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Pubblichiamo qui di seguito due documenti. Il primo è la presa di posizione dell’MPS a seguito del voto sulla ricevibilità della nostra iniziativa. Il secondo, l’intervento di Angelica Lepori a nome del gruppo MPS a sostegno dell’iniziativa. (Red)

Il Movimento per il socialismo (MPS) esprime soddisfazione per l’accoglimento, da parte del Gran Consiglio, della ricevibilità dell’iniziativa popolare “Rispetto per i diritti di chi lavora! Combattiamo il dumping salariale e sociale!”.

Come si ricorderà un’analoga iniziativa, messa in votazione nel 2016, venne sconfitta di misura (47 a 53%) da un controprogetto approvato dal Parlamento. Un controprogetto che si è rivelato un vero disastro, disattendendo, come era prevedibile, tutte le promesse di un rafforzamento dell’ispettorato e del controllo del mercato del lavoro. E confermando che il suo unico obiettivo era allora di sconfiggere l’iniziativa dell’MPS.

Questa nuova iniziativa popolare rilancia e precisa una serie di proposte tese a rafforzare il controllo del mercato del lavoro e, in questo modo, lottare contro il dumping salariale e sociale. Proposte di grande attualità, come hanno confermato gli avvenimenti degli scorsi giorni legati al salario minimo (e non solo quelli). Non vi sarà lotta al dumping senza un controllo di fondo del mercato del lavoro e del rispetto dei diritti di chi lavora, oltre che dell’applicazione delle diverse leggi che tutelano i diritti di salariati e salariate.

L’elemento maggiore di novità di questa nuova iniziativa è di avere tematizzato la questione delle discriminazioni di genere sui luoghi di lavoro e sul mercato del lavoro. Le lavoratrici, infatti, subiscono una doppia discriminazione, private dei diritti in quanto salariate e discriminate in quanto donne. È ormai acquisito che senza un rafforzamento della presenza sui luoghi di lavoro (da quella dell’ispettorato del lavoro a quella delle organizzazioni sindacali e di difesa dei diritti delle donne) le diverse leggi; pertanto, previste sulla carta (a cominciare da quella sulla parità), permetteranno di fare qualche passo avanti contro la discriminazione di genere.

Per questo l’iniziativa prevedeva che vi fosse una sezione dell’ispettorato del lavoro che si occupasse della discriminazione di genere e che tale sezione fosse composta solo da ispettrici. Naturalmente, come vi era da aspettarsi e sulla base delle solite argomentazioni giuridiche (abbiamo visto, nella vicenda dei salari minimi, quanto valgano le riflessioni “giuridiche” del Gran Consiglio ticinese), tutto lo schieramento politico (da rossi ai verdi ai grigi fino ai neri) si era pronunciato per dichiarare irricevibile questa parte dell’iniziativa. Partendo da questa situazione l’MPS ha proposta un emendamento che riformava differentemente quella proposta. Alla fine, seppur per poco, questo emendamento è stato accolto, salvando questo principio nel testo.

Ora il testo dovrà essere elaborato sotto forma di proposta di legge sulla quale il Gran Consiglio si esprimerà. Non ci facciamo illusioni sul fatto che alla fine il Gran Consiglio esprimerà una maggioranza contraria all’iniziativa, per cui si andrà poi al voto popolare.

È tuttavia necessario, vista la situazione del mercato del lavoro e del dumping che peggiorano di giorno in giorno, che il Parlamento lavori con celerità alla elaborazione dell’iter della legge e che al più presto si possa poi arrivare al voto popolare.

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Nessuno ormai può ignorare che il mercato del lavoro diventa sempre più simile ad una giungla dove vige la legge del più forte e dove quelle già di per sé minime e rare regolamentazioni vengono sempre più ignorate.

È d’altronde una delle regole del capitalismo e del suo funzionamento: sfuggire alle regole che, in qualche modo, impediscono il suo libero dipanarsi verso la valorizzazione del capitale. Lo abbiamo visto, senza andar troppo lontano, proprio in questi giorni con la vicenda della deroga ai già miseri salari minimi. E non si tratta, val la pena ricordarlo, di un tentativo isolato, messo in piedi da qualcosa che più che un sindacato somiglia ad una piccola armata Brancaleone; ne avremo altri di questi tentativi, perché i tentativi di aggiramento delle regole (contrattuali e legali, anche se minime come in questo caso) sono, diremmo, strutturali al funzionamento del mercato del lavoro nel capitalismo reale.

Quotidianamente giungono dal mondo del lavoro segnalazioni di casi di mancato rispetto delle più elementari leggi e regolamentazioni; si verificano casi di dumping salariale, di sostituzione di personale ben remunerato con personale meno pagato e meno qualificato (una pratica che questo Parlamento ha riconosciuto necessario combattere, approvando un’iniziativa cantonale tuttora in discussione al Parlamento federale); di diffusione del lavoro gratuito (stage non pagati), di lavoro precario e di sottooccupazione imposti (cioè non scelti dalle lavoratrici e dai lavoratori).

Particolarmente toccato il personale femminile che si trova impegnato nei settori più precari, meno pagati e meno garantiti e che subisce costanti discriminazioni sul posto di lavoro.

Per rispondere a questa situazione che tende a peggiorare in modo sempre più veloce – e che unitamente alla mancanza di regole efficaci – rappresenta una delle basi oggettive del proliferare del dumping salariale e sociale nel nostro Cantone, avevamo presentato l’iniziativa popolare “Basta con il dumping salariale in Ticino”.

Questo Parlamento, come noto, non riuscì a negare l’esistenza del problema; ma, allo stesso tempo, si guardò bene dal rispondere ai quesiti fondamentali posti dall’iniziativa, cioè quelli legati ad un controllo del mercato del lavoro. Troppi gli interessi qui rappresentati per accettare una prospettiva del genere.

E così il Parlamento si inventò un controprogetto all’iniziativa il cui obiettivo non era certo quello di combattere il dumping salariale o di migliorare il controllo del mercato del lavoro: no, l’unico e chiaro obiettivo era di mettere in scacco l’iniziativa e le proposte dell’MPS.

Obiettivo riuscito, seppur per poco, visto che l’iniziativa – a dimostrazione della sua urgenza- riuscì ad ottenere il 45% dei voti (affermandosi in alcuni centri del Cantone – ad esempio ottenendo una maggioranza in un distretto come il Mendrisiotto dove il dumping la fa da padrone).

Come le cose sono andate a finire lo sappiamo. Il controprogetto si è rivelato un vero e proprio imbroglio. Vi risparmiamo qui le citazioni delle diverse interrogazioni, interpellanze, interventi che, a più riprese, hanno denunciato la totale inadempienza del controprogetto: tutti atti che non sono venuti dalla nostra parte politica, ma da altre parti politiche che pure avevano sostenuto a piene mani il controprogetto.

Potremmo qui ricordare, proprio per dimostrare la debolezza organica del controprogetto, come esso – in alternativa al rafforzamento dell’ispettorato del lavoro richiesto dall’iniziativa – puntasse sul rafforzamento delle commissioni paritetiche. Che razza di strutture esse siano lo abbiamo poi visto in molte circostanze ingloriose: dal caso di quelli dei ponteggi (vicenda…) a quello, recente, del contratto degli autisti (caso Ivanbus).

Ci siamo così adeguati e ritorniamo con l’iniziativa popolare oggi in discussione che, in buona parte, ripropone le proposte fatte nel 2016 (presentate già del 2011) con un’aggiunta fondamentale relativa alle questioni del controllo delle discriminazioni di genere.

Se questi dieci anni hanno dimostrato che i controlli sul mercato del lavoro sono essenziali, nell’ambito della discriminazione di genere gli anni trascorsi hanno dimostrato ancora di più quanto sia inutile proclamare principi (in particolarità quelli della parità salariale) senza mettere in atto meccanismi di controllo, oseremmo dire quotidiani, affinché le imprese non aggirino questi principi. Se ne è persino accorto il Parlamento federale che ha varato delle misure in proposito, naturalmente talmente blande che non riusciranno ad avere alcuna efficacia.

Dopo lo sciopero delle donne del 2019 e le continue mobilitazioni femministe appare quanto meno miope non riconoscere e non capire come ancora oggi esistono delle importanti discriminazioni che toccano le donne nel mercato del lavoro: discriminazioni salariali, di accesso a posti di responsabilità, di condizioni di assunzioni maggiormente precarie, di molestie e abusi di vario genere.

Per questo la novità, se così vogliamo chiamarla, di questa nostra nuova iniziativa sta proprio nelle proposte che vogliamo, finalmente e concretamente, mettere in pratica per combattere le discriminazioni di genere.

È in questo senso che va la creazione di una sezione speciale dell’ispettorato del lavoro sulle questioni della parità e delle condizioni di lavoro delle donne. Si tratta di un punto fondamentale perché la discriminazione di genere si accompagna spesso ad altre discriminazioni. Basti pensare, ad esempio, che le molestie sessuali (che la legge punisce) avvengono nella stragrande maggioranza proprio sui luoghi di lavoro e riguardano donne.

Questo ultimo punto spiega la ragione dell’ultima parte della proposta del punto 6. È evidente che parlare delle molestie sessuali subite sul luogo di lavoro con una ispettrice è diverso che parlare di questo con un uomo.

Sembra assolutamente necessario creare quindi una sezione che si occupi di controllare e intervenire in queste situazioni.

Un riconoscimento che però la commissione economia e lavoro in barba a quanto indicato nella perizia giuridica, con una posizione che appare quindi eminentemente politica e non giuridica, riconosce solo in parte. Vengono infatti considerati irricevibili i punti in cui si indica il numero di ispettrici in proporzione alle donne occupate e il fatto che queste ispettrici devono essere delle donne.

Secondo la commissione si corre “il rischio di trovarsi nella situazione paradossale di incorrere in una misura che potrebbe ingenerare, nella sua concretizzazione, una disparità di trattamento di genere, negando, di fatto, lo spirito positivo e costruttivo di attenzione e sensibilità crescente innescato dall’Amministrazione e dal Paese in generale negli ultimi anni verso il tema della parità di genere. Senza dimenticare come alla Commissione appare peraltro chiaro che la funzione di ispettore, attività svolta all’interno di un chiaro quadro normativo, non possa essere influenzata e/o orientata per qualità ed efficacia da discriminanti di genere.”

Potremmo discutere a lungo sullo spirito positivo e costruttivo innescato dall’amministrazione e dal paese verso il tema della parità…numerose sono le cifre e anche gli episodi che dimostrano come questo spirito positivo e costruttivo sia ben poca cosa. Basti solo pensare, e qui veniamo al secondo punto contestato, che tra gli ispettori del lavoro attivi presso l’Ufficio del lavoro le donne si contano sulle dita di mezza mano….

Sulla discriminazione al contrario potremmo anche discutere a lungo, l’esistenza infatti di misure attive per promuovere l’assunzione di personale femminile in ambienti prevalentemente maschili fa parte di quelle che vengono definite le buone pratiche per promuovere la parità e lo stesso dicasi sulla necessità per le donne di poter disporre di un numero sufficiente di donne a cui potersi rivolgersi in particolare per questioni inerenti alcune fattispecie pensiamo per esempio alle molestie o agli abusi.

Ora è bene ribadire che la decisone della commissione di considerare irricevibili i due punti dell’iniziativa (1 ispettrice ogni 2500 lavoratrici e l’assunzione esclusiva di donne nella sezione prevista al controllo della parità tra i sessi) non poggia in realtà su motivi di natura giuridica: si tratta, lo ribadiamo, di una decisione eminentemente politica.

Detto questo riteniamo fondamentale che sia riconosciuta l’esigenza di una sezione dell’ispettorato del lavoro dedicata al controllo di disparità di trattamento in ragione del genere e in questa ottica proporremo alcuni emendamenti che mantengono intatte le caratteristiche di questa proposta rendendola però ricevibile nel suo complesso.

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