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Il “sistema calcio” è un’attività finanziaria che attira capitali internazionali, gruppi di investimento senza scrupoli, politici rampanti, gangster e ciò che viene venduto candidamente alle passioni popolari, alla credulità di un pubblico sempre meno critico, alla necessità di mito di una società ormai senza miti liberatori 

È tipica degli agosti nazionali, con tutto ciò di mitico che a torto o a ragione comportano, la scarsa densità di notizie sui giornali e notiziari vari. E quindi la necessità di “riempire” le loro pagine. Un sito come questo sfugge un po’ alla regola (con tutto quello che sta succedendo nelle italiche aziende!) ma fino a un certo punto. Per questo, fedele alla tradizione ferragostana, scriverò di un tema apparentemente frivolo, “minore”, un po’ da spiaggia.

Non è sfuggita ai media italiani la clamorosa vicenda di Leo Messi e della sua squadra-simbolo, il Barcellona. Riassumendo in due parole: il Barça è praticamente al disastro economico e non ha potuto rinnovare il contratto a Messi perché, nonostante il miglior calciatore del mondo fosse dispostissimo a rimanere nella squadra catalana anche a costo di ridursi lo stipendio (milionario), le regole della federazione spagnola sui limiti della “massa salariale” della squadra lo impediscono. Cioè, esiste una palese contraddizione fra i soldi di cui la squadra dispone – dopo la disastrosa gestione economica della vecchia giunta direttiva – e le possibilità legali di spesa permesse. Insomma, la bancarotta.

Qui da noi è appena una notizia di cronaca sportiva e di costume come un’altra – anche se riguarda un mostro sacro come il Barcellona – inebriati come sono gli italiani e le italiane dai successi sportivi nazionali di una stagione particolarmente benigna (gli europei, le olimpiadi…). E fanno male, i suddetti e le suddette, a non impensierirsi.

Le tristi vicende del Barcellona, infatti, possono essere lette come metafora. Tutti sanno – o intuiscono – che le squadre di calcio, anche quelle piccole, sono una questione di soldi più che di sport. Limitiamoci a parlare di quelle grandi, quelle in testa alla serie A. Attorno a loro c’è un giro di miliardi che fa venire il capogiro. Diritti televisivi, sponsor, campagne acquisti/vendite, diritti vari, gadget, operazioni immobiliari… Le occasioni di profitto economico sono molteplici e tutte succosissime. Che normalmente superano abbondantemente le voci di spesa, che pure esistono e sono importanti (una, particolarmente gravosa e inspiegabile, si riferisce agli stipendi e ai premi dei calciatori dello star-system). Quindi si tratta di soldi, di moltissimi soldi.

Solo in Italia, il businnes del calcio fattura all’anno 4,7 miliardi di euro. E’, con pieno diritto, una delle dieci industrie italiane più importanti e rappresenta il 12% del PIL calcistico a livello internazionale. Costituisce, sempre in Italia, il 35% degli introiti generati dal settore spettacolo (contro il 10% del cinema e il 7% del teatro) e, se si considerano solo gli sport, l’81%.[1] Non ho i numeri dello Stato spagnolo ma devono essere simili. Certo, si può dire che un settore economico così importante genera anche benefici “collettivi”: tasse, “movimento” economico (anche se questo ragionamento, in realtà, spesso maschera solo i profitti di altre imprese), ricaduta positiva su altri sport, ecc.

Nel caso del Barcellona, è evidente il combinarsi di sciagurate scelte tecnico/economiche con l’inaspettata crisi del Covid: la precedente gestione di Josep Maria Bartomeu ha fatto di tutto per sperperare soldi, energie e credibilità (si sono disfatti di eccellenti giocatori, accusandoli di ogni male con una campagna “occulta” di denigrazione e hanno comprato a prezzi altissimi delle vere cariatidi, spendendo più di 600 milioni di euro) e ha lasciato una difficile eredità di passivo economico e agonistico. A tutto ciò si è sommata la crisi del Covid-19, cha ha svuotato Barcellona di turisti, lasciando il business turistico del Barça (che era uno dei più importanti) quasi a zero. Il Barcellona, che in Catalogna ha sempre rappresentato un simbolo di resistenza al franchismo prima e di affermazione nazionale dopo, non ha mai vissuto un momento così basso di credibilità e prestigio. Anche perché il fatto che Leo Messi non unisca più il suo nome alla squadra significherà un ulteriore tracollo economico: i soldi degli sponsor legati alla star argentina erano tanti…

Al di là delle ragioni “storiche” dei culès (così vengono chiamati i tifoso del Barça in Catalogna) per alimentare il mito del Barcellona, esiste un evidente scollamento fra ciò che il “sistema calcio” è realmente, cioè un’attività finanziaria importantissima, che attira capitali internazionali, gruppi di investimento senza scrupoli, politici rampanti, gangster di tutti i tipi (quelli veri e quelli coi colletti bianchi) e ciò che viene venduto candidamente alle passioni popolari, alla credulità di un pubblico sempre meno critico, alla necessità di mito di una società ormai senza miti liberatori. E’ forse un discorso che vale per altri sport o attività cosiddette culturali, ma sta di fatto che il calcio se ne porta via la fetta più importante. Ed è inutile constatare tristemente che nell’antica Roma succedeva lo stesso con i gladiatori o le corse di cavalli. Il panem et circenses tornato in auge nel post-capitalismo (o neocapitalismo? O capitalismo e basta?) negli ultimi decenni sottolinea solo con forza l’aria viziata da basso Impero che circola nella nostra società.

Infatti, il problema è proprio questo. Che l’Impero, soprattutto uno coi piedi d’argilla come questo, corre sempre il rischio – prima o poi – di cadere rovinosamente su sé stesso. Piedi d’argilla? Il calcio è un affare gonfiato, che non si basa su rapporti economici reali: le cifre miliardarie sono fittizie, come fittizi sono gli stipendi dei grandi o il calciomercato internazionale. Il caso del Barça lo dimostra e le avvisaglie, anche qui da noi, ci sono da tempo: chi si ricorda di calciopoli? Già all’epoca era evidente che tutta la costruzione economica-finanziaria-mediatica del calcio italiano si basava su una gigantesca truffa. Così gigantesca che le cose sono continuate così – o peggio – senza che il sistema se ne sia risentito per nulla, ma le cose potrebbero all’improvviso cambiare: basterebbe un sassolino nell’ingranaggio. O un gruppo di pescecani particolarmente spregiudicato. Nonostante i milioni di tifosi disposti e disposte a sfidare il coronavirus nelle piazze per celebrare la vittoria. Vittoria del sistema, non loro, sia chiaro. Speriamo che fra tutti e tutte ci si aprano gli occhi una volta per tutte.

*articolo apparso sul sito di Sinistra Anticapitalista l’11 agosto 2021

1. https://www.calcioefinanza.it/ 26 aprile 2020.

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