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Michel Husson ci ha lasciati. I lettori e le lettrici del nostro sito e gli abbonati e le abbonate al nostro giornale Solidarietà hanno potuto apprezzare in questi anni i numerosi articoli, commenti, dossier di questo brillante militante ed economista marxista che abbiamo avuto il piacere di tradurre e pubblicare in italiano. (Red)

È con sgomento che abbiamo appreso della morte di Michel Husson. Per chi non lo conoscesse, Michel Husson è stato senza dubbio uno dei più brillanti tra gli attuali economisti marxisti francesi e, soprattutto, non ha mai separato il suo lavoro di ricerca dal desiderio di cambiare il mondo. Era sia “competente che rosso“. Aveva scelto il suo lato della barricata a vent’anni (era nato nel 1949) e da allora vi era rimasto fedele. Aveva anche un caustico senso dell’umorismo che non risparmiava la sua persona.

Per circa cinquant’anni, il suo lavoro di economista e il suo attivismo si sono intrecciati. Gran parte del suo lavoro come economista attivista è stato dedicato a combattere il rullo compressore della propaganda neoliberale, il famoso TINA (“Non c’è alternativa”), una delle espressioni preferite di Margaret Thatcher.

Dopo un periodo nel PSU [un partito a sinistra del PS francese], Michel ha aderito alla LCR [la Ligue Communiste Révolutionnaire, allora sezione della Quarta Internazionale]. Come gli altri militanti, ha partecipato alle azioni e alle manifestazioni dell’organizzazione. Queste erano spesso assai agitate, ma le tensioni non disarmavano la sua capacità di derisione e di autoironia: alcuni ricorderanno Michel che sghignazzava per l’acquisto di una nuova giacca di pelle che avrebbe dovuto proteggerlo meglio dai manganelli della polizia. Era uno dei pilastri della cellula “Ministero delle Finanze” della LCR e, come economista, rispondeva senza reticenze alle richieste che gli venivano fatte: articoli regolari per Rouge [il giornale pubblicato alla LCR], elaborazione di argomentari e animazione di numerosi incontri di formazione, anche per i giovani e a livello elementare. Era, soprattutto, un elemento centrale del gruppo di lavoro economico che, per un certo periodo, ha tenuto le sue riunioni a casa sua. Ha lasciato la LCR alla fine del 2006, ansioso soprattutto di mantenere il quadro unitario sviluppatosi durante la campagna per il “no” al referendum sul trattato costituzionale europeo. La sua partecipazione al Front de Gauche attorno al 2012 è stata solo effimera. Non ha mai fatto parte dell’NPA [il Nouveau parti anticapitaliste al quale ha dato vita la LCR nel 2009], ma ha prontamente accettato di fornire interviste e articoli alla sua stampa e a quella della Quarta Internazionale. Ha anche scritto numerosi articoli in riviste progressiste di diversi paesi sul suo sito web e sul sito A l’Encontre [1]. Questi testi si possono trovare sul suo sito web http://hussonet.free.fr/.

La sua partenza dal LCR non significò la fine della sua attività militante. Era già stato coinvolto in AC! (Agir ensemble contre le chômage) dove, per usare la sua espressione, ha svolto il ruolo di “economista di servizio“, collegando il lavoro economico (sull’orario di lavoro) con un movimento sociale che aveva bisogno di analisi e argomentazioni. Ha svolto questo ruolo intensamente durante gli anni 2000 nei movimenti contro le riforme delle pensioni, fornendo analisi tecniche per combattere il discorso governativo che presentava i contraccolpi sociali come inevitabili. È stato impegnato nel movimento anti-globalizzazione e in ATTAC e nel suo consiglio scientifico, così come nella Fondazione Copernico.

Economista e statistico, Michel aveva sia una grande conoscenza della storia e delle teorie economiche che la capacità di maneggiare serie statistiche e strumenti econometrici con facilità. Ha insistito sul fatto che l’economista critico deve essere scientificamente valido. Ha lavorato in diverse istituzioni di amministrazione economica (dove all’epoca c’erano luoghi da cui l’economia critica non era del tutto bandita) prima di entrare all’IRES (un istituto di ricerca legato al movimento sindacale).

Nonostante la sua riconosciuta competenza e i suoi numerosi articoli che utilizzano l’econometria, Michel rimase quasi sempre una sorta di outsider nel “circolo della ragione economica” (per usare l’espressione del cortigiano pluricitato Alain Minc). Infatti, Michel non ha nascosto le sue convinzioni, ha lavorato su temi come la dinamica del capitalismo e dell’industria francese e la riduzione dell’orario di lavoro, e, inoltre, ha smontato in modo argomentativo le assurdità teoriche ed empiriche della produzione degli economisti neoliberali.

Michel era, per usare un’espressione abusata, un “marxista aperto”. Ma aperto alla maniera di Lenin (il cui ritratto adornò per un certo periodo il suo ufficio all’IRES), preoccupato di “fare un’analisi concreta di una situazione concreta”. Aperto nello stesso modo di Ernest Mandel, economista e leader della Quarta Internazionale. A proposito di Mandel, Michel ha spiegato: “Quello che mi piaceva di Mandel era che il suo background piuttosto ortodosso era combinato con un marxismo piuttosto aperto, che non era la pura ripetizione del dogma, l’analisi infinita dei testi di Marx”. [2] Per lui, gli economisti marxisti non potevano accontentarsi di ripetere semplicemente il Libro I del Capitale in modo aggiornato, ma dovevano confrontarsi con la realtà del capitalismo attuale utilizzando i dati statistici disponibili e non ignorando il lavoro degli economisti non marxisti.

Questo può avergli fatto guadagnare qualche critica, soprattutto negli ultimi anni, nelle discussioni sul tasso di profitto e il suo impatto sull’evoluzione dell’attività economica. Accettò prontamente le osservazioni metodologiche (non è facile approssimare l’evoluzione del tasso di profitto dai dati di contabilità nazionale) o considerò che il dibattito rimaneva aperto, mentre rifiutava, seguendo Mandel, di vedere le fluttuazioni del profitto come l’unica determinante delle crisi economiche. D’altra parte, Michel non ha apprezzato i processi di “keynesianismo”. Infatti, ha sempre sottolineato i limiti di Keynes (e a fortiori gli errori e la malafede dei suoi successori che non hanno mai smesso di annacquare i suoi contributi fino a raggiungere conclusioni opposte) e, soprattutto, ha sempre fatto della lotta di classe una realtà non “a lato” dei meccanismi economici, ma al centro di essi.

Michel è stato autore di numerosi libri, ha contribuito a molti altri e ha prodotto un numero considerevole di articoli che si possono trovare sul suo sito web http://hussonet.free.fr/. Oltre al suo lavoro, ha messo a disposizione una massa di articoli e informazioni economiche. Questo sito rimarrà un riferimento.

Gli interessi di Michel erano molto ampi: dalle questioni teoriche più astratte come la trasformazione dei valori in prezzi alle analisi delle diverse sfaccettature del capitalismo contemporaneo: politiche economiche, debiti pubblici (ha partecipato in Francia e in Grecia al lavoro sui debiti pubblici illegittimi), politiche sociali, disastri ecologici, ecc. In “Sei miliardi sul pianeta, siamo troppi?” [3], ha integrato la crisi ecologica nel suo pensiero e ha denunciato le tesi maltusiane e il capitalismo verde (e i vari strumenti che propugna: diritti di inquinare ed ecotasse). Ha concluso affermando la necessità di uscire dal calcolo economico di mercato e implementare la pianificazione e ha rivendicato un “socialismo al servizio delle aspirazioni ecologiche“.

Per anni aveva attirato l’attenzione sul calo dei guadagni di produttività delle grandi economie capitaliste (nonostante l’espansione delle nuove tecnologie) e la loro conseguenza: un sistema economico e sociale sempre più regressivo. L’ultimo testo riprodotto sul suo sito è intitolato “Biden, miracolo o miraggio?” nel quale sottolinea come il progetto del successore di Trump sia soprattutto quello di riaffermare la supremazia degli Stati Uniti.

Michel è stato autore, insieme al vignettista Charb (assassinato nell’attentato del 2015 a Charlie Hebdo), di un’opera pedagogica intitolata “Capitalisme en 10 leçons” [4] scritta dopo la crisi del 2008-2009, in cui descriveva i vicoli ciechi del capitalismo all’inizio di questo millennio ricordando questa vecchia verità del marxismo: “Il capitalismo non è un frutto maturo e non crollerà” senza l’iniziativa di forze sociali determinate a superarlo. Nel suo ultimo libro pubblicato, scritto con Alain Bihr, “Thomas Piketty, une critique illusoire du capital” [5], gli autori passano in rassegna le tesi di Piketty, sottolineandone gli errori (l’ideologia determinerebbe le disuguaglianze, la mancanza di comprensione della natura del capitalismo come sistema basato sullo sfruttamento) e i limiti delle misure che propone. La postfazione del libro integra la crisi del coronavirus e sottolinea che, più che mai, bisogna abbandonare “il mondo dei sogni“, la ricerca di “alternative intelligenti” (che non significa rinunciare all’elaborazione programmatica), perché in realtà si profilano scontri sociali di grande violenza.

Il suo senso dell’umorismo era sempre presente e lo aveva portato a mettere sul suo sito web la seguente frase sprezzante di un economista ufficiale: “un ideologo sconosciuto al mondo accademico e impegnato in una critica incompetente“.

[1] https://alencontre.org/
[2] “Itinéraire d’un économiste critique – Entretien avec Michel Husson”, Savoir/Agir 2017/4, n°42.
Da leggere su ESSF: https://www.europe-solidaire.org/spip.php?article58951
[3] Textuel, 2000
[4] La Découverte, 2012.
[5] Pagina 2 & Syllepse, 2020,

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