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Uno dei libri più importanti della “Grande Strategia” (riguardante il mondo intero), pubblicato dopo la fine della Guerra Fredda e la caduta dell’Unione Sovietica, è stato il libro di Zbigniew Brzezinski, che occupò il ruolo di Consigliere per la Sicurezza Nazionale del presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter per tutto il mandato di quest’ultimo, tra il 1977 e il 1981 (Brzezinski è morto quattro anni fa). Il libro, pubblicato nel 1997 e che portava il titolo “The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives”, è ben noto per la sua franca e machiavellica spiegazione di ciò che l’autore vedeva come imperativo per l’America: mantenere la sua superiorità tra le potenze mondiali.

Brzezinski aveva considerato che uno degli sviluppi futuri potenzialmente più pericolosi per l’America poteva essere l’emergere di una “coalizione cinese-russo-iraniana”, che può manifestarsi solo se la Cina vorrà crearla, poiché sarà l’unico paese in possesso del potere economico e militare in grado di svolgere un tale ruolo. L’ex consigliere avvertiva i suoi colleghi dell’élite americana del potere di non agire in modo da provocare i sentimenti nazionalisti della Cina, che è molto sensibile a tal riguardo, in considerazione di quello che ha sofferto nella sua storia di tragedie causate dalla dominazione straniera, particolarmente da parte del Giappone e della Gran Bretagna. Piuttosto, Brzezinski ha anche suggerito di attirare l’Iran e di spingerlo verso la moderazione, mentre riteneva che la Russia sarebbe rimasta in ogni caso un avversario degli Stati Uniti e dei suoi alleati europei.

Le successive amministrazioni statunitensi hanno seguito in grandi linee un approccio simile alle indicazioni dell’ex consigliere: un orientamento culminato nell’era di Barack Obama, che ha fatto della “svolta verso l’Asia” e della tregua con l’Iran due pilastri chiave della sua politica estera. Tuttavia, questo periodo è stato seguito da una brusca svolta nella direzione opposta, guidata da Donald Trump, con l’adozione di una politica ostile, persino provocatoria, sia verso la Cina che verso l’Iran. La maggior parte dei governi hanno sperato che l’era Trump non fosse altro che un periodo eccezionale nel corso della politica estera americana e che Washington tornasse al suo solito approccio dopo il suo abbandono della Casa Bianca, una speranza rafforzata dal fatto che il successore di Trump alla presidenza è stato vice di Obama durante l’era di quest’ultimo tra il 2009 e il 2017.

Tuttavia, Joe Biden ha deluso coloro che desideravano che supervisionasse il ritorno dell’America all’approccio di Obama in politica estera. Infatti, da quando è entrato in carica, sono aumentati i commenti sul fatto che il suo approccio sia in realtà più vicino a quello di Trump che all’orientamento dei Barak Obama. Biden ha finora seguito in termini di azioni le orme del suo predecessore Trump rispetto a vari dossier, indipendentemente dalle dichiarazioni che differivano dallo stile di quest’ultimo. E qui abbiamo assistito a un nuovo e pericoloso episodio in questo senso che ha quasi fatto perdere a tutti ogni speranza di un ritorno di Washington a una politica ispirata a quanto consigliato da Brzezinski: l’annuncio dell’alleanza trilaterale denominata ”AUKUS” tra America, Gran Bretagna e Australia, che prevede la fornitura di sottomarini a propulsione nucleare a quest’ultima, accompagnata dalla rottura di un accordo che l’Australia aveva precedentemente concluso con la Francia per l’acquisto di sottomarini convenzionali. I media internazionali si sono concentrati sulla rabbia di Parigi, che giustamente riteneva che l’America l’avesse pugnalata alle spalle e che la Gran Bretagna e l’Australia l’avessero trattata con malizia, soprattutto perché la rabbia francese si era aggiunta al risentimento degli europei per la decisione unilaterale di Biden di ritirarsi rapidamente dall’Afghanistan, che li ha messi in imbarazzo e ha causato il disastro di cui Kabul è stata teatro il mese scorso.

La Cina non ha tardato a rispondere alla recente manovra americana con una contro manovra rappresentata dall’accettazione di concedere all’Iran la piena adesione alla “Shanghai Cooperation Organization (SCO)“, organizzazione di sicurezza costituita nel 1996 sotto la supervisione di Cina e Russia, alla quale avevano aderito le repubbliche dell’Asia centrale dell’ex Unione Sovietica [Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan], e a cui da quattro anni sono entrate a farne parte sia l’India che il Pakistan. E qui è stata accettata l’adesione dell’Iran, che ha avviato il processo della sua affiliazione il cui iter potrebbe richiedere due anni, come è accaduto nel caso dei due stati del subcontinente indiano. È interessante sottolineare come vent’anni fa l’Iran abbia espresso il desiderio di ottenere la piena adesione (finora monitorata) all’organizzazione, e che ha ottenuto il via libera solo ora che un uomo appartenente all’ala conservatrice intransigente della classe dominante a Teheran è diventato presidente.

È vero che la “Shanghai Cooperation Organization” non è un analogo dell’Alleanza Atlantica, guidata da Cina e Russia, come illustrato da alcuni commenti sui media, ma è più vicina all’”Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE)” che comprende paesi nordamericani, europei e nord-asiatici (alcuni dei suoi membri, compresa la Russia, fanno parte della “Shanghai Organization”). Tuttavia, aprire le porte all’adesione dell’Iran in questo particolare momento è chiaramente parte della risposta della Cina all’istituzione dell’alleanza” AUKUS” come nuovo percorso nella strategia americana contro Pechino. Poiché questo passo arriva dopo la conclusione dell’Accordo di partenariato strategico globale tra Cina e Iran di sei mesi fa, questo presagisce ulteriori passi di riavvicinamento tra Pechino e Teheran in risposta alle posizioni dell’amministrazione Biden. Così l’ipotesi contro cui Brzezinski aveva messo in guardia circa un quarto di secolo fa sta cominciando ad avverarsi.

*Gilbert Achcar è professore of Development Studies and International Relations alla School of Oriental and African Studies (SOAS) dell’Università di Londra. Questo articolo è apparso sul sito di Rproject che ne ha anche curato la traduzione dall’arabo.

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