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È istruttivo, come sempre, andare a vedere che cosa hanno detto e come si sono comportati i rappresentanti dei vari gruppi parlamentari in occasione dei dibattiti su questioni importanti. Non tanto perché quei dibattiti siano appassionanti o fonte di chissà quale saggezza; più semplicemente perché la gente tende, velocissimamente, a dimenticare quel che ha fatto o quel che ha detto: permettendo (e permettendosi) di dire tutto e il contrario di tutto.

Non fa eccezione l’attuale dibattito relativo alla legge sul salario minimo; e, in particolare, l’attualità su questo tema, caratterizzata dal tentativo di alcune aziende di derogare ai pur già miseri livelli salariali previsti dalla nuova legge.

Ora, naturalmente, tutti (o quasi) gridano allo scandalo, dicono che questo tentativo di aggirare le disposizioni di legge non è tollerabile e che bisogna fare qualcosa; dimenticando che quello che sta succedendo non è altro che una delle conseguenze logiche di una bruttissima e inaccettabile legge che non solo fissa dei salari da fame dando loro la dignità di salari legali, ma proprio questa stessa legge una scappatoia di aggiramento attraverso l’ormai famosa lettera i) dell’art. 3. Che prevede che si possa derogare i salari minimi per quei “rapporti di lavoro per i quali è in vigore un contratto collettivo di lavoro di obbligatorietà generale o che fissa un salario minimo obbligatorio.”

Come è andata, allora, in Gran Consiglio la discussione su questo tema? Per non essere tacciati di parzialità ci riferiremo in larga misura ai verbali della seduta dell’11 dicembre 2019.

Ricordiamo che, in entrata, l’MPS presenta una decina di emendamenti alla legge (ritenuta inaccettabile da tutti i punti di vista). Tra questi anche quello teso ad abrogare questa lettera i) dell’art. 3 sulle deroghe.

La posizione più netta è quella espressa, per i Verdi da Nicola Schnönenberger che afferma: “Di principio il gruppo dei Verdi si asterrà sugli emendamenti avanzati dall’MPS-POP-Indipendenti, poiché sembra che si prefiggano di far fallire la soluzione di compromesso finalmente raggiunta”. Parole chiare. La legge ha degli inconvenienti? Non se ne discute nemmeno: chi fa proposte di modifica vuole abbattere il “prezioso compromesso” raggiunto.

Viene poi la posizione del correlatore Michele Guerra (Lega) (ricordiamo che, sempre nel clima di amorevole concertazione, i correlatori, cioè i sostenitori della Legge a nome della commissione della gestione, sono, oltre a Guerra, Ivo Durisch (PS), Fiorenzo Dadò (PPD) e Samantha Bourgoin (Verdi)): “La Commissione gestione e finanze, all’unanimità dei presenti, ha preavvisato negativamente questo emendamento” (Non sappiamo chi fossero “i presenti”, ma presumiamo che vi fossero i rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari).

Arriva poi il turno di Ivo Durisch che così si esprime: “È chiaramente un elemento critico… Il gruppo PS sposa senz’altro il principio secondo cui i contratti collettivi di lavoro dovrebbero prevedere uno stipendio minimo non inferiore al salario minimo legale. Tuttavia, visto il tenore dell’art. 13 cpv. 3 Cost./TI, non vogliamo correre il rischio che un eventuale ricorso affossi la Legge sul salario minimo. Pertanto, ci asterremo, perché lo spirito di tale normativa dovrebbe effettivamente essere quello di definire un salario dignitoso” (sottolineature nostre). L’ignavia totale, oltre alla bizzarra idea che lo “spirito” delle leggi conti più della lettera!

Alla fine, solo in 5 (tra i quali i 3 deputati dell’MPS) osano approvare l’emendamento che vuole abrogare questa famigerata lettera i) dell’art. 3.

Tutto il resto sono solo chiacchiere, soprattutto quelle che abbiamo sentito in questi giorni di fronte all’azione di aggiramento del salario minimo; la conseguenza diretta delle scelte prese in quel momento. I nodi vengono sempre al pettine, anche in politica!

*articolo apparso sul quotidiano La Regione il 14 settembre 2021

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