioranza dei cittadini non si voluta esprimere, forse in piccola parte anche raccogliendo l’invito a boicottare il “circo elettorale” propagandato dai settori più radicali del movimento del 2019. Ma soprattutto l’astensione dimostra l’indifferenza e la sfiducia popolare nei confronti di quelli che stanno “in alto”, siano essi di destra o di sinistra, dei partiti tradizionali ma anche degli “indipendenti”.

L’Assemblea costituente appena eletta si riunirà entro la fine del mese di giugno e poi avrà fino a un massimo di 12 mesi di tempo per elaborare un progetto di nuova costituzione, da sottoporre infine, alla metà del prossimo anno, all’approvazione popolare attraverso un referendum.

La destra, fallendo il raggiungimento del 33% degli eletti, perde il diritto di veto su cui aveva puntato, ma il possibile blocco tra i rappresentanti della sinistra sociale e politica e il centro moderato è contrassegnato da forti eterogeneità che potrebbero rendere difficile riunire i due terzi dell’assemblea a sostegno di un progetto costituzionale di decostruzione del neoliberalismo cileno.

I nodi che la nuova assemblea costituente dovrà sciogliere sono numerosi. Per anni il Cile era stato indicato come un esempio di sviluppo economico. Ma nel 2019, i massicci movimenti sociali di protesta hanno scosso dalle fondamenta quel modello, mostrandone le terribili lacune sociali. I manifestanti denunciavano l’abbandono degli strati più poveri da parte dello stato, la disuguaglianza devastante, gli “abusi” del sistema politico.

La nuova Costituzione sarà chiamata a modificare in profondità, a stravolgere quel sistema, demolendone la funzione di modello che ha avuto per ampia parte dell’America Latina.

Quale sarà il ruolo che la nuova costituzione assegnerà allo stato che la legge fondamentale pinochettista relegava ad un ruolo “sussidiario”? Verrà restituito allo stato il compito di garantire veramente i diritti fondamentali come la salute e l’istruzione che, al contrario, la precedente costituzione assegnava agli istituti privati (lasciando allo stato solo l’obbligo di finanziarli)?

Il fatto che questa assemblea costituente inizi a lavorare all’indomani della grande “primavera femminista” che ha attraversato l’America Latina e lo stesso Cile (cosa che si è concretizzata nella presenza paritaria dei generi tra le/gli elette/i) che riflessi avrà negli enunciati sulla parità di genere, sulla parità di salario, sulla condivisione del carico di cura o sull’accesso paritario delle donne al potere?

Il Cile, assieme all’Uruguay, è il paese latinoamericano che storicamente più si atteggiato a “paese europeo” quasi negando la presenza superstite dei dieci popoli nativi cileni solo recentemente riconosciuti dallo Stato. Oggi l’Assemblea costituente ha riservato loro 17 seggi. Ma questo è solo un primo modo per iniziare a saldare un debito storico. Occorrerà capire se la nuova costituzione riconoscerà finalmente la natura plurinazionale del Cile, le sue radici andine, con i conseguenti diritti di autonomia, di identità culturale e linguistica per i popoli nativi, che nel continente sudamericano costituiscono più dell’8,5% della popolazione, la percentuale più alta di qualsiasi altro continente del mondo. Ricordiamo che secondo un rapporto del 2019 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), il 30% degli indigeni della regione vive in estrema povertà.

Ma la domanda che racchiude tutte le altre è se la nuova Costituzione sarà in grado di dare un’efficace risposta al forte malcontento sociale che continua a manifestarsi nelle strade delle principali città del paese, malcontento a cui fino ad ora si è risposto solo con la repressione poliziesca.

*Sinistra Anticapitalista

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