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Ha fatto discutere la recente dichiarazione di Norman Gobbi di non essersi ancora vaccinato (sta ancora valutando l’opportunità di farlo…). Non contento, Gobbi ha aggiunto di non essersi mai ammalato, pur avendo una vita sociale molto intensa. Un atteggiamento, quello del ministro delle istituzioni e presidente del governo durante la seconda e la terza ondata pandemica, arrogante e irresponsabile.

Da più di un anno ormai il personale sanitario si trova confrontato a condizioni e ritmi di lavoro estenuanti proprio per fronteggiare questo virus e curare chi si ammala e muore. Il personale e gli ospiti delle case anziani e degli istituti per invalidi hanno vissuto una situazione di isolamento che si sta piano piano allentando grazie proprio alla campagna vaccinale. Migliaia di lavoratori e lavoratrici hanno perso il lavoro o hanno dovuto arrangiarsi con lavoro ridotto che comunque comporta una diminuzione del salario del 20%, altri ancora hanno avuto poco o nulla e hanno dovuto far capo alla disoccupazione (nel migliore dei casi) o all’assistenza, gli studenti universitari hanno svolto una buona parte della loro formazione a distanza…e si potrebbe andare avanti a lungo. In questo contesto Gobbi e Zali riflettono sul vaccino…Se avessero un minimo di dignità si dimetterebbero…

Il Covid l’abbiamo capito tutti (ad eccezione di Gobbi e Zali) non è una banale influenza e non può essere affrontato come tale. Le dichiarazioni di Gobbi sono quindi irresponsabili e frutto di un cinismo cui ci ha abituato da tempo la classe politica dominante: con quale coraggio e quale credibilità il governo chiede ai cittadini e alle cittadine di vaccinarsi se due su cinque dei suoi membri non l’hanno ancora fatto e minimizzano questa scelta?

Tutto questo proprio mentre la campagna vaccinale va a rilento e si tratterebbe di fare sul serio. Promuovere la vaccinazione (non attraverso scorciatoie del tipo “se non ti vaccini non vai al ristorante”), ma con un’azione di medicina di prossimità, favorendo il dialogo e la discussione con chi ancora oggi ha legittimamente dei dubbi; ma, è evidente, se il primo a insinuare questi dubbi è il governo siamo messi molto, ma molto male…

Non solo Gobbi…

Ma, diciamolo con chiarezza, queste dichiarazioni non stupiscono più di tanto. In tutto questo anno e mezzo l’agire del governo (in corpore!) è stato sempre quello di minimizzare (ad eccezione, forse, delle prime due settimane di marzo del 2020, dopo aver sottovalutato l’arrivo della pandemia – pensiamo solo all’irresponsabile atteggiamento rispetto alle manifestazioni carnevalesche…), di mettere la difesa della libertà economica davanti a quella della salute pubblica prendendo spesso decisioni in ritardo e evitando di prevenire e prevedere.

Potremmo citare moltissimi esempi: basti per tutti la sceneggiata sull’uso della mascherina, snobbato per mesi (malgrado gli appelli accorati di tutto il corpo medico cantonale), sia a scuola (Bertoli si è distinto sulla questione) che nei luoghi pubblichi chiusi e nei trasporti.

Ne è un ulteriore recente esempio la conferenza stampa nella quale si annuncia un potenziamento del sistema sanitario, in particolare delle strutture ospedaliere, per far fronte al possibile aumento dei ricoveri in autunno; dando per scontato e inarrestabile un aumento dei contagi e della diffusione del virus, mettendosi nella sola prospettiva di curare chi verrà contagiato.

Noi ci saremmo aspettati una conferenza stampa nella quale, oltre ad annunciare il giusto potenziamento delle strutture ospedaliere, si annunciasse una vera e propria campagna per far fronte, in autunno e di fronte a scadenze importanti (pensiamo alla riapertura della scuola), ai possibili sviluppi della pandemia; un piano che combinasse una politica a sostegno della vaccinazione con misure tese al depistaggio e alla prevenzione del virus (anche tenendo conto di coloro che, per ragioni diverse, non possono o non vogliono vaccinarsi).

E, invece, nulla di tutto questo, anzi. Il governo, con un’arroganza che sconfina nella stupidità ha liquidato la proposta del ministro della sanità Alain Berset di introdurre negli ospedali, nelle case anziani, nelle scuole, nelle grandi aziende, test di massa regolari. Una politica che, da tempo e con successo, applicano alcuni cantoni a noi vicini, a cominciare da quel dei Grigioni. Per contro, si è allineato alla proposta federale di far pagare di regola (a meno di non dichiarare dei sintomi) i test a partire dal prossimo mese di ottobre.

Eloquente a questo proposito la presa di posizione di Manuele Bertoli che, in un’intervista al Corriere del Ticino, ha affermato…“l’invito del USFP è lecito e comprensibile sotto il profilo della salute pubblica, ma bisogna considerare anche altri fattori”, tra i quali “la fattibilità, la sostenibilità e l’efficacia”.

In queste poche righe è condensato il pensiero e la logica che ha guidato l’operato del governo in questo ultimo anno e mezzo di pandemia: la crisi sanitaria provoca un problema di salute pubblica; ma la difesa della salute pubblica non è di per sé un fattore fondamentale e decisivo; no, l’azione del governo non può far proprio questo principio, ma deve considerare soprattutto la sostenibilità economica e finanziaria delle misure che si mettono in campo (anche perché gli altri fattori citati da Bertoli , “fattibilità” e “efficacia”, hanno superato la prova dei fatti (pensiamo, ancora un volta all’azione di un Cantone come il Grigioni, che, lo ricordiamo, è il Cantone che meglio ha superato la seconda ondata).

Sappiamo che uno dei principali strumenti di lotta alla pandemia e alla diffusione del virus è sicuramente il depistaggio, soprattutto nelle situazioni nelle quali il virus ha maggiori possibilità di diffusione (luoghi chiusi frequentati da molte persone e nelle quali le distanze sociali non possono essere mantenute). Alcuni cantoni (Grigioni, Basilea) hanno sperimentato con successo l’introduzione di test regolari (effettuati con test salivari di gruppo) nelle scuole permettendo così a studenti e docenti di recarsi a scuola senza mascherina e praticamente senza restrizioni. Certo questa misura comporta costi e tempo (a dire il vero si tratta di circa 20 minuti alla settima per classe di studenti) , ma siamo ben lontani dalle difficoltà di “fattibilità” paventate da Bertoli…

Lo stesso discorso è stato fatto quando la questione dei test a tappeto si era posto nelle grandi aziende e si pone oggi per quel che riguarda le case anziani, gli ospedali e i servizi sociali. Se, giustamente, non si vuole imporre l’obbligo vaccinale, si tratta di permettere a chi non vuole o non può vaccinarsi di testarsi regolarmente, per garantire a tutti e tutte di lavorare, studiare o essere curati in sicurezza.

Il Canton Ginevra, con l’accordo dell’associazione svizzera delle infermiere, promuove test regolari negli ospedali e nelle case anziani per il personale non vaccinato…in Ticino anche da questo punto di vista si attende…o si mette direttamente o indirettamente sotto pressione il personale sanitario. Non può che essere letta in questo modo la comunicazione di Merlani di voler indicare la percentuale di personale vaccinato in ogni struttura sanitaria; una procedura che eserciterà forti pressioni sul personale curante, scatenando una insana concorrenza fondata sul grado di copertura vaccinale.

Il personale sanitario non merita certo questo trattamento, dopo che si è dovuto accontentare solo degli appalusi e non ha visto migliorare le proprie condizioni salariali e di lavoro (e le trattative per il rinnovo del Contratto collettivo di lavoro non sembrano andare nella giusta direzione, visto che il personale ha rifiutato il primo progetto di accordo). E nello stesso drammatico momento in cui questo personale veniva applaudito, era costretto a lavorare in situazioni che garantivano alcuna sicurezza: le stesse autorità sanitarie, ricordiamocelo!, hanno candidamente ammesso, durante e dopo le fasi acute della pandemia, che il personale è stato obbligato a prestare servizio anche con la febbre o con un tampone positivo…a causa dell’assenza di rimpiazzi…mettendo in pericolo la salute di pazienti e colleghi…

Aspettiamo, poi magari agiamo…

Nella stessa intervista (ci riferiamo ad essa perché sintetizza bene il punto di vista del governo) Bertoli va ancora oltre. Afferma infatti che “stiamo approfondendo per scrupolo l’eventualità di effettuare test ripetuti in modo da farci trovare pronti in caso fossero necessari”. Ancora una volta il governo mostra di essere incapace di imparare dall’esperienza (il che per un governo è assai grave!). Come nelle diverse fasi della pandemia, la storia e la politica governativa si ripetono. Ancora una volta si rinuncia a una politica di prevenzione e ci si contenta a reagire di fronte agli eventi; invece di intervenire prima, si aspetta lo sviluppo della curva epidemica per agire. Ricordiamo, ancora una volta, la vicenda delle mascherine nelle scuole medie o anche in tutti i luoghi chiusi con il rifiuto governativo durato mesi, prima di decidersi a introdurlo…ormai nel bel mezzo della seconda ondata. Insomma, aspettiamo e vediamo, con buona pace delle persone che sono morte e del personale sanitario che ha visto un anno terribile e si appresta oggi ad affrontare una situazione ancora più complessa.

Per una reale politica di salute pubblica

In questo contesto le proposte fin qui avanzate dal governo ci paiono assolutamente insufficienti, in particolare alla luce di quella che sembra ormai una tendenza in fase di forte consolidamento, cioè un aumento dei contagi.

1.Per una vera politica vaccinale e di prossimità

Preso atto che l’attuale conduzione della politica vaccinale sembra aver raggiunto i propri limiti, appare necessario mette in campo mezzi e strutture che possano dialogare con la popolazione non ancora vaccinata, convincerla della necessità, spiegando le ragioni che militano in favore del vaccino. Per questo è necessario:

  • Costituire delle equipe di personale specializzato che possano realizzare una politica di informazione sui luoghi di lavoro, nelle scuole, nei luoghi di cura e, allo stesso tempo, procedere alla inoculazione del vaccino per tutti coloro che lo richiedessero in occasione di queste visite
  • Organizzare la presenza di queste equipe nei luoghi di forte concentrazione di persone (centri commerciali, impianti sportivi, piazze cittadine
  • Istituire delle giornate di vaccinazione senza appuntamento nei principali centri del Cantone, dedicati sia alla popolazione in generale, sia a particolari gruppi di persone a contatto con il pubblico (ad esempio i docenti)
  • Incentivare e coinvolgere ancora di più i medici di famiglia nella campagna di vaccinazione e di discussione con i loro pazienti non ancora vaccinati
  • un’azione decisa del governo cantonale nei confronti del Consiglio federale affinché quest’ultimo si impegni attivamente, a tutti i livelli, per eliminare i brevetti sui vaccini e consentire liberamente la loro produzione e distribuzione in tutti i paesi del mondo.
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2. Organizzare una politica di test sistematici, gratuiti e di massa

Accanto alla vaccinazione, dovrà essere sviluppata una politica di test sistematica e di massa per tutti coloro che, per ragioni diverse, non possono o non vogliono vaccinarsi.

Le modalità di questa politica di test dovrà far capo a strutture e modalità simili a quelle qui sopra indicate per la politica di vaccinazione, sia con il ricorso ad equipe mobili, sia attraverso strutture in luoghi di grande afflusso. In particolare, sarebbe auspicabile l’apertura di centri pubblici ai quali, in qualsiasi momento, chiunque possa far capo per un test. Potrebbe essere anche possibile organizzare equipe e strutture che promuovano – sempre in forma gratuita – allo stesso tempo le attività di informazione, test e vaccinazione.

3. Migliorare immediatamente le condizioni di lavoro e salariali del personale curante

Ormai da quasi due anni impegnato in prima linea il personale dei servizi di cura (ospedali, case anziani, etc.) non ha visto nessun miglioramento delle proprie condizioni di lavoro e di cura. Le difficoltà del rinnovo del CCL del personale dell’Ente Ospedaliero Cantone (EOC) lo testimonia ampiamente.

Il Cantone che (per il proprio ruolo nella politica sanitaria e nel finanziamento dell’EOC) di fatto è un attore fondamentale della politica sanitaria deve svolgere un ruolo decisivo, in particolare:

-svolgendo un ruolo attivo affinché il rinnovo del CCL per il personale dell’EOC si concluda con cospicui aumenti salariali (effettivi e minimi), per una cospicua diminuzione dell’orario di lavoro, per il miglioramento generale delle condizioni di lavoro (pause, vacanze, effettivi di personale). Questo ultimo punto in particolare necessità un’attenzione continua essendo la chiave di volta del miglioramento sia delle condizioni di lavoro che della qualità delle cure

– particolare attenzione dovrà essere dedicata al personale delle case anziani: anche qui appare necessario e urgente migliorare la qualità della formazione, le condizioni di lavoro e salariali, nonché il potenziamento degli effettivi.

– il governo dovrà, se necessario, ricorrere a tutti gli strumenti in proprio possesso per generalizzare il rispetto delle migliori condizioni di lavoro e di salario, sia nel settore pubblico che in quello privato, ricorrendo, se necessario, alla decretazione di forza obbligatoria dei migliori contratti di lavoro.

– per parificare condizioni di lavoro, qualità delle cure e organizzazione dell’assistenza agli anziani appare più che mai necessario la costituzione di un Ente cantonale case anziani che liberino la gestione di queste strutture alle politiche clientelari e/o affaristiche (spesso anche improvvisate) che negli ultimi anni si sono manifestate in diverse vicende dai risvolti giudiziari in un numero importante di questi istituti (maltrattamento degli ospiti, problemi di gestione del personale, amministrazione infedele, etc.).

­- infine, appare necessario andare ben oltre le proposte contenute nel messaggio presentato dal governo qualche settimana fa “pro-san 2021-2024” contenente un piano di azione per recuperare i gravi ritardi del Cantone in materia di personale sanitario. Ad una prima analisi appaiono insufficienti sia i mezzi messi a disposizione (dai 4 ai 6 milioni all’anno), sia la strategia adottata che, di fatto, non affronta le ragioni di fondo (strutturali) per le quali l’offerta di manodopera locale nel settore sanitario sia costantemente in diminuzione da anni.

Bellinzona, 16 agosto 2021

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