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Pubblichiamo questo interessante e condivisibile articolo apparso su La Regione negli scorsi giorni. Esso sostiene posizioni assai simili a quelle che abbiamo sostenuto in alcune prese di posizione che lettrici e lettori possono trovare qui sul nostro sito. (Red)

In un anno e mezzo mille morti per Covid nel solo Ticino, 11mila in Svizzera, oltre 4,5 milioni nel mondo! Questi dati, impressionanti, ci riportano alla mente lo slogan che aveva inizialmente accompagnato l’esplosione pandemica: “Niente sarà come prima!”. Ma è una memoria infausta, che registra una sconfitta. Le scelte politiche, infatti, non sono state per nulla scalfite dall’emergenza, il dramma umano non ha intaccato né la logica del profitto né la grettezza dei particolarismi e meno ancora l’incapacità degli Stati nell’affrontare con misure adeguate la crisi sanitaria. Ben possiamo immaginare quanto difficile sia governare, in simile contesto, l’istituzione scolastica, per sua natura comunità intergenerazionale deputata all’incontro e alla relazione educativa, e come tale sede sensibilissima al disagio che da oltre un anno e mezzo la investe. Nel suo piccolo, la scuola ticinese, dopo avere orgogliosamente concluso “in presenza” un anno particolarmente difficile, ne ha iniziato (…)

(…) uno nuovo all’insegna dell’incertezza e di un certo attendismo: mascherine obbligatorie per le prime settimane, poi distinzioni fra vaccinati e no, rinuncia ai test salivari di depistaggio, nessuna campagna vaccinale specifica per gli insegnanti e gli educatori ecc.

Le misure predisposte per la riapertura dell’anno scolastico hanno il carattere della provvisorietà, all’insegna del “si vedrà come va”: misure che per alcuni sono saggiamente sinonimo di flessibilità, per altri ricordano maldestramente il “fin che la barca va”. Niente di nuovo si potrebbe dire, visto l’atteggiamento regolarmente scettico e attendista del Governo ticinese. Si poteva, per la comunità scolastica e per il suo clima interno, fare meglio? Sì, molto probabilmente sì. A cominciare dal coinvolgimento (che così poco è gradito ai vertici dipartimentali) degli insegnanti, delle direzioni e delle organizzazioni magistrali nell’elaborazione dei piani di protezione (presentati, praticamente già pronti, a pochi giorni dall’inizio delle attività didattiche). Questo almeno avrebbe dovuto insegnarci l’emergenza: la necessità di coinvolgere e di ascoltare, perché la condivisione progettuale è la migliore garanzia di applicabilità delle misure preventive.

Purtroppo, il Decs predilige un atteggiamento decisionista e su tutta una serie di problematiche, che l’anno pandemico aveva fatto emergere, non mostra alcun interesse riflessivo. Eccone alcune che meriterebbero invece un approfondimento serio e condiviso:

1. Molti studi (e in particolare autorevoli interventi di psicologi e psichiatri) attirano l’attenzione sulle forme variegate di una condizione di fragilità dello studente. Stress, ansie, fobie, deficit d’apprendimento sono diagnosticati in relazione all’emergenza pandemica. Perché non approfondire questo fenomeno invece di minimizzarlo, perché non affrontarlo preventivamente con adeguate misure di sostegno? Lo

Stato, che da subito è stato disponibile a immettere milioni nel circuito economico, evidentemente non ha avvertito un’esigenza analoga per interventi nella scuola.

2. Molti insegnanti sono arrivati esausti alla fine dello scorso anno. È un fatto! A loro oggi è richiesta una eccezionale flessibilità professionale: devono essere pronti a modificare le proprie pratiche, a farsi psicologi e assistenti sociali sia nei confronti dei ragazzi sia nell’interazione con le famiglie, a giostrare didatticamente in un contesto comunicativo difficile, a far lezione in presenza e pure a distanza, a caricare su piattaforme informatiche i materiali per gli allievi in quarantena. È una condizione professionale che non può essere passata sotto silenzio e che toglie energie mentali logorando pian piano lo spazio tradizionale per lo studio, la lettura, la ricerca. Quanto è grave questo burnout in una professione che fa dell’autonomia di pensiero e della matrice culturale la ragione stessa della relazione educativa?

3. La condizione emergenziale ha indubbiamente giustificato anche la presa di decisioni dall’alto, nonché la comunicazione pura e semplice di disposizioni e protocolli. Questo però ha mortificato il ruolo, davvero vitale per la scuola, degli organismi collegiali. Purtroppo, non è un fenomeno nuovo, ma è un problema sottovalutato dalle autorità. Si corre il rischio di svuotare di senso i Collegi dei docenti, vale a dire quei luoghi di dibattito e di riflessione che sono stati l’orgoglio della scuola ticinese (“organi di conduzione” li definisce la Legge sulla scuola!) e che rappresentano il fulcro operativo della partecipazione democratica.

4. Lo sviluppo delle nuove tecnologie è stato di grande aiuto per la scuola e per gli insegnanti durante l’eccezionalità pandemica. Tuttavia, sarebbe profondamente sbagliato coltivare oggi un atteggiamento fideistico, quasi che le risorse digitali possano essere panacea per ogni male (sinonimo di progresso) e proporsi a futura norma didattica. Occorre guardarsi criticamente dall’enfasi posta sulla didattica digitale integrata, che non è priva di effetti collaterali indesiderati: una certa standardizzazione dei processi di insegnamento-apprendimento, un’assuefazione a percorsi lineari scarsamente interattivi, un impoverimento degli apporti individuali sul piano metodologico e, non da ultimo, la lenta modificazione della relazione educativa.

Purtroppo, su nessuna di queste dimensioni critiche si è sentita una sola parola nella conferenza stampa di inizio anno. Eppure, un’apertura su questi temi sarebbe davvero un segnale forte per una scuola ticinese che ha bisogno di ritrovare slancio e compattezza di fronte alle sfide che l’aspettano.

*articolo apparso su La Regione di lunedì 6 settembre 2021

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