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La quarta ondata è ormai arrivata, gli ospedali ticinesi si preparano per far fronte ad un ormai inevitabile aumento dei contagi. Una situazione che era in parte attesa, vista la lentezza con la quale avanza la campagna vaccinale e l’allentamento delle misure di contenimento. Anche in questa situazione la responsabilità non può essere addossata unicamente ai singoli cittadini: il governo cantonale non ha promosso una campagna vaccinale attiva (addirittura due esponenti del governo hanno dichiarato di non essere vaccinati e di aspettare il momento opportuno per farlo…) e per venire incontro alle esigenze dell’economia, in particolare del turismo e dei settori a esso legati, si è venuti meno a qualsiasi forma di controllo dell’epidemia. Né ci paiono ancora sufficienti, le pur lodevoli iniziative annunciate dal farmacista cantonale negli ultimi giorni. Iniziative che, in ogni caso, rischiano di essere fortemente controbilanciate dal rifiuto del governo di avviare una politica attiva e di massa in materia di test.

Con il tempismo che da sempre lo contraddistingue il DECS ha presentato nei giorni scorsi le misure per la riapertura delle scuole. Ancora una volta, va notato preliminarmente, il DECS preferisce evitare che queste stesse misure possano essere discusse e eventualmente emendate da chi quotidianamente la scuola la fa ogni giorno, in particolare i docenti. I vari collegi, infatti, sono stati informati a cose fatte, non sono stati consultati e nemmeno ascoltati. Per non parlare del coinvolgimento di studenti e genitori. Un modo di agire al quale il DCES ci ha abituato da tempo e che genera unicamente malcontento e tensioni inutili. E questa volta non vale nemmeno la giustificazione dell’imprevedibilità o della sorpresa che poteva essere eventualmente evocata nel marzo del 2020…ma non oggi a più di un anno e mezzo dall’inizio della pandemia.

Meno allievi, più spazio, meno contagio…?

Ma veniamo al contenuto delle misure messe in atto. Anche qui, vien da dire, il DECS ha imparato poco. Sappiamo ormai che una delle condizioni che potrebbero permettere di tornare a una scuola quasi normale (magari togliendo la mascherina) è quella, al di là della vaccinazione, di garantire il distanziamento e spazi grandi per le lezioni. In sostanza si tratterebbe di avere classi meno numerose che garantiscono anche un migliore apprendimento. Da questo punto di vista nulla si è fatto (addirittura in alcune scuole elementari si è proceduto a chiudere delle sezioni perché gli allievi erano troppo pochi (sic!)), le classi contano sempre lo stesso numero di allievi e in nessuna sede sarà possibile (se non con rarissime eccezioni) garantire il distanziamento. Anche in questo caso non si può portare la scusa dell’imprevedibilità, il tempo per immaginare, pensare e implementare condizioni strutturali diverse c’era, quella che è mancata è evidentemente la volontà politica.

Naturalmente, anche su questo tema, si è alzata la solita cortina fumogena, comunicando, sempre nella stessa conferenza stampa che il numero massimo di allievi per classe alle scuole medie diminuirà da 25 a 22, facendo così credere che effettivamente “miglioreranno le condizioni di insegnamento e apprendimento”. In realtà si tratta di una modifica di legge già approvata dal Parlamento lo scorso autunno e la cui portata è a dir poco irrisoria: non avrà alcuna influenza sulle condizioni di insegnamento, tantomeno contribuirà alla lotta contro la pandemia. Basti ricordare chela diminuzione da un numero massimo di 25 allievi a 22 comporterà, come affermava il messaggio governativo con il quale si proponeva tale misura, “la nascita di 13 nuove sezioni”. Le sezioni di scuola media sono circa 600. Praticamente questa “riforma” che qualcuno si è speso a qualificare di “storica” aumenterà le sezioni di ben il 2%; toccherà circa 250 studenti su un totale di circa 12’000, cioè poco più del 2% degli studenti. Inutile aggiungere altro!

Le soluzioni adottate lasciano poi aperti molti interrogativi, anche alla luce di quanto sta avvenendo nei cantoni della svizzera tedesca nei quali, a poche settimane dall’inizio dell’anno, si registrano già quarantene e chiusure di scuole.

Né mascherine né test: una scelta scellerata…

In particolare, mal si comprende l’idea di obbligare a portare la mascherina alle medie e alle medie superiori (in assenza di un attestato di vaccinazione) per le prime due settimane di scuola per poi renderla facoltativa. Si afferma che questa misura servirebbe a evitare i contagi dovuti al rientro dalle vacanze, come se poi, nelle settimane successive, i ragazzi vivessero in una bolla, protetti da qualsiasi possibile contagio. Una misura, quella di rendere facoltativa la mascherina, che avrebbe un senso unicamente se si avesse un’ampia percentuale di ragazzi vaccinati (e oggi la situazione non è questa) o se si integrasse una politica di test sistematici e periodici nelle scuole. Abolire l’obbligo della mascherina senza prevedere test sistematici rischia di diffondere nei ragazzi la falsa illusione di vivere in una situazione di normalità facendo sì che anche in altri contesti le misure di igiene vengano considerate poco credibili; inoltre espone docenti, ragazzi e famiglie a un rischio di contagio e potrebbe facilmente generare una spirale di quarantene poco utile al buon funzionamento della scuola.

I test salivali periodici sono poco invasivi e rapidi (sono stati del resto caldeggiati dalla Confederazione) e mal si comprende l’ostinazione con cui il DCES si rifiuta di metterli in pratica nelle scuole. Questa misura permetterebbe di poter rinunciare alla mascherina in aula senza però esporsi a un rischio elevato di contagio.

Anche in questo caso, come all’inizio dello scorso anno (tutti ricorderanno il ritardo con cui si è deciso di introdurre l’obbligo della mascherina alle scuole medie) il dipartimento nicchia e non ascolta le raccomandazioni che vengono dal mondo medico. E sembra anche conoscere tutto sommato poco la realtà quotidiana dei ragazzi (pensiamo in particolare a quelli della scuola media) che, a scuola perlomeno, non sembrano per nulla vivere l’obbligo di portare la mascherina come un fardello insopportabile.

Per quanto riguarda le scuole superiori le disposizioni prevedono di poter togliere la mascherina, previa autocertificazione di essere vaccinati o guariti dal covid. Anche questa decisione suscita diversi interrogativi. Alla base di questo modo di procedere troviamo evidentemente l’idea che la crisi pandemica debba essere affrontata puntando sulla responsabilità individuale, una concezione che ha dimostrato tutti i suoi limiti. In un contesto come quello delle scuole superiori basarsi sulla responsabilità individuale mette anche in difficoltà i docenti che dovranno periodicamente verificare se il tale allievo è effettivamente vaccinato senza però verosimilmente avere accesso ai dati delle autocertificazioni che comunque sono teoricamente anonime…impossibile quindi per il docente sapere chi è vaccinato e chi no…. Insomma, un pasticcio burocratico che rischia inoltre di seminare zizzania tra studenti non vaccinati e vaccinati.

Sorprende, su questo terreno, il fatto che una istituzione educativa non abbia nemmeno avuto il riflesso di compiere, in queste prime fasi, un lavoro di educazione e di informazione proprio rivolto agli studenti sulla necessità di vaccinarsi. Chi meglio dei docenti (in particolare quelli delle materie scientifiche) potrebbe dare un contributo informativo (ed educativo) per convincere giovani a vaccinarsi? Eppure, di un’iniziativa che potrebbe essere facilmente realizzata, nemmeno l’ombra…

Un ultimo elemento non chiaro riguarda la gestione delle eventuali quarantene, cosa fare nel caso si verifichino contagi nelle scuole, come gestire le attività in presenza e a distanza come comportarsi con quarantene che potrebbero dividere le classi tra vaccinati e non vaccinati…

Il tempo passa, il DECS resta lo stesso…

Insomma ad un anno e mezzo di distanza le cose si ripetono, le decisioni vengono prese e annunciate con ritardo e senza coinvolgere direttamente chi le deve applicare, senza andare a intervenire su elementi strutturali e di fondo dell’organizzazione scolastica che potrebbero garantire una scuola in presenza più “normale” di quella dell’anno scorso; perché, è bene sottolinearlo, è vero che lo scorso anno la scuola è rimasta sempre aperta, ma questo non significa che sia stata una scuola normale sia per quel che riguarda le condizioni di insegnamento che quelle di apprendimento. L’ultimo anno di scuola è stato fonte di numerose difficoltà vissute sia dai ragazzi che dai docenti e l’incertezza e l’incuria con cui ci si prepara a riaprire non lasciano presagire nulla di buono…

Incertezza generata anche dal fatto che ogni cantone fa a modo suo e mal si comprende come di fronte a un problema mondiale si possano applicare misure tanto diverse da cantone a cantone e i diversi ministri dell’educazione o il governo federale non siano in grado di stabilire una modalità di azione coordinata e comune.

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