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Il 14 giugno 2021 più di 120.000 donne, in maggioranza giovani e giovanissime, hanno manifestato in tutta la Svizzera in occasione dello sciopero femminista.

A Bellinzona sono state più di un migliaio le donne scese in piazza contro la violenza, le discriminazioni e il sessismo. La pandemia e il semi-confinamento di questo ultimo anno non ci hanno fermate, siamo tornate in piazza e nelle strade, più forti e determinate a rivendicare i nostri diritti e non abbiamo nessuna intenzione di fermarci.

La crisi sanitaria di questo ultimo anno ha messo bene in evidenza le condizioni in cui viviamo e lavoriamo. Il nostro lavoro è risultato essenziale, abbiamo continuato a lavorare anche nel periodo del lockdown nel settore della cura e in numerosi altri settori (come quello fondamentale del commercio al dettaglio), esponendoci a ritmi di lavoro infernali ed a un rischio accresciuto di contagio. Ci siamo assunte a casa il lavoro di cura e il lavoro domestico e siamo state ancora più esposte alla violenza fisica, psicologica e economica.

La pandemia ha messo in evidenza ancora di più come il capitalismo sia un sistema fondato sullo sfruttamento e la discriminazione delle donne, ma non ha spento la nostra voglia e la nostra determinazione di cambiare. Siamo tornate nelle strade e nelle piazze perché siamo stanche di svolgere, gratuitamente o con condizioni precarie e bassi salari, il lavoro di riproduzione sociale; siamo stanche di dover gestire quotidianamente il lavoro fuori casa e il lavoro domestico e di cura; siamo stanche di guadagnare meno dei nostri colleghi maschi e di essere impiegate in quei settori dove i ritmi di lavoro sono intensissimi.

Siamo stanche di essere vittime di violenza fisica, psicologica e economica, di subire quotidianamente una cultura sessista che ci obbliga a conformarci a modelli che non ci appartengono e non ci rappresentano con l’unico obiettivo di mantenerci al nostro posto nella sfera della produzione e della riproduzione.

Siamo stufe di dover sopportare politiche che attaccano sistematicamente i nostri diritti come la nuova proposta di aumentare l’età di pensionamento delle donne a 65 anni.

Il 14 giugno del 2019 siamo rimaste stupite di fronte alla capacità di mobilitazione dello sciopero femminista, alla grandezza e alla determinazione di quel movimento. Oggi, a due anni e a una pandemia di distanza, lo siamo ancora di più. La sfida rimane ora quella di sempre: fare in modo che questa onda che si manifesta in occasione di alcune scadenze (14 giugno, 8 marzo, 25 novembre) riesca a radicalizzarsi e a costruirsi nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei luoghi di vita delle donne diventando un movimento permanente.

Un movimento che sia in grado di portare avanti un femminismo anticapitalista; che vede l’oppressione di genere come strettamente connessa con il funzionamento strutturale, normale oseremmo dire, del capitalismo; che riconosca che è solo modificando radicalmente questo sistema, abbattendolo nelle sue fondamenta che si potranno porre nuove basi perché l’oppressione di genere possa essere eliminata.                               

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