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Nell’attuale maggioranza governativa, i partiti che vi fanno parte hanno un potere relativamente scarso, piegati come sono al “bonapartismo” di Draghi, illuminato dalla borghesia e dai media. Hanno però assillante il problema di mantenere i collegamenti col proprio elettorato e i gruppi di potere che rappresentano. Quindi devono, con le dovute cautele, entrare in competizione con l’esecutivo, di cui sono parte integrante. Lo fanno a turno i vari leader, da Salvini per la Lega a Letta per il Pd. Meno visibile è invece in questo momento il Movimento cinquestelle, diviso e travagliato da una lotta interna che ha portato recentemente alla separazione con la piattaforma Rousseau, punto di riferimento della “democrazia digitale” del movimento, passo giudicato indispensabile per assegnare la direzione dei Cinquestelle alla stella Giuseppe Conte caduta dal governo.

            I principali partiti governativi e non si muovono in un contesto caratterizzato dalla fluidità elettorale, di consensi effimeri, da parte di un elettorato precario. Allo stato attuale dei sondaggi il partito di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia è dato in ascesa al 19,4%, davanti al Pd (18,8%) e ai Cinquestelle (16,4%) e quasi prossimo alla Lega (21,5%). Forza Italia col 7,3% rischia di diventare una luce, che ancor brilla, di una stella spenta. Si tratta di fluido elettorale che scorre, nella maggior parte dei casi, tra partiti della stessa area politica. Fratelli d’Italia in questo momento attrae elettori, la maggior parte dei quali di provenienza leghista, mentre la Lega ha perso capacità di attrazione. L’elettorato dei Cinquestelle, nel passato decisamente trasversale, oggi perde una significativa componente di centrodestra e ciò favorisce oggettivamente l’avvicinamento tra gli elettori del Pd e grillini.

            Tutto ciò complica per la classe dominante il compito della gestione degli affari politici e del governo del Paese, tanto è vero che da quando è cominciata quest’ultima legislatura sono già cambiati tre governi. È un sintomo della crisi di direzione borghese? E dove starebbe la debolezza? Certo non possiamo più dire che i governi “collassano” sotto la spinta critica di un movimento di lotta generale. S’incartano quando propongono un personale politico giudicato poco attendibile ed efficiente per il governo dello Stato e della cosa pubblica. Alla borghesia non basta che al governo vi siano partiti non ostili al suo dominio, pretende che governino e per fare questo devono essere in tutto, e per tutto, parte delle varie élite che compongono la classe dirigente. Certo, serve una maggioranza parlamentare di governo, ma essa deve essere intrecciata nella condivisione di competenze con ambienti decisionali e di potere, compresa la macchina burocratica statale coi suoi dirigenti e managers. Il personale politico governativo deve frequentare gli ambienti giusti, dove si organizzano e si decidono le “cose”.

Come già è stato per i Cinquestelle, anche per Fratelli d’Italia, in ascesa nei sondaggi, si porrebbe, dal punto di vista della classe dominante, il problema dell’attendibilità e delle capacità dei suoi “esponenti” a gestire bene gli interessi della borghesia. Difficolta nel trovare la collaborazione e il sostegno di un adeguato personale di governo, nello stabilire rapporti stretti di lavoro con altre élite di settori del potere statale ed economico. Diverso era il problema rappresentato da Forza Italia nei suoi anni di governo. Qui la diffidenza di una parte della direzione borghese nasceva dal fatto che quella forza politica poggiava direttamente sulla rappresentanza degli interessi di una parte della borghesia, da qui il timore che potesse avvalersi del potere governativo per avvantaggiarsene a scapito di altre frazioni della stessa borghesia.

*Sinistra Anticapitalista e collaboratore di Solidarietà, il giornale dell’MPS

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