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Il 28 dicembre 1941 nasceva, a Parigi, Guy Debord, una delle personalità più originali e controverse del Novecento. Filosofo, scrittore, regista, soprattutto rivoluzionario, come probabilmente gli avrebbe fatto piacere essere ricordato. Snobbato dall’accademia, schivo, socialmente scomodo, umorale e saturnino, di difficile collocazione dal punto di vista disciplinare, ma di chiarissime posizioni politiche e artistiche, legate ad una pratica e a un superamento delle avanguardie di inizio Novecento, attraverso una rilettura del marxismo, adottato come metodo più che come ideologia, utilizzato per analizzare le contraddizioni della società industriale con l’obiettivo focalizzato sull’ultimo segmento produttivo, quello consumistico. Debord ci ha lasciato molti scritti sparsi e riflessioni sulla società e le sue trasformazioni, film sperimentali, controversi e oscuri, e due testi fondamentali per capire il passaggio alla postmodernità e le insidie della società consumistica: La società dello spettacolo, pubblicato nel 1967, e I commentari alla società dello spettacolo, uscito nel 1988.

Rileggere Debord a novant’anni dalla nascita

A novant’anni dalla nascita del filosofo francese, sono molti gli eventi in programma per ricordare lo spirito guida del Situazionismo, soprattutto in Francia, dove Debord è considerato uno degli autori più importanti del suo tempo, il nume tutelare del Maggio francese. Nel 2010 lo stato francese ha acquistato il suo archivio pagandolo una cifra esorbitante per un archivio contemporaneo. I suoi scritti, i suoi aforismi, le sue invenzioni servirono a commentare la breve e indimenticabile stagione del ’68 parigino, rimbalzando rapidamente, grazie anche al clima favorevole e vivace del periodo, in tutto il pianeta. Molti creativi, artisti, pubblicitari che hanno lavorato per la “società dello spettacolo” nei decenni successivi, si sono formati leggendo i suoi testi e quelli dei situazionisti suoi compagni, il belga Raoul Vaneigem, l’olandese Constant, l’italiano Pinot Gallizio: basti pensare a Carlo Freccero, Enrico Ghezzi, Antonio Ricci, Giampiero Mughini; personaggi che, paradossalmente, hanno usato proprio quelle analisi feroci della società dei consumi, per approdare al mondo dello spettacolo e per disegnarne i nuovi scenari e favorire così la nascita di veri e propri imperi mediatici.

E’ utile oggi rileggere Debord per capire quello che è successo negli ultimi decenni, ma soprattutto è interessante entrare nel merito delle “situazioni” virtuose, delle tecniche proposte che è auspicabile mettere in atto per salvare il pianeta, la società, le persone. Non dimentichiamo che Debord viene dall’esperienza delle Avanguardie, esperienza in cui gli artisti e gli intellettuali, non si limitano alla contemplazione del bello ideale ma assumono nelle loro linee programmatiche un fine salvifico, pedagogico, liberatorio. Se “lo spettacolo è il cattivo sogno della società moderna incatenata”, si legge nell’aforisma 21 della Società dello spettacolo, il compito dei situazionisti è quello di trovare gli strumenti per interrompere il sogno e svegliare la società che si è addormentata nell’incubo. L’attualità del progetto è affascinante. Ma come si può invertire questa caduta negli inferi? E quali potrebbero essere oggi gli attori di questo nuovo film.

Debord e i suoi amici si prodigano in suggerimenti, suggestioni, sperimentano tecniche. Non troveremo, ci ricorda Mario Perniola ne “L’avventura situazionista” (Mimesis, 2013), un’arte situazionista, ma eventualmente un uso situazionista dell’arte; Debord e i suoi amici non amavano definirsi situazionisti, né vantavano l’appartenenza ad un movimento chiamato “Situazionismo”, che avrebbe fatto affondare la loro esperienza di vita e artistica, in uno dei tanto aborriti –ismi, che loro criticavano, ma si cimentano nel realizzare concretamente “situazioni virtuose”.

Situazionismo da riscoprire

Numerosi i contesti in cui calare tali situazioni, fondamentalmente lo spazio della città e naturalistico, l’ambiente, il cinema. L’obiettivo è infiltrare elementi situazionisti nei gangli vitali della società. Ma tutto ciò non basta, l’esperienza delle avanguardie di inzio Novecento, soprattutto quella Dada e il Surrealismo, hanno lasciato in Debord e compagni un bagaglio di tecniche da utilizzare che avvicinano la pratica artistica al gioco e alla psicologia, a lasciti forse anche più distanti ed esotici, come le discipline orientali e la filosofia buddista, che negli anni Sessanta e Settanta ritrovano nuova popolarità e diffusione. Riverberi di tutto ciò li possiamo ritrovare nel détournement situazionista, una sorta di arte dello spiazzamento applicato agli oggetti e alle situazioni quotidiane che, riproposte in ambiente e contesto diverso, assumono nuovi significati e ci fanno riflettere su abitudini e quotidianità cui non poniamo più la dovuta attenzione. Oppure, nell’ambito della psicogeografia, dove si propone di riutilizzare gli spazi urbani a fini diversi e ludici, ad uso degli abitanti delle città e delle campagne; la tecnica della deriva, che, a differenza della passeggiata turistica o del viaggio, va intesa come pratica estetica che, ripensando le “deambulazioni” surrealiste, ha lo scopo di riconoscere gli effetti psichici prodotti dal contesto urbano sull’individuo e sui suoi comportamenti, diventando strumento di analisi urbana per eccellenza, ma anche strumento di intervento per rompere una consuetudine, che, come abbiamo capito, è nell’ottica situazionista sempre un elemento corrotto del sistema mondo.

Ma è soprattutto nell’ambito della psicogeografia e dell’Urbanistica unitaria, contesti che tengono assieme arte, tecnica, esperienze sociali e di comportamento, e ipotesi di cambiamento sociale del sistema che sono stati proposti concretamente progetti situazionisti spendibili nell’immediato. Va ricordato, ad esempio, il progetto di New Babylon, a cui Constant lavorò dal 1956 agli anni ‘70: una città coperta, con abitazioni collettive e ambienti ad uso sociale per l’homo ludens. I disegni, le sculture e i modellini di Costant vennero presentati alla 33 Biennale di Venezia nel 1966 ma gli aspetti, soprattutto formali, del progetto verranno ripreso e rielaborati da molti architetti nei decenni successivi, come gli Archigram, Yona Friedman, Rem Koolhaas. Il progetto di Constant inaugurò un filone sperimentale e utopistico di megastrutture architettoniche e di studi sulla fruizione degli spazi urbani che avevano come scopo l’utopia della città nomade, basata su pratiche creative, iperconnettività, tecnologie avanzate rese possibili dal superamento del lavoro, ormai completamente automatizzato. Costant abbandonò il progetto a causa delle difficoltà pratiche e sconfessò le archistar che si erano appropriate delle sue fantasie, e Debord, va detto, sconfessò Costant accusandolo di piegarsi a logiche commerciali. Il suo lavoro, comunque, fece capire, a chi voleva intendere, quanto avanzate, profetiche, realistiche fossero le proposte sgorgate da un gruppo di artisti nomadi-visionari che si trovarono, provenendo da varie parti del mondo, nel luglio del 1957 a Cosio d’Arroscia, in provincia di Imperia, per costituire l’Internazionale Situazionista: l’ultima avanguardia.

Ecologia e psicogeografia

La pubblicazione di un’antologia di scritti, curati da Gianfranco Marelli, Ecologia e psicogeografia (Elèuthera edizioni, 2020) ricostruisce oggi quella vicenda partendo dall’accezione del termine Ecologia da parte del filosofo francese, che si stacca dall’uso originale del termine, coniato nel 1866 da Ernst Haeckell, che vede l’ecologia come l’insieme di conoscenze che riguardano la gestione della natura e delle relazioni degli abitanti e/o animali con il loro contesto ambientale. Debord usa il termine già in uno scritto del 1959, Ecologia, psicogeografia e trasformazione dell’ambiente umano, in modo coerente con il suo impegno politico e artistico, per definire una osservazione-azione: “L’ecologia si propone lo studio della realtà urbana d’oggi, e ne deduce alcune riforme necessarie per armonizzare l’ambiente sociale che conosciamo. La psicogeografia, che ha senso solo come dettaglio di un tentativo di abbattimento di tutti i valori della vita attuale, si muove sul terreno della trasformazione radicale dell’ambiente. Il suo studio di una «realtà urbana psicogeografica» non è che un punto di partenza per costruzioni più degne di noi” (Marelli, p.71).

Psicogeografia vs. Ecologia quindi, una disciplina decisamente più familiare per il situazionista Debord, che permette di combinare il gioco e la festa ponendosi come obiettivo il sovvertimento radicale della situazione. Nella lunga, e indispensabile, postfazione Marelli sottolinea come l’attenzione ai problemi ambientali, in Debord, sia stata fortemente condizionata dal clima teso della Guerra Fredda e dalla paura di una possibile Terza Guerra Mondiale, che sembrava imminente a causa del conflitto esasperato in atto fra le due massime potenze mondiali: gli Stati Uniti e l’Unione sovietica. All’epoca i movimenti giovanili, hippy e underground, sorti nel dopoguerra, ponevano l’accento soprattutto sul pericolo di una guerra nucleare e sulle sue catastrofiche conseguenze. Gli scenari drammatici della Seconda Guerra Mondiale, l’uso per la prima volta di armi nucleari e gli effetti devastanti dei bombardamenti sulle popolazioni delle città di Hiroshima e Nagasaki, erano ancora brucianti e vivi davanti agli occhi di tutti, grazie anche a una spettacolarizzazione mediatica mai vista prima. La corsa agli armamenti e l’esasperazione deI conflitto in Indocina prima, e la Guerra in Vietnam poi, così come la crisi del Sistema sovietico dopo il XX Congresso del 1956 e l’intervento militare in Ungheria, la crisi dei missili a Cuba e la rivolta anticolonialista in Africa, catalizzarono l’attenzione e l’azione, soprattutto, dei giovani.

Conseguenze nefaste della mercificazione

Debord, come tutta quella generazione, si impegnò con generosità per un’azione che andasse oltre l’analisi del fenomeno, proponendo un reale sovvertimento della società malata che, difendendo gli interessi di pochi, aveva costruito le premesse per avvelenare il pianeta con l’inquinamento e con una gestione politica corrotta dagli interessi capitalistici. L’economia, si legge nei Commentari dell’88, ha “cominciato a fare apertamente guerra agli umani: non più soltanto alle possibilità della loro vita, ma anche a quelle della loro sopravvivenza”. La scienza stessa “ha smesso di interrogare il mondo” e si è limitata a minimizzare le conseguenze catastrofiche per asservire la società dominata dallo spettacolo. Nel Pianeta malato, uno scritto del 1971, si legge “l’inquinamento è oggi alla moda, esattamente come la rivoluzione: si impadronisce di tutta la vita della società ed è rappresentato illusoriamente nello spettacolo” (p.109), e l’anno successivo ne La vera scissione dell’Internazionale situazionista, vengono individuati nell’inquinamento e nel proletariato “i due pilastri della critica dell’economia politica», mettendo assieme ecologia sociale e analisi marxista. I suoi successivi lavori cinematografici ed editoriali, conterranno una visione via sempre più preoccupata del degrado ambientale causato dal progresso, una conseguenza della modernità, che invece di migliorare e facilitare la vita contribuisce a distruggerla.

Una civiltà crepuscolare e cupa che brucia e affonda per intero come si legge in uno film criptico e geniale del 1978, dal titolo palindromo, probabile ricordo del lettrismo degli anni Cinquanta, In girum imus nocte et consumimur igni,andiamo in giro nella notte profonda e siamo consumati dal fuoco. Nei suoi ultimi scritti vengono commentati alcuni eventi inquietanti avvenuti in quegli anni: dal disastro della centrale nucleare di Chernobyl del 1986, al problema delle alterazioni alimentari: lo scandalo della cosiddetta “mucca pazza” sempre nell’86; il pericolo del diffondersi delle pandemie, all’epoca l’AIDS, tutti eventi riconducibili ad una società acceccata dalla ricerca del massimo profitto economico considerato più importante del massimo benessere per tutti.

La visione di Debord diventa negli anni sempre più cupa, influenzata anche da una salute precaria, conseguenza di un etilismo convinto e mai rinnegato. Nel 1979, dopo il soggiorno nella sua amatissima Firenze abbandona Parigi per rifugiarsi nella dimensione più serena della campagna della Haute Loire, a Champot, dove aveva una proprietà e dove, nel 1994, porrà fine alla sua vita e alle sofferenze croniche causategli dalla polinevrite con un colpo di pistola al cuore.

L’antologia curata da Marelli è interessante, oggi, per la ricostruzione di un percorso puntuale e motivato attorno alla precoce sensibilità ecologica di Debord e per riscoprire le valenze più politiche e critiche del fenomeno, con un occhio sempre attento alle mistificazioni della società/spettacolo che oggi potremmo ritrovare facilmente, ci dice Marelli, nella società delle green economy. La proposta di schemi apparentemente virtuosi non ci salva, evidentemente, dalle conseguenze nefaste della mercificazione. Le tecniche della deriva, la pratica della psicogeografia, la costruzione di situazione detournanti, sono lì per aiutarci a smascherare gli abili mercanti del tempio. L’augurio è che le nuove generazioni, così pressate, attente, sensibili al tema ecologico possano cogliere nelle pratiche situazioniste nuovi argomenti e strumenti per trovare una soluzione necessaria alla sopravvivenza del pianeta.

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