Tempo di lettura: 4 minuti

Il Movimento per il socialismo (MPS) ha preso atto, attraverso le indiscrezioni giornalistiche, della nuova proposta avanzata, nel corso di un incontro con la commissione della gestione, dal capo del DFE, Christian Vitta in merito al cosiddetto “risanamento” della cassa pensione del Cantone (IPCT).

La proposta “aggiorna” (in realtà corregge in modo fondamentale) quella contenuta nel messaggio presentato dal governo quasi un anno e mezzo fa, con la quale si chiedeva (con particolari modalità di attribuzione e contabilizzazione) il versamento di un contributo di 500 milioni per aiutare l’ICPT a risollevarsi dalla sua attuale situazione (o perlomeno da quella di fine 2018) e, in particolare, poter riprendere il cammino che lo dovrebbe portare a migliorare il tasso di copertura, arrivando così a  rispettare la tabella di marcia fissata nel 2014.

La nuova “proposta” (non vi sono per il momento documenti che ne attestino i meccanismi precisi) si basa tuttavia su una nuova idea (ed è questo un primo elemento di contestazione): e cioè che il contributo dello Stato (cioè del datore di lavoro) passi da 500 milioni a…zero. Infatti, secondo quanto riferito dai giornali e da alcuni esponenti della commissione della gestione, il Cantone-datore di lavoro porterebbe il suo contributo a 700 milioni: ma si tratterebbe di un anticipo dei premi assicurativi che esso dovrebbe comunque versare per i propri dipendenti nei prossimi anni. Di questo importo la cassa potrebbe utilizzare 200 milioni per contribuire all’aumento del tasso di copertura; gli altri 500 sarebbero dati in “usufrutto”: l’IPCT dovrebbe farli fruttare la meglio sul mercato dei capitali per contribuire in questo modo al proprio risanamento e al rispetto del percorso pianificato per raggiungere il tasso di copertura. Inoltre, il Cantone verrebbe remunerato, per questo anticipo dei propri premi, con un tasso di interesse.

A questo punto il cerchio è chiuso: il “risanamento” della cassa avverrebbe grazie ai buoni andamenti sui mercati finanziari (prospettiva a nostro modo di vedere un po’ azzardata) e a una riduzione delle prestazioni che investirebbe, per la seconda volta in meno di dieci anni, le giovani generazioni, cioè tutti coloro nati dopo il 1962 (che avevano meno di 50 anni al momento della riforma della cassa pensione decisa dal parlamento nel 2012 ed entrata in vigore nel 2013).

Il Cantone si comporta qui come se fosse confrontato con un qualsiasi ente al quale elargisce un “sussidio”, al quale “presta” dei soldi per “tirare avanti”, dimenticando che le prestazioni pensionistiche altro non sono che salario, salario “differito”, ma sempre salario. E che in questo caso il Cantone è datore di lavoro che deve impegnarsi a garantire in futuro un salario (sotto forma di pensione) ai propri dipendenti per il lavoro che svolgono e che svolgeranno nei prossimi anni.

La realtà è che la classe politica che ha prodotto la riforma della cassa del 2012 (purtroppo colpevolmente avallata anche dalle direzioni sindacali e dagli allora dirigenti della cassa) si presenta oggi con un bilancio fallimentare relativamente a quella riforma. Una riforma, lo ricordiamo, difesa allora da tutti i partiti presenti in Gran consiglio con la lodevole eccezione del deputato MPS. Quella riforma avrebbe dovuto risolvere tutti i problemi, attraverso alcune importanti modifiche dei meccanismi pensionistici, a cominciare da quello fondamentale del passaggio dal primato delle prestazioni a quello dei contributi, a cui si aggiungeva una serie di aggravi per gli assicurati e un contributo ulteriore del Cantone. L’introduzione di due categorie di assicurati (quelli con i diritti acquisiti – chi aveva più di 50 anni nel 2013- e gli altri) rappresentò inoltre una rottura intergenerazionale profondissima, oggi evidente tra i dipendenti del Cantone.

Il risultato di quella riforma è ora sotto gli occhi di tutti e quella maggioranza ampia ha mostrato tutta la propria incompetenza. Lo conferma quella che si è dimostrata la sottovalutazione di diversi elementi: dall’ipotesi del mantenimento di un tasso tecnico del 3.5% (da allora sceso fino all’1,5%) alla possibilità che chi già era al beneficio di una rendita potesse in qualche modo contribuire al risanamento della cassa attraverso la sospensione dell’indicizzazione delle rendite fino a un rincaro del 15%. Queste due ipotesi, assieme ad altre che erano alla base della riforma del 2012, non si sono avverate. E, francamente, vi erano tutte le condizioni, già allora, per pensare realisticamente che non si sarebbero avverate (ad esempio: nel 2012 si era già ampiamente istallata la tendenza a bassissimi tassi di inflazione, che ridimensionavano di molto il contributo attraverso il congelamento fino al 15% dell’indicizzazione delle rendite già in atto).

È evidente che a pesare su tutto questo è il quadro complessivo delle regole e delle dinamiche del secondo pilastro che, sempre più, si manifesta incapace di rispondere alla soluzione dei problemi invocati, a difesa della decisione di istituirlo in forma generalizzata e in opposizione a un potenziamento del primo pilastro AVS: basti qui pensare al cosiddetto “problema dell’invecchiamento della popolazione”.

La riforma del 2010 della LPP che introdusse elevati tassi di copertura per le casse (100% per le casse private, 80% per le casse pubbliche) è in gran parte alla base dei problemi attuali. È noto che si tratta di tassi “astratti” che tuttavia hanno, come concreta conseguenza, una continua pressione sulle casse che, per raggiungere gli obiettivi fissati, ricorrono sistematicamente a riduzioni delle prestazioni. Una riforma, ancora una volta, voluta da quegli stessi partiti che hanno fallito con la riforma del 2012 e che oggi ci presentano soluzioni che non sono tali.

Infatti, l’MPS ritiene che l’ultima proposta avanzata dal direttore del DFE (a nome del datore di lavoro) non corrisponda agli interessi dell’IPCT, né tantomeno degli assicurati. Essa permette di aggirare furbescamente la minaccia di referendum leghista in merito al credito di 500 milioni proposto in prima istanza. E, elemento fondamentale, non mette per nulla al riparo gli assicurati attivi da ulteriori diminuzioni delle prestazioni come quelle subite dalla maggior parte di loro in occasione della riforma del 2012. Una nuova riduzione del tasso di conversione si annuncia a breve termine (una volta incassato questo passaggio) con conseguenze pesanti per le rendite future.

Per questa ragione l’MPS si opporrà, qualora dovesse manifestarsi in Parlamento, alla nuova proposta, ritenendo invece che debba essere approvata la proposta, formulata nel messaggio presentato più di un anno e mezzo fa, di un credito di 500 milioni, contributo del datore di lavoro.

L’MPS invita pure tutti i dipendenti del Cantone e gli assicurati all’IPCT a manifestare e a mobilitarsi, in vario modo, contro la proposta avanzata di recente dal governo; come primo passo inviata a partecipare alla manifestazione indetta sul tema pensionistico dalle organizzazioni sindacali il prossimo 15 settembre a Bellinzona.

Pin It on Pinterest