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Mentre la politica istituzionale sembra interessata solo dal dibattito sul Green Pass (ce ne siamo occupati qui), in Italia una ulteriore pandemia, per altro già in atto, sembra prepararsi a sconvolgere le vite di milioni di lavoratrici e lavoratori, quella delle crisi aziendali, delle delocalizzazioni e dei conseguenti licenziamenti di massa. Sì perché mentre siamo ancora in piena emergenza sanitaria, il governo Draghi, spinto da Confindustria e con il consenso dei sindacati confederali, ha dato via libera dal primo luglio allo sblocco dei licenziamenti, che erano stati fermati per circa un anno proprio per ovviare che la situazione sanitaria avesse ripercussioni sociali devastanti.

L’attacco alla classe lavoratrice in questi giorni ha numerose sfaccettature. Messa da parte la retorica degli “eroi” della sanità, della scuola, dei supermercati, delle consegne a domicilio, dei trasporti e delle produzioni indispensabili che pure hanno mandato avanti la vita associata dall’inizio dell’emergenza pagandone il conto in termini sanitari, oggi i lavoratori e le lavoratrici devono pagare per intero il conto sociale della pandemia.

La trasformazione unilaterale dell’organizzazione del lavoro anche con l’introduzione del lavoro a domicilio ha introdotto nuove vecchie dinamiche di supersfruttamento; il blocco dei contratti del pubblico impiego ormai da tre anni senza che ci sia la minima intenzione di adeguare le retribuzioni ai carichi di lavoro che negli anni sono aumentati a dismisura; la repressione di chi lotta cercando di far valere i propri diritti (dopo il caso della Fedex di Piacenza e l’omicidio del rappresentante sindacale del SI Cobas Adil a giugno, in questi giorni è stato sciolto con la forza il presidio Texprint a Prato); la precarietà dilagante, che ha consentito licenziamenti di massa anche durante la vigenza del blocco, con la perdita di quasi un milione di posti; infine con i licenziamenti annunciati dal giorno dopo lo sblocco.

La GKN di Firenze

La vicenda della GKN di Firenze è emblematica, sia per la sua dinamica che per la lotta che i suoi lavoratori e lavoratrici hanno tenuto viva durante i mesi estivi. La decisione di chiudere lo stabilimento di Campi Bisenzio ha colto tutti di sorpresa, essendo una realtà produttiva in espansione, con macchinari nuovi e solide prospettive. Tuttavia questa è la modalità con cui operano le multinazionali, a maggior ragione quelle gestite da oscuri fondi finanziari che guardano solo all’andamento in borsa: se trovano convenienza a chiudere per delocalizzare la produzione, magari in una situazione dove si possono trovare operai/e meno sindacalizzati/e, o per distrarre fondi verso attività finanziarie più redditizie nel breve periodo, non ci sono considerazioni sociali che tengano, e si possono mandare a casa centinaia (oltre 500 nel caso in questione) di dipendenti, molti dei quali senza alcuna prospettiva di ricollocazione. Eh già, perché in GKN i lavoratori, organizzati nel Collettivo di fabbrica che è una estensione della RSU aziendale a maggioranza Fiom (per la precisione dell’area di opposizione Riconquistiamo tutto in Cgil), si sono fatti rispettare in questi anni, ottenendo vittorie sia sul piano salariale, correggendo i pessimi contratti collettivi nazionali sottoscritti anche dalla Fiom, sia reintroducendo l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori cancellato dal governo Renzi e portando avanti battaglie inclusive con i lavoratori e le lavoratrici precari/e delle aziende in appalto collegate allo stabilimento. Le lavoratrici e i lavoratori della GKN hanno lottato per anni a fianco dei ceti sociali più deboli, scioperando anche quando si trattava di difendere non solo i propri interessi economici, ma quelli più complessivi della classe. Oggi colpire quella fabbrica significa colpire al cuore uno dei punti di eccellenza della resistenza operaia ancora in campo. Se cadono loro sarà certo più facile per il padronato fare la macelleria sociale nel prossimo futuro. E’ per questo motivo fondamentale che tutta la classe, per i propri stessi interessi, deve insorgere e difendere l’esperienza e il lavoro di queste compagne e compagni, cominciando a riversarsi a Firenze per la manifestazione nazionale indetta dal collettivo di fabbrica GKN per il prossimo 18 settembre.

La proposta di legge sulle delocalizzazioni

La chiusura di GKN è poi collegata alle prospettive di riduzione della produzione in Italia del settore dell’automotive (sono strettamente collegati infatti i casi analoghi della Timken di Brescia e della Gianetti Ruote di Saronno) e in particolare della nuova multinazionale Stellantis, nata dalla fusione di Fiat-Chrisler con Peugeaut. Insomma dopo aver campato per decenni sulle spalle della finanza pubblica, con erogazioni dirette, vantaggi fiscali, incentivi all’acquisto di nuove automobili finanziate sempre dallo Stato, investimenti pubblici sulla rete autostradale, dopo aver sfruttato in condizioni sempre peggiori i lavoratori e le lavoratrici in Italia, le multinazionali dell’auto decidono che in Italia si produce sempre meno, alla ricerca di migliori condizioni all’estero dove il lavoro può essere sfruttato con ancora meno vincoli e dove l’ambiente può essere più liberamente devastato.

La lotta degli operai e delle operaie GKN ha avuto il merito di sollevare un dibattito nel mondo politico su una legge che renda più oneroso per le aziende delocalizzare. Certo la proposta del ministro Orlando è stata fin da subito infarcita di propaganda e priva di reali disincentivi alla delocalizzazione, ma l’intervento del presidente di Confindustria Bonomi ha chiarito che le imprese non accetteranno alcun vincolo alla loro libertà di licenziare, portando così la proposta governativa a diventare sostanzialmente carta straccia. Si pensa soltanto di chiedere un qualche preavviso prima di chiudere lo stabilimento e di contribuire con una minima parte dei fondi ricevuti dallo Stato a un fondo per ammortizzare la disoccupazione aggiuntiva che andrebbero a creare. Peraltro la proposta governativa non sarebbe applicabile alle crisi già aperte, sarebbe quindi inutile per le centinaia di lavoratori attualmente a rischio e potrebbe addirittura accelerare questa dinamica di licenziamenti di massa nelle prossime settimane, prima che la legge arrivi ad essere approvata. Molto diversa è la proposta che i lavoratori e le lavoratrici stanno elaborando insieme ai giuristi democratici (si può leggere qui) fondata sul fatto che l’autorità pubblica deve poter impedire le chiusure di aziende in buona salute, comprese quelle che hanno già annunciato la chiusura. Peraltro un ampio preavviso alle rappresentanze sindacali era già previsto, nel caso di GKN, dagli accordi aziendali che la proprietà ha ampiamente disatteso, cosa per la quale si sta aspettando a giorni una sentenza dal tribunale del lavoro per comportamento antisindacale.

La vicenda della GKN e delle altre aziende dell’automotive non sono le uniche in campo, ad oggi al ministero del lavoro sono aperti circa sessanta tavoli di crisi, ed altri seguiranno nei prossimi giorni, per non parlare dei settori come il commercio e il turismo per cui il blocco dei licenziamenti scadrà il 30 ottobre. E’ necessario che i licenziamenti vengano vietati fino almeno al perdurare dello stato di emergenza. Se il governo può arrogarsi poteri speciali per via della pandemia da Covid-19 è giusto che anche gli effetti sociali di questa emergenza sanitaria siano contenuti, impedendo i licenziamenti.

Il consenso dato dalla CGIL allo sblocco dei licenziamenti è stato un atto gravissimo che va esattamente nella direzione opposta a quella che dovrebbe prendere un sindacato indipendente dai partiti della borghesia al governo, e dovrebbe provocare una rivolta tra i tanti iscritti e iscritte al più grande sindacato per chiedere una radicale inversione di rotta della segreteria guidata da Landini.

Verso lo sciopero generale unitario dei sindacati di base

Dal canto loro, i sindacati di base, dopo l’ondata di repressione delle lotte sui luoghi di lavoro, fatta usando anche le normative speciali adottate per far fronte alla pandemia, si sono mossi nella giusta direzione di convocare unitariamente uno sciopero generale per il prossimo 11 ottobre, con una piattaforma largamente condivisibile (si può leggere qui). Questa iniziativa che sosteniamo con forza può essere un’altra tappa importante per la ripresa del protagonismo della classe lavoratrice in Italia e per la costruzione di una mobilitazione più larga che coinvolga nuovi settori si lavoratori, incida con più forza nello scontro di classe ed apra infine anche nuove contraddizioni nelle organizzazioni maggioritarie, a partire dalla CGIL, in cui possa crescere al suo interno la spinta a invertire la rotta, a rompere con la connivenza con il governo Draghi e a chiedere lo sciopero di tutte le lavoratrici e i lavoratori.

Una piattaforma alternativa perché “nulla sia come prima”

Se questa pandemia ci ha insegnato qualcosa, è quanto siano fragili le fondamenta del vivere associato nel nostro periodo storico e come tutto si regga sul lavoro di milioni di persone, che di volta in volta sono chiamati a pagare le conseguenze delle crisi prodotte da una modalità capitalistica di sfruttamento degli uomini e dell’ambiente. E’ stato spesso detto durante l’emergenza “niente sarà più come prima”, e invece si stanno rimettendo le basi come e peggio di prima per una società caratterizzata dalla disuguaglianza crescente, dalla disoccupazione di massa, dallo sfruttamento irrazionale delle risorse naturali fino a rendere impossibile la riproduzione delle condizioni ambientali che consentano la vita sul nostro pianeta per le future generazioni.

Dobbiamo esigere che il lavoro venga equamente redistribuito per garantire a tutte e tutti di contribuire con le proprie forze allo sviluppo della società, riducendo drasticamente il tempo di lavoro, inteso sia come riduzione della settimana lavorativa a 30 ore a parità di paga, che come diritto ad una pensione dignitosa dopo 35 anni di lavoro o a 60 anni di età.

Bisogna fermare le produzioni inquinanti e dannose per l’ambiente, per cui lo Stato deve intervenire massicciamente nell’economia per requisire gli impianti e riconvertire le produzioni in modo che siano compatibili con l’ambiente naturale, assumendosi gli investimenti necessari e pianificando con i lavoratori e i cittadini quanto cosa e come produrre per garantire un futuro all’umanità.

Serve l’impegno massimo della sinistra di classe

Facciamo appello a tutte le organizzazioni della sinistra di classe, siamo di fronte a uno snodo politico sociale cruciale su cui l’impegno deve essere massimo, di scendere in campo unitariamente durante il prossimo autunno per sostenere le mobilitazioni delle lavoratrici e dei lavoratori delle fabbriche in crisi, a partire dalla manifestazione nazionale indetta dal collettivo di fabbrica GKN il 18 settembre a Firenze, per sostenere il percorso di costruzione di uno sciopero generale indetto da tutto il sindacalismo di base per il prossimo 11 ottobre (il 19 settembre è prevista un’assemblea nazionale a Bologna) e per articolare un movimento di pressione e di lotta perché tutto il movimento sindacale, a partire dalla CGIL, metta in campo urgentemente la necessaria mobilitazione generale costruendo le condizioni della riuscita un vero sciopero che blocchi l’economia nel suo complesso, modificando il quadro sociale e i rapporti di forza nel paese.

*Sinistra Anticapitalista

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