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Le grandi imprese stanno intensificando il loro greenwashingi per far fronte a qualsiasi misura che miri a controllare le loro emissioni di gas a effetto serra. Dopo aver trascorso cinque anni senza fare nulla per raggiungere gli obiettivi già compromessi fissati dall’accordo di Parigi del 2015, decine di grandi inquinatori come Nestlé e Shell stanno ora prendendo impegni per arrivare a “zero emissioni nette”, principalmente per soddisfare le esigenze di pubbliche relazioni dei loro finanziatori. Questo cambiamento nel greenwashing delle imprese non porterà a nessuna riduzione delle emissioni, ma rischia di generare un accaparramento massiccio di foreste e terreni agricoli, soprattutto nei paesi del Sud. Le grandi imprese del settore alimentare e agroindustriale sono i principali attori di questa truffa mortale. L’azione per il clima continuerà a essere sabotata dal greenwashing delle imprese fino a quando le persone non riprenderanno il controllo dei finanziamenti, dei territori e dei governi che sono sotto il controllo delle imprese.

Le grandi imprese sono senza dubbio il principale ostacolo a un’azione significativa contro la crisi climatica. Questi onnipotenti attori hanno passato gli ultimi vent’anni a sfidare il consenso scientifico, a bloccare una legislazione efficace e a riverniciare di “verde” le proprie responsabilità. Anche l’ultimo tentativo dell’accordo di Parigi, con il suo patetico impegno volontario a mantenere il mondo a un livello di riscaldamento (ancora disastroso) di 1,5 gradi, non ha in alcun modo impedito all’avidità delle imprese di portare il pianeta sull’orlo del baratro.
Dopo la firma dell’accordo di Parigi nel 2015 e la sua promessa di soluzioni basate sul mercato, solo un piccolo numero di imprese ha fatto il minimo indispensabile per dichiarare pubblicamente le proprie emissioni, per non parlare di adottare misure per ridurle. Delle 500 maggiori imprese del mondo, solo 67 si sono impegnate a ridurre le proprie emissioni in conformità con l’accordo di Parigi.ii La stragrande maggioranza delle imprese ancora non dichiara pubblicamente le proprie emissioni, e men che meno interviene per affrontarle.iii Inoltre, mentre nessuna società finanziaria globale ha ancora adottato politiche per frenare il consumo di combustibili fossili, la quantità di denaro che forniscono alle società di quel settore è aumentata ogni anno dall’adozione dell’accordo di Parigi, raggiungendo un totale di 2,7 trilioni di dollari negli ultimi cinque anni.iv
Le imprese agroalimentari sono fra quelle che hanno ottenuto i peggiori risultati. Cresce la preoccupazione per il loro ruolo nella crisi climatica: l’ultimo rapporto dell’IPCC stima che il sistema alimentare produca fino al 37% del totale delle emissioni globali di gas a effetto serra.v Eppure, delle 35 più grandi imprese lattiero-casearie del mondo, le maggiori responsabili del danno climatico in questo settore, solo una si è impegnata a ridurre le proprie emissioni assolute in linea con gli obiettivi di Parigi. Ciò non ha impedito a queste imprese di ricevere miliardi di dollari da società finanziarie mondiali, comprese quelle che affermano di essere impegnate in investimenti responsabili.vi
Era più facile per le imprese cavarsela senza fare nulla quando la crisi climatica non era così fisicamente ovvia come lo è oggi. Adesso devono anche fronteggiare un crescente movimento giovanile per il clima, che influenza i governi e prende direttamente di mira le imprese, comprese le mastodontiche società finanziarie che continuano a incanalare i risparmi pensionistici delle persone verso i peggiori inquinatori. E poi c’è la pandemia di Covid-19, che ha aperto una falla nel consenso neoliberista e ha chiaramente dimostrato l’importanza dell’intervento dei governi per affrontare le emergenze globali. Per non parlare del fatto che non c’è più un negazionista del cambiamento climatico ad occupare la Casa Bianca. Per le imprese, c’è il rischio reale che i governi prendano finalmente sul serio le cose e comincino a imporre politiche e regolamentazioni che riducano i loro profitti e il loro potere.
Le imprese, ovviamente, vanno al contrattacco con tutte le loro forze, con una campagna congiunta di greenwashing per riqualificarsi come fornitrici di soluzioni. Non passa giorno senza l’annuncio di un’iniziativa o di un impegno assunto da un’impresa per raggiungere l’obiettivo concordato a Parigi di “zero emissioni nette” entro il 2050. Ma basta dare uno sguardo alle tabelle di marcia verso il “saldo zero”, ai progetti e agli scenari che sempre più imprese stanno rendendo pubblici, per vedere che la loro versione del saldo zero è in realtà soltanto un impegno a mantenere la crescita delle loro attività altamente inquinanti e (possibilmente) compensare le loro emissioni pagando altri perché estraggano il carbonio dall’atmosfera. Questi piani non sono scientificamente validi e scaricano la maggior parte degli oneri e dei rischi sulle comunità del Sud del mondo, le cui terre saranno destinate a questi programmi di compensazione.vii
Le imprese di tutti i settori, compreso il potente settore finanziario, promuovono aggressivamente questa truffa delle “zero emissioni nette” al fine di evitare la regolamentazione delle loro attività. Ad esempio, 545 società finanziarie, con un totale di 52 trilioni di dollari di attivi da loro amministrati, hanno recentemente lanciato l’iniziativa “Climate Action 100+” per “garantire che i più grandi emettitori di gas a effetto serra del mondo” si impegnino a raggiungere le “zero emissioni nette” entro il 2050. Nello stesso tempo, molte di queste imprese esercitano forti pressioni contro l’intervento governativo sul finanziamento che esse forniscono alle imprese inquinanti, sostenendo di essere nella posizione migliore per decidere su come devono essere distribuiti gli investimenti in soluzioni climatiche.viii L’impegno del settore finanziario, anche se non è altro che greenwashing, aumenta la pressione sulle imprese affinché dichiarino le proprie emissioni e si impegnino a raggiungere il saldo zero, al fine di soddisfare le esigenze di coloro che le foraggiano. Questo è il motivo principale per cui stiamo assistendo a un’ondata di impegni aziendali in questa direzione, in particolare nel settore alimentare e agroindustriale. Questa svolta verso il greenwashing, così profondamente basato sulle compensazioni, si sta rivelando ancora peggiore dei giorni della negazione climatica.

Le “zero emissioni nette” sono peggiori dell’inazione

BlackRock è la più grande società di investimento a livello mondiale che opera nel settore dei combustibili fossili e in quello agroalimentare.ix Nonostante la sua profonda collusione con i peggiori nemici del clima, BlackRock si è riqualificata come leader dell’azione per il clima ed è stata persino recentemente ingaggiata dall’UE per supervisionare il suo programma di finanza sostenibile.x BlackRock afferma che ora “si aspetta che le imprese spieghino come si stanno allineando a uno scenario in cui il riscaldamento globale sia mantenuto a un livello ben al di sotto dei 2oC, in linea con l’aspirazione globale a raggiungere zero emissioni nette di gas serra (GHG) entro il 2050″.xi Ma cosa significa in pratica per un’impresa finanziata da BlackRock allinearsi al “saldo zero”?
Una delle imprese in cui BlackRock investe ampiamente è Nestlé, la più grande azienda alimentare del mondo e uno dei peggiori emettitori di gas serra al di fuori del settore energetico.xii BlackRock è il maggiore azionista di Nestlé e, nonostante l’enorme impronta climatica di Nestlé, l’impresa si adatta facilmente alle azioni che BlackRock “si aspetta” dalle società in cui investe. L’impresa svizzera è una delle poche aziende lattiero-casearie che si è impegnata a raggiungere le zero emissioni nette entro il 2050 per tutte le sue attività, comprese quelle della sua catena di approvvigionamento (il cosiddetto Scope 3 [Settore 3]).xiii Nel dicembre 2020, Nestlé ha lanciato la sua “tabella di marcia zero emissioni nette” (Net Zero Roadmap), impegnandosi a ridurre le proprie emissioni del 50% entro il 2030 e a raggiungere l’obiettivo del “saldo zero” entro il 2050. La maggior parte di queste emissioni sono prodotte nella sua catena di approvvigionamento, in particolare per quanto riguarda i prodotti lattiero-caseari, la carne e i prodotti di base (caffè, olio di palma, zucchero, soia, ecc.). Le emissioni annuali del Settore 3 di Nestlé sono circa il doppio delle emissioni totali del suo paese d’origine, la Svizzera.xiv
Il piano climatico di Nestlé non prevede una riduzione delle vendite di latticini, carne e altri prodotti agricoli ad alte emissioni. Al contrario, il suo piano climatico si basa su una crescita prevista del 68% tra il 2020 e il 2030 per i suoi rifornimenti sia di prodotti lattiero-caseari e animali che di prodotti di base. Tuttavia, l’impresa afferma che tale crescita della produzione sarà più che compensata dall’impiego di tecnologie rispettose del clima e da cambiamenti nelle pratiche agricole tra i suoi fornitori.
Per realizzare questa trasformazione estremamente ambiziosa della sua filiera agricola, Nestlé ha annunciato il suo impegno a investire 1,2 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni in “pratiche agricole rigenerative”. Per vedere le cose nella giusta prospettiva, ricordiamo che Nestlé ha pagato un dividendo di circa 8 miliardi di dollari a BlackRock e agli altri suoi azionisti nel 2020. Su base annua, il grande impegno di Nestlé per cambiare le pratiche agricole dei suoi fornitori rappresenta un misero 1,5% di ciò che la società paga ai suoi azionisti in dividendi, o tre volte meno dei dividendi che paga a BlackRock.xv
Oltre alle scarse risorse stanziate, l’azienda rimane anche molto vaga su come garantirà l’attuazione di queste pratiche rigenerative. Nel caso dei prodotti lattiero-caseari e del bestiame, Nestlé si propone di fare ricerca su additivi alimentari che riducano il metano prodotto dagli animali e di incoraggiare gli agricoltori a utilizzare mangimi prodotti in modo più sostenibile. E nel caso del caffè e del cacao, l’impresa vuole che gli agricoltori intraprendano l’agrosilvicoltura e una migliore gestione del suolo. Ma molte di queste tecnologie che si presume siano rispettose del clima non sono comprovate, e non esiste un piano chiaro su come i fornitori attueranno la transizione verso pratiche rigenerative, e chi pagherà per questo.
In assenza di un qualsiasi serio impegno per ridurre le emissioni della sua catena di approvvigionamento, Nestlé punta sulle compensazioni per salvaguardare le sue ambizioni di zero emissioni nette. “Vediamo l’enorme potenziale della rimozione delle emissioni di gas a effetto serra dall’atmosfera come una via per controbilanciare le emissioni che non possiamo ridurre direttamente”, afferma Nestlé nella sua tabella di marcia.
La società stima che dovrà compensare 13 milioni di tonnellate di CO2 equivalente all’anno da qui al 2030, una quantità che corrisponde all’incirca alle emissioni totali annue di gas a effetto serra di un piccolo paese come la Lettonia.xvi Ma questa cifra potrebbe essere ancora più elevata se i suoi sforzi per ridurre le emissioni attraverso l’”agricoltura rigenerativa” non si concretizzassero. Una delle iniziative di riduzione delle emissioni in agricoltura in cui Nestlé è coinvolta è un programma progettato dall’industria dei fertilizzanti per ridurre le emissioni dei fertilizzanti azotati in Nord America.xvii In Canada, dove il 4R Nutrient Stewardship Program (Programma di gestione dei fertilizzanti) è stato lanciato, gli studi dimostrano che gli agricoltori coinvolti finiscono per usare più fertilizzanti e per utilizzarli in modo più inefficiente.xviii

Distruzione basata sulla natura

La tabella di marcia di Nestlé è praticamente una fotocopia di altri impegni a “zero emissioni nette” che sono stati pubblicizzati dalle imprese agroalimentari e dei combustibili fossili nell’ultimo anno o giù di lì. Tutte si basano sulla continua crescita delle vendite dei loro prodotti altamente inquinanti, compensati da pagamenti ad altri per reintrodurre il carbonio nel suolo, principalmente proteggendo le foreste a rischio di abbattimento o piantando alberi su terreni degradati. Le imprese ora definiscono queste compensazioni nel loro insieme come “soluzioni basate sulla natura”.xix
Il precursore delle odierne “soluzioni basate sulla natura” è il programma REDD+ delle Nazioni Unite per la riduzione delle emissioni da deforestazione e degrado forestale (Reducing Emissions from Deforestation and Forest Degradation), che non solo non è riuscito a ridurre la deforestazione o le emissioni negli ultimi 12 anni, ma ha anche colpito duramente le comunità locali, in particolare impedendo loro l’accesso ai terreni agricoli e alle foreste e alimentando i conflitti fondiari.xx
Una delle prime promotrici di REDD+ è stata una società svizzera, il Gruppo South Pole, che ora lavora per Nestlé al suo piano di compensazione.xxi Questa società ha guidato l’enorme progetto Kariba REDD, che copre 784.987 ettari nel nord-ovest dello Zimbabwe. Questo progetto, strutturato per spostare fondi attraverso diverse società registrate in paradisi fiscali, non ha fornito nessun beneficio materiale alle comunità locali e, peggio ancora, ha impedito loro di accedere alle terre da cui dipendono per la produzione alimentare, la caccia e la raccolta.xxii Tuttavia è riuscito a fornire compensazioni al gigante francese dell’energia Total per rendere “a emissioni zero” le sue forniture di gas naturale liquido alla Cina.
Il Gruppo South Pole è una delle poche società che possono ricavare grandi profitti dal crescente utilizzo da parte delle imprese del sistema delle compensazioni. Nestlé, un acquirente di crediti di compensazione del carbonio, ha pagato South Pole per sviluppare un modello per “calcolare il potenziale di mitigazione dei gas a effetto serra dei terreni agricoli”.xxiii South Pole stipula inoltre contratti con potenziali venditori di compensazioni, come la Miro Forestry del Regno Unito, che ha incaricato South Pole di certificare l’assorbimento di carbonio delle sue enormi piantagioni di alberi nell’Africa occidentale e aiutarla a vendere quelle compensazioni. Il Gruppo South Pole, Sud, descritto come “uno dei maggiori commercianti in crediti di carbonio”, viene pagato per fare i calcoli per le imprese di entrambe le parti e, se tutto va bene, per organizzare le transazioni.xxiv
Un altro grande protagonista del settore del greenwashing è la britannica SYSTEMIQ. Questa società poco conosciuta, fondata e gestita da ex dirigenti della società di consulenza globale McKinsey, ha supervisionato l’assai influente Commissione sulle Imprese e lo Sviluppo Sostenibile (Business and Sustainable Development Commission), un’iniziativa della durata di due anni lanciata dal gigante alimentare Unilever e da altre imprese a Davos nel 2016.xxv La Coalizione per l’Uso del Cibo e della Terra (Food and Land Use Coalition – FOLU), anch’essa co-fondata da Unilever e affidata a SYSTEMIQ per la gestione, è una delle emanazioni di questa iniziativa. La FOLU è forse diventata il più importante promotore delle “soluzioni basate sulla natura” messe in atto dalle imprese (si veda il riquadro: FOLU: i vestiti nuovi di Yara e Unilever). Sia la Commissione sulle Imprese e lo Sviluppo Sostenibile che la FOLU hanno ricevuto gran parte dei loro finanziamenti dal governo norvegese, che ha bisogno di compensazioni per le proprie attività petrolifere. Fra gli azionisti di SYSTEMIQ ci sono alcuni pesi massimi dei colloqui internazionali sul clima, come Lord Nicholas Stern, Sir David King, Janez Potočnik e Thomas Heller, così come miliardari influenti come Jeremy Grantham, André Hoffman e George Soros.xxvi
Nel migliore dei casi, questo nuovo coro di imprese che reclamano a gran voce “soluzioni basate sulla natura” è puro e semplice greenwashing, progettato soltanto per distogliere l’attenzione dalle reali riduzioni delle emissioni e ritardare la loro applicazione. Ma se il numero in rapido aumento dei piani delle imprese finalizzati al raggiungimento delle “zero emissioni nette” comincerà ad essere anche solo parzialmente realizzato, ciò si tradurrà in un massiccio accaparramento di terre, foreste e territori di popolazioni indigene e comunità rurali nel Sud del mondo.xxvii
L’ambizione dichiarata da Nestlé di compensare l’equivalente di 13 MT di emissioni di CO2 all’anno con “soluzioni basate sulla natura” richiederebbe la messa a disposizione di una superficie di almeno 4,4 milioni di ettari di terreno ogni anno.xxviii La società energetica italiana Eni afferma che avrà bisogno ogni anno di quasi il doppio di quella superficie da qui al 2030 e sta già portando avanti dei piani per la creazione di piantagioni di alberi su oltre 8,1 milioni di ettari in Africa.xxix Lo stesso avviene per il gigante petrolifero Shell, il cui nuovo scenario “a zero emissioni nette” impegna l’azienda a una maggior estrazione di combustibili fossili e a un massiccio incremento delle “soluzioni basate sulla natura” per compensare le emissioni risultanti. Le compensazioni della Shell richiederanno almeno 8,5 milioni di ettari di terreno all’anno da qui al 2035.xxx Queste sole tre società avranno bisogno di 20 milioni di ettari all’anno per il loro fabbisogno di compensazioni – un’area che equivale press’a poco a quella di tutte le foreste della Malesia, ogni anno!
E tutto ciò, per che cosa? Non c’è modo di raggiungere effettivamente una situazione di zero emissioni nette, in cui la quantità di gas a effetto serra emessa nell’atmosfera non superi la quantità estratta dall’atmosfera, se le emissioni derivanti dalla combustione di combustibili fossili e di altre principali fonti di gas a effetto serra non vengono ridotte quasi a zero. Nonostante tutti i danni che verranno inflitti alle comunità del Sud del mondo dall’accaparramento di terre per le compensazioni, non sarà stato fatto nulla per fermare il riscaldamento globale. Come spiegano La Via Campesina e una coalizione di altre Ong e movimenti sociali in un rapporto recentemente pubblicato, l’attuale valanga di promesse e piani delle imprese sul raggiungimento di zero emissioni nette mette chiaramente in evidenza che “non c’è desiderio o ambizione da parte dei grandi e dei ricchi del mondo di ridurre davvero le emissioni. Il termine ‘greenwashing’ non è sufficiente a descrivere questi sforzi per mascherare la continua crescita delle emissioni fossili: i termini ‘ecocidio’ e ‘genocidio’ riflettono più precisamente gli impatti che il mondo dovrà affrontare.xxxi

FOLU: I vestiti nuovi di Yara e Unilever

La Coalizione per l’Uso del Cibo e della Terra (Food and Land Use Coalition – FOLU) è una delle lobby più sofisticate e segrete a favore delle imprese del settore alimentare e agroindustriale. È stata creata dalla società norvegese di fertilizzanti Yara e dal gigante anglo-olandese degli alimenti trasformati Unilever, due dei peggiori inquinatori climatici nel settore alimentare e agricolo.xxxii Con il sostegno del governo norvegese, che a sua volta è uno dei peggiori inquinatori climatici del mondo, Yara ha incaricato una società privata, gestita da ex dirigenti di McKinsey, di mettere insieme una coalizione di ONG e associazioni imprenditoriali, sospettate di essere finanziate dalle imprese.xxxiii Oggi la FOLU, così come i personaggi e gruppi che sono al suo interno, è onnipresente nei forum internazionali sul clima e l’alimentazione.xxxiv

La FOLU si presenta come una “comunità di organizzazioni e individui”, ma il suo programma è strettamente legato agli interessi delle sue due società fondatrici. Unilever, il più grande acquirente mondiale di olio di palma, da anni promuove sistemi di certificazione, tra cui la Tavola rotonda sull’Olio di Palma Sostenibile, per dotarsi di una fonte “sostenibile” di un prodotto agricolo fondamentalmente insostenibile. Yara, che è il più grande produttore mondiale di fertilizzanti azotati, un prodotto che da solo è responsabile di una delle 50 tonnellate di emissioni globali di gas a effetto serra prodotte dall’uomo ogni anno, ha condotto una campagna per ridefinire i suoi fertilizzanti come salvatori del clima. Yara afferma che i suoi fertilizzanti hanno permesso alle persone di produrre più cibo su meno terra, risparmiando foreste e riducendo la temperatura globale.xxxv

Non sorprende quindi che la FOLU sia favorevole a sistemi di certificazione volontari e a una produzione agricola più efficiente, basata sui combustibili fossili, quali principali soluzioni alle emissioni climatiche nel settore alimentare. Si concentra inoltre sulla riduzione della deforestazione tropicale, non sull’eliminazione dei combustibili fossili dal sistema alimentare, e si aspetta che ciò sia pagato dalle imprese che hanno bisogno di compensazioni di carbonio per le loro promesse di zero emissioni nette.xxxvi

Da molto tempo Yara e Unilever sono unite nel desiderio di mantenere ed espandere la produzione industriale di materie prime agricole. Prima della FOLU, avevano fondato l’Alleanza Globale per l’Agricoltura Climaticamente Intelligente (Global Alliance for Climate Smart Agriculture – GACSA), che al Vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici tenuto a New York nel 2014 era stata lanciata da John Kerry, allora Segretario di Stato americano e successivamente consigliere speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite, David Nabarro.xxxvii Questa alleanza, i cui membri erano più o meno gli stessi della FOLU, è stata un fallimento in termini di azione per il clima, ma questo non è mai stato il suo obiettivo. L’alleanza era stata concepita per bloccare gli sforzi messi in atto nelle sedi internazionali che si occupano di alimentazione, agricoltura e clima per promuovere soluzioni reali come l’agroecologia e la sovranità alimentare.xxxviii

La rivoluzione climatica non sarà finanziata

Non dobbiamo stupirci di questa nuova ondata di greenwashing delle grandi imprese. Un recente studio di una società di consulenza alle imprese è arrivato alla conclusione imbarazzante che gli ultimi due decenni dei loro programmi di sviluppo ‘sostenibile’ avevano un tasso di fallimento del 98%.xxxix Le imprese semplicemente non prenderanno misure che pregiudicano i loro profitti e combatteranno contro tutti coloro che intralciano il loro cammino, siano essi governi o comunità in prima linea. Cambieranno solo quando saranno costrette a farlo.
Mentre si è tentati di celebrare la recente ondata di impegni delle grandi imprese per affrontare la crisi climatica come una vittoria dei movimenti sociali, è più importante rendersi conto che queste promesse sono in realtà soltanto una cortina fumogena progettata per mantenere lo status quo. La realtà è che le imprese non faranno e non possono far parte della soluzione.
È particolarmente importante tenerlo presente per quanto riguarda il settore finanziario.xl Società finanziarie come BlackRock, e persino le società che gestiscono i fondi pensione, sono concepite per finanziare le grandi imprese. Se il denaro viene lasciato nelle loro mani, andrà sempre alle imprese. Queste pPotranno forse essere obbligate ad assumere impegni di zero emissioni nette per accedere a quel denaro, ma ciò non ridurrà le emissioni e avrà un pesante impatto sulle comunità che non hanno fatto nulla per contribuire alla crisi climatica. Non c’è vittoria per la gente o per il clima se una società finanziaria è costretta a spostare le sue quote da Exxon a Nestlé. Ciò non significa negare l’importanza delle campagne di disinvestimento, che possono avere un impatto significativo su una serie di questioni. Ma c’è differenza tra chiedere alle società finanziarie di disinvestire e chiedere loro di investire in soluzioni.
Le soluzioni devono essere sviluppate e definite dalla gente e non dalle imprese. Per quanto riguarda l’alimentazione e l’agricoltura, gli agricoltori e altri piccoli produttori alimentari hanno già formulato una visione della sovranità alimentare e delle soluzioni alla crisi climatica, che esclude completamente queste enormi imprese.xli Non c’è posto in questa visione per la tabella di marcia di Nestlé, per le “soluzioni basate sulla natura” di Unilever o per le vuote promesse ambientali di BlackRock.
Dobbiamo affrontare con chiarezza e solidarietà il crescente tsunami delle cosiddette soluzioni “verdi” portate avanti dalle grandi imprese. Le compensazioni devono essere completamente respinte, così come qualsiasi sistema che le tenga in considerazione, come le “soluzioni basate sulla natura”.xlii L’attenzione deve essere focalizzata sul cambiamento di sistema; la semplice sostituzione di una fonte energetica con un’altra, o di una tecnologia con un’altra, non fa altro che modificare le dispute tra imprese per il controllo delle nuove fonti energetiche e delle nuove tecnologie, spostando semplicemente l’ubicazione dei danni. Riuscite a immaginare la quantità di terra, acqua e risorse naturali, o di “soluzioni basate sulla natura”, compreso l’uso di combustibili fossili, che sarebbe necessaria per produrre agrocarburanti/biocarburanti o installare centrali idroelettriche o parchi eolici per sostituire la domanda globale attuale e futura di combustibili fossili? Dobbiamo porre fine a tutte le forme di estrattivismo, compreso l’estrattivismo dell’agricoltura e della pesca industriale.
Dobbiamo anche contrastare il monopolio delle imprese sugli “investimenti”. Sì, sono necessari investimenti per uscire dai combustibili fossili, ma ciò non accadrà mai se gli investimenti saranno lasciati alle società finanziarie globali la cui funzione principale è convogliare verso le imprese i risparmi pensionistici dei lavoratori sotto forma di acquisto di azioni e obbligazioni. I fondi pensione rappresentano la metà del denaro totale del sistema finanziario globale, e non solo sostengono le imprese più inquinanti, ma sono sempre più coinvolti in misfatti come l’accaparramento di terre, il private equityxliii e la privatizzazione dei servizi e delle infrastrutture sanitarie.xliv Questi stipendi differiti, che attualmente ammontano a più di 50 trilioni di dollari e sono gestiti da poche decine di gestori di fondi aziendali, sono più che sufficienti a coprire i costi stimati per risolvere la crisi climatica.xlv Ma continueranno a finanziare la distruzione del clima se saranno lasciati nelle mani delle società finanziarie.
Il problema che dobbiamo affrontare non è come far investire le BlackRock o le Nestlé di questo mondo per soluzioni alla crisi climatica. È come riprendere il controllo dei fondi, delle risorse e dei governi attualmente sotto il controllo delle imprese, al fine di sostenere soluzioni reali alla crisi climatica, che corrispondano ai bisogni della gente.

i Ndt – Letteralmente “lavaggio verde”: presentazione di una falsa immagine di sostenibilità ambientale per conquistare il favore dei consumatori, nascondendo il reale impatto negativo delle proprie attività.

ii L’obiettivo di Parigi è raggiungere zero emissioni nette entro il 2050. I dati sugli impegni delle imprese provengono da un documento della FOLU (Food and Land Use Coalition) del dicembre 2020: “Nature for Net Zero”.

iii Task Force on Climate-related Financial Disclosures, “2020 Status Report”, ottobre 2020.

iv Urgewald, “Five Years Lost: How Finance is Blowing the Paris Carbon Budget”, dicembre 2020.

v IPCC, “Special Report on Climate Change and Land – chapter 5”.

vi Si veda ad esempio: Fernanda Wenzel, Naira Hofmeister, Pedro Papini, “Investigation: Dutch, Japanese pension funds pay for Amazon deforestation“, febbraio 2020. L’OCSE afferma che il settore agroalimentare ha ricevuto in media 619 miliardi di dollari all’anno in investimenti finanziari tra il 2017 e il 2019 (OCSE, “Agricultural Policy Monitoring and Evaluation 2020”).

vii Per un’eccellente analisi dei problemi posti dalle zero emissioni nette, si veda: Friends of the Earth International, “Chasing Carbon Unicorns: The deception of carbon markets and ‘net zero’“, febbraio 2021.

viii Si veda ad esempio: The US Climate Finance Working Group, “Financing US transition to a sustainable low-carbon economy,” 18 febbraio 2021.

ix William Bredderman, “Biden’s Green-Jobs Guru Had Top Role at ‘World’s Largest Investor in Deforestation’”, Daily Beast, 17 febbraio 2021.

x Hannah Brenton, «Ombudsman slams EU rules for BlackRock’s sustainable-finance contract», Politico, novembre 2020.

xi BlackRock, “Climate risk and the transition to a low-carbon economy”, febbraio 2021.

xii Secondo Simply Wall St, BlackRock possiede il 4,1% delle azioni Nestlé.

xiii L’altra azienda lattiero-casearia è Danone. Per un’analisi del suo piano climatico, si veda: GRAIN e IATP, “Emissions Impossible: How Big Meat and Dairy Companies Are Warming the Planet“, luglio 2018.

xiv Secondo le statistiche dell’OCSE, le emissioni svizzere di gas a effetto serra nel 2018 sono state di 46,3 MT di CO2, mentre Nestlé dichiara che le emissioni del 2018 dalla sua catena di approvvigionamento ammontavano a 92 MT di CO2.

xv GRAIN, “Agro-imperialism in the time of Covid-19”, luglio 2020.

xvi Si vedano i dati sulla Lettonia forniti dall’OCSE per il 2018.

xvii 4R Nutrient Stewardhsip, “Ecosystem Services Market Consortium and The Fertilizer Institute Launch Pilot”, aprile 2020.

xviii David Burton et al., “GHG Analysis and Quantification”, Farmers for Climate Solutions, gennaio 2021.

xix Friends of the Earth International, “Chasing Carbon Unicorns: The deception of carbon markets and ‘net zero’”, febbraio 2021. Si veda anche: TWN e ACB, “Nature-based solutions or nature-based seductions?”, settembre 2020; Jutta Kill, “New name for old distraction: Nature-Based Solutions is the new REDD”, WRM, gennaio 2020; GRAIN & Grupo Carta de Belém, “Clima, tierra y soberanía: narrativas climáticas sobre los territorios del sur global”, novembre 2019.

xx WRM & GRAIN, “How REDD+ projects undermine peasant farming and real solutions to climate change”, ottobre 2015; Jutta Kill, “REDD+: A Scheme Rotten at the Core”, WRM, settembre 2019; REDD-Monitor, “How the poorest of the poor end up paying for REDD”, 11 aprile 2019. WRM & GRAIN, “How REDD+ projects undermine peasant farming and real solutions to climate change”, ottobre 2015; Jutta Kill, “REDD+: A Scheme Rotten at the Core”, WRM, settembre 2019; REDD-Monitor, “How the poorest of the poor end up paying for REDD”, 11 aprile 2019.

xxi Si veda: “Nestlé net zero roadmap”, febbraio 2021.

xxii REDD-Monitor, “The Kariba REDD project in Zimbabwe: From carbon credits to EARTH tokens”, 8 febbraio 2018.

xxiii Si veda: “Nestlé net zero roadmap”, febbraio 2021.

xxiv Si veda il rapporto annuale della Miro Forestry per il 2019.

xxv REDD-Monitor, “The Kariba REDD project in Zimbabwe: From carbon credits to EARTH tokens”, 8 febbraio 2018.

xxvi Informazioni sono disponibili in https://www.gov.uk/.

xxvii Friends of the Earth International, “Chasing Carbon Unicorns: The deception of carbon markets and ‘net zero’”, febbraio 2021.

xxviii Il calcolo si basa su una stima di 678 milioni di ettari necessari per sequestrare 2 Gt di CO2 attraverso il ripristino dell’ecosistema. Si veda: Friends of the Earth International, “Chasing Carbon Unicorns: The deception of carbon markets and ‘net zero’”, febbraio 2021, che cita Allen et al., “The Oxford Principles for Net Zero Aligned Carbon Offsetting”, settembre 2020.

xxix Eni, “Long-term strategic plan to 2050”; REDD-Monitor, “Oil company Eni plans 8.1 million hectare land grab in Africa for carbon offset plantations”, marzo 2019.

xxx CarbonBrief, “Shell says new ‘Brazil-sized’ forest would be needed to meet 1.5C climate goal”, 12 febbraio 2021.

xxxi Friends of the Earth International, “Chasing Carbon Unicorns: The deception of carbon markets and ‘net zero’”, febbraio 2021.

xxxii Dal sito web della FOLU: “La FOLU riconosce l’inestimabile contributo di Unilever, di Yara International e della Commissione per le Imprese e lo Sviluppo Sostenibile a sostegno del nostro sviluppo iniziale”.

xxxiii La società privata si chiama SYSTEMIQ.

xxxiv Friends of the Earth International, Transnational Institute e Crocevia, “‘Junk agroecology’: The corporate capture of agroecology for a partial ecological transition without social justice”, aprile 2020.

xxxv Yara è anche uno dei principali sostenitori dell’idrogeno verde, un’altra falsa soluzione vigorosamente sostenuta dall’industria dei combustibili fossili. Si veda: “Yara ready to enable the hydrogen economy with historic full-scale green ammonia project”, 7 dicembre 2020. Per maggiori informazioni sulla lobby dell’idrogeno si veda: Corporate Europe Observatory, Food and Water Action Europe, Re:Common, “The hydrogen hype: Gas industry fairy tale or climate horror story?“, dicembre 2020.

xxxvi “Nature for Net Zero: consultation document on the need to raise corporate ambition towards nature based net-zero emissions”, dicembre 2020.

xxxvii David Nabarro ora lavora per SYSTEMIQ, fornendo consulenza per la creazione della Food and Land Use Coalition! Si veda: SISTEMIQ, “Our team”.

xxxviii Si veda: GRAIN, “The Exxon of Agriculture“, settembre 2015.

xxxix Bain & Co. “98% of Corporate Sustainability Programs Fail”, marzo 2017.

xl Si veda l’ottimo articolo di Adrienne Buller, “Eco-Investing?”, New Left Review, 3 marzo 2021.

xli GRAIN e La Via Campesina, “Food Sovereignty: Five Steps to Cool the Planet and Feed Its People“, dicembre 2014.

xlii Si veda: Chris Lang, “Do the four principles on Nature-Based Solutions mean “No offsets”?”, 26 giugno 2020.

xliii Ndt – Un’operazione finanziaria di medio-lungo termine, posta in essere da investitori specializzati e finalizzata ad apportare capitale di rischio in una società (detta target), generalmente non quotata, in base a una valutazione positiva della sua attitudine alla crescita (enciclopedia Treccani).

xliv Si veda ad esempio GRAIN, “The global farmland grab by pension funds needs to stop“, novembre 2018; GRAIN, “Barbarians at the Farm Gate: Private Equity on the Assault of Agriculture“, settembre 2020.

xlv Thinking Ahead Institute, “Global Pension Assets Study – 2021”, febbraio 2021; si veda anche il video del Financial Times: “How moving your money could help save the planet”.

* GRAIN è una piccola organizzazione internazionale che sostiene la lotta dei contadini e dei movimenti sociali per rafforzare il controllo della comunità sui sistemi alimentari basati sulla biodiversità (www.grain.org) «Corporate greenwashing. “Net zero” and “nature-based solutions” are a deadly fraud», marzo 2021 (il documento è disponibile anche in francese e in spagnolo). La traduzione in italiano è stata curata da Camminardomandando.

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