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Quello che sta succedendo attorno al salario minimo avrebbe fatto la gioia di Giuliano Bignasca. Fu lui, infatti, il primo in Ticino a teorizzare la necessità di avere una doppia disciplina salariale: una valida per chi vive in Ticino e una per i frontalieri. L’idea, assurda, è che in questo modo i frontalieri, poiché vivrebbero in un contesto meno caro (grazie al cambio monetario) potrebbero accontentarsi di salari molto più bassi.

Naturalmente sia Bignasca, sia altri che sostenevano e sostengono tale tesi, sapevano e sanno benissimo che una politica di questo genere non fa altro che favorire ulteriormente il dumping salariale e, soprattutto, proprio l’obiettivo che dichiaravano di voler combattere (solo a parole naturalmente): la sostituzione di personale “indigeno” con lavoratori e lavoratrici frontalieri. Perfetto per “mettere in concorrenza” i salariati e diminuire i costi di produzione. Ma, se questa dinamica dovesse addirittura essere sancita legalmente, per quale assurda ragione il padronato non dovrebbe continuare ad assumere manodopera frontaliera, molto meno cara?

Ora, appare evidente, che l’accordo tra alcune aziende e il “sindacato” leghista è stato sottoscritto alle spalle dei lavoratori e delle lavoratrici di queste aziende, senza nessuna discussione o consultazione; lavoratori poi di fatto obbligati, in assemblee convocate dal datore di lavoro e sotto i suoi occhi vigili, a sottoscrivere individualmente tale accordo. Per capire che le cose devono essere andate proprio così, basterebbe leggere questo “contratto”.

Quale persona sana di mente può pensare che un’assemblea di lavoratori, quasi tutti frontalieri, abbia potuto approvare l’art. 2.4 di questo “contratto” che prevede, udite udite, la preferenza indigena? E quale persona sana di mente può pensare che un’assemblea di lavoratori frontalieri abbia potuto approvare con entusiasmo l’art. 4.1 che indica, oltre al fatto che la ditta può versare il salario in fr o in euro, anche il fatto che questo salario venga adeguato alle variazioni del tasso di cambio, e solo a favore della ditta? È evidente che mai dei lavoratori liberi di esprimersi sosterrebbero accordi

Naturalmente quello che sta avvenendo è, in parte, anche la dimostrazione della debolezza sindacale e delle pratiche sindacali degli ultimi anni.

Ceruso, che proviene da una lunga carriera proprio in quell’ambito, lo sa bene e per questo mette oggi le organizzazioni sindacali (compresa quella, l’OCST, della quale è stato per decenni vicesegretario) di fronte alle loro pratiche spesso più che discutibili.

In effetti la pratica di sottoscrivere contratti (e anche contratti importanti) senza di fatto passare attraverso la discussione e l’approvazione dei lavoratori è stata ed è in parte ancora diffusa. Basti pensare, per non prendere che un solo esempio, ma di taglia poiché riguarda il più importante Contratto collettivo di lavoro (CCL) della Svizzera (circa 200’000 lavoratori). Alludiamo al CCL per il personale occupato dalle agenzie di lavoro temporaneo, firmato dalle aziende del settore con i maggiori i sindacati. Orbene, è evidente e dimostrabile che questo CCL (che per il Ticino da qualche anno prevede addirittura salari “speciali” molto bassi) è stato pensato, negoziato e concluso dai vertici sindacali e padronali senza nessun coinvolgimento dei lavoratori. È d’altronde anche difficile ipotizzare un coinvolgimento di lavoratori e lavoratrici, che per il loro stesso statuto, vivono una dimensione individuale, slegata da qualsiasi propria realtà aziendale, etc.

Ma questa difficoltà non giustifica la mancanza di coinvolgimento e i “rappresentanti” non sono autorizzati a parlare a nome dei “rappresentati”.

La vicenda emersa in questi giorni (oltre a confermare che i Verdi hanno lanciato una brutta iniziativa diventata una brutta legge – per i salari da fame che contiene e per le scappatoie che permette come quella discutendo) pone la necessità di un nuovo sindacalismo (che non è certo quello di TiSin), che si può costruire solo sui luoghi di lavoro, con i lavoratori e le lavoratrici, in difesa dei loro interessi. Ma con i fatti, non con le chiacchiere.

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