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Sembra ormai essere definitivo (malgrado tiri ancora aria di un possibile ricorso da parte di qualche azionista scontento) il passaggio della clinica Santa Chiara di Locarno al gruppo delle Cliniche Luganesi (Moncucco). Un evento tutt’altro che marginale, a nostro modo di vedere un passaggio decisivo nel processo di riorganizzazione della sanità cantonale e delle sue strutture; un passaggio che segna un ulteriore rafforzamento del settore privato (storicamente già presente in maniera di gran lunga superiore alla media svizzera).

La vicenda della cessione della clinica Santa Chiara ha palesato tutta la debolezza (negoziale, strategica, comunicativa) del settore pubblico cantonale rappresentato dall’Ente Ospedaliero Cantonale (EOC) nel competere con il settore privato; una debolezza che viene dalla logica che ormai perseguono l’EOC e la sua direzione: quella di una collaborazione organica con il settore privato, in una logica di mercantilizzazione della medicina e di razionamento dell’offerta.

La scelta di non vendere al miglior offerente come scelta politica

È noto che erano tre le offerte presentate per rilevare la clinica di Locarno. Due presentate dal settore privato (quella, vincente, della Moncucco di 4 milioni e quella di un altro gruppo per 9 milioni) e una proveniente dal settore pubblico, cioè dall’EOC per oltre 8 milioni, cioè più del doppio dell’offerta presentata dal gruppo vincente.

È evidente quindi che la scelta del gruppo di medici-azionisti proprietari della Santa Chiara si stata orientata non tanto da criteri finanziari a breve termine, quanto da una prospettiva politica: quella di potenziare ulteriormente il polo ospedaliero privato attorno alla Moncucco, uscito potentemente rafforzato (per capacità, immagine e prospettive) dalla crisi pandemica.

Lo conferma uno dei rappresentanti degli azionisti (quel dottor Augusto Pedrazzini che da decenni guida il polo privato in ambito oncologico che, spesso, si è contrapposto a quello pubblico cantonale) in una recente dichiarazione al Corriere del Ticino “Se si è giunti a quella [decisione] è perché siamo andati oltre le mere considerazioni economiche, dando importanza al progetto presentato dalla Clinica Luganese, volto a garantire la continuità dell’attività e, soprattutto, a puntare verso ulteriori sviluppi”. Parole chiare!

Quali possano essere questi ulteriori sviluppi risulta evidente. Da un lato, permettere al gruppo di Lugano di mettere piede nel Sopraceneri, un territorio nel quale la presenza dell’offerta privata (contrariamente al Sottoceneri) è ancora estremamente limitata. Dall’altro utilizzare la struttura e il personale della Santa Chiara per potenziare la propria presenza in alcune specialità con l’obiettivo di aumentare la concorrenza nei confronti dell’offerta pubblica. Lo si ribadisce, sempre nella stessa intervista: “Si potrà lavorare nell’ambito della chirurgia, potenziando diverse sottospecialità … Nello specifico, ad esempio, l’idea è quella di sviluppare la chirurgia della colonna spinale, mentre le due cliniche potrebbero creare un centro integrato dedicato all’oncologia e all’ematologia, soprattutto a livello diagnostico. Senza dimenticare, poi, l’urologia e la ginecologia con la senologia, per le quali la Santa Chiara è pronta a condividere le sue competenze”.

L’EOC, vittima della propria logica

L’EOC si è mosso in questa circostanza come qualsiasi azienda privata. In una pura logica di concorrenza ha cercato, con un’offerta generosa, di contrastare l’offensiva del concorrente privato. Ma gli aspetti positivi della logica promossa dall’EOC si fermano qui: e, anzi, proprio da qui partono i suoi limiti.

I limiti dell’EOC (e le ragioni per le quali in questo caso è stato beffato) partono proprio dal fatto che esso, grazie alla logica diesa ormai da tempo dal suo consiglio di amministrazione ormai sganciato di fatto da qualsiasi controllo pubblico (come dimenticare che a presiederlo via è un personaggio che, al momento della sua rielezione in senso al CdA, ha ottenuto meno di un quarto dei voti del Parlamento, cioè di quella istituzione che, almeno sulla carta, “rappresenta” i cittadini e le cittadine del Canton Ticino?) persegue la stessa logica del settore privato. Il che, tradotto in termini concreti, significa razionamento dell’offerta (ridimensionamento e “ottimizzazione” delle strutture e delle prestazioni). Ne abbiamo avuto un assaggio con l’ultima pianificazione ospedaliera e con le decisioni prese in concomitanza con il Covid 19. La decisione di alcune riduzioni di offerta, giustificate con la necessità di poter disporre di tutte le strutture e del personale necessario ad affrontare la pandemia, sono poi diventate oggetto di una possibile rinuncia definitiva. E anche se le cose per il momento si sono stabilizzate, appare evidente che è in quella direzione che l’EOC intende muoversi, in particolare in occasione della prossima pianificazione. Pensiamo qui alle discussioni avute e ancora aperte sugli ospedali di Valle (Faido e Acquarossa), alla pediatria nel Mendrisiotto, al Pronto Soccorso dell’Ospedale italiano, per citare i casi più noti.

Il Cantone, grande assente

In questo contesto, in mezzo a queste “grandi manovre”, appare evidente la mancanza di un ruolo da parte del Cantone. Infatti, queste decisioni rischiano di modificare profondamente il quadro dell’offerta sanitaria per le cittadine e i cittadini del Cantone. E questo sulla base di decisioni di attori (privati o semi-pubblici come l’EOC) i quali non sottostanno di fatto a nessun tipo di controllo.

La logica di mercato, in altre parole, la logica della concorrenza per fare profitti, per essere più redditizi, con le conseguenti politiche di “riorganizzazione”, “ottimizzazione”, “ristrutturazione” stanno investendo profondamente la sanità ticinese senza che lo Stato, al quale è assegnato il compito di fare in modo che le cittadine e i cittadini possano godere di prestazioni sanitarie di qualità e con le medesime possibilità di accesso a tutte e tutti, giochi un ruolo in qualche modo decisivo.

Ad illustrare bene questa dinamica (e, in particolare le dimissioni dell’EOC e dello Stato) è il settore delle cure ambulatoriali nelle quali, attraverso il proliferare di “centri medici” privati in molte zone del Cantone, il settore privato ha ormai messo le mani in modo quasi definitivo sullo possente sviluppo verificatosi negli ultimi anni dalla medicina ambulatoriale. Al Cantone (e all’EOC) non restano che le briciole, costose e che il privato non vuole (almeno per il momento gestire): ci riferiamo agli interventi urgenti dei Pronto soccorso che questi centri (che per altro funzionano spesso come dei Pronto soccorso) non vogliono assumersi.

È quindi più che mai necessaria una svolta nella politica sanitaria cantonale. Una politica che deve essere fondata sullo sviluppo e il rafforzamento dell’attuale offerta sanitaria pubblica, sia in termini di strutture che di personale; sulla “ripresa in mano” da parte del Cantone dei grandi investimenti e delle decisioni di fondo di politica sanitaria; sullo sviluppo di strutture pubbliche sanitarie di prossimità, in particolare nel settore ambulatoriale.

Solo così, la battaglia per una sanità pubblica, orma apertamente ingaggiata potrà essere vinta.

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