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Pubblichiamo qui il volantino che l’MPS sta distribuendo in questi giorni e con il quale si invita anche a partecipare alla manifestazione sindacale organizzata per sabato 8 ottobre alle 10.00 a Mendrisio (ritrovo Mercato Coperto)

Quello che stiamo vivendo in queste ultime settimane è un copione che era facilmente prevedibile. Fin da quando venne lanciata l’iniziativa popolare costituzionale che aveva come obiettivo di “salvare il lavoro in Ticino”, in particolare prevedendo l’istituzione di un salario minimo legale e delegando al Parlamento cantonale la fissazione di questo salario in un’apposita legge.

Il copione si è realizzato alla lettera. L’iniziativa venne accolta in votazione popolare e il Parlamento ha fissato, dopo anni di discussioni, un salario minimo indegno, misero, con tutte le parti politiche a riconoscere che quello era un salario finalmente “dignitoso”.

Noi non abbiamo votato quella legge. Abbiamo detto chiaramente che i salari contenuti sono talmente bassi che non solo non combattono il dumping salariale (cioè la spinta dei salari verso il basso); ma spingono tutto il sistema salariale verso quel limite posto così in basso. E non è colpa del principio del salario minimo a sviluppare questa dinamica, come suggeriva qualche giorno fa l’ex-presidente del PLR Fulvio Pelli – per giustificare la sua opposizione a questo principio; è la sua fissazione a un livello estremamente basso rispetto ai valori medi e mediani del sistema salariale.

Tali livelli così bassi sono d’altronde indotti dal sistema giuridico e costituzionale costruito nel nostro paese, a difesa degli interessi della borghesia. Un salario minimo può essere infatti introdotto legalmente solo se si riconosce e si prende come base di riferimento il fatto che non sia un salario in quanto tale, cioè qualcosa che un lavoratore o una lavoratrice ricevono per compensare la propria prestazione lavorativa, qualcosa che si avvicina al valore della propria prestazione lavorativa. No, il sistema giuridico di questo paese, costruito attorno agli interessi fondamentali del padronato e di una delle economie capitalistiche più liberali, permette di fissare un salario minimo legale solo se questo è una sorta di prestazione sociale, una sorta di prestazione assistenziale con la quale si vuole impedire che un lavoratore o una lavoratrice, che svolge un lavoro normale, riceva un salario che lo rende povero, lo fa cadere in una condizione tale da dover ricorrere alle prestazioni sociali e assistenziali.

A questa filosofia si sono allineati tutti. È divertente sentirli sproloquiare sul fatto che il salario minimo non può essere un salario “economico” e deve essere un salario “sociale”; come se questi due termini non si contenessero uno nell’altro.

È dall’accettazione di questo stato di cose (certo giuridicamente dominante ma politicamente assurdo e inaccettabile per chi si pone dal punto di vista degli interessi dei salariati e delle salariate) che sono nate le mostruosità come la legge sul salario minimo. E da iniziative simili (seppur corrette leggermente verso l’alto) nasceranno altri futuri disastri.

La legge sul salario minimo consolida il dumping di stato

Abbiamo a più riprese, negli ultimi quindici anni, criticato la politica salariale attuata attraverso i cosiddetti contratti normali, voluti nel quadro delle cosiddette misure di accompagnamento. Con la pretesa di combattere il dumping salariale si sono messi in vigore salari minimi legali che hanno di fatto contribuito a far crescere il dumping salariale. Abbiamo persino coniato l’espressione, poi ripresa da molti, di “dumping di stato” per qualificare questa politica. Abbiamo a più riprese proposto, attraverso atti parlamentari – regolarmente bocciati da tutto il ceto politico oggi starnazzante – di introdurre come limite minimo per questi contratti normali un salario annuale di 52’000 franchi (4’000 franchi per 13 mensilità).

È sulla scia di questi salari (attorno ai 3’000 franchi) che nel nostro Cantone si è sviluppata e rafforzata l’idea che la soglia dei 3’000 franchi fosse un minimo accettabile ed è attorno a questo limite dei 3’000 franchi mensili che la nuova legge, nella sua lunga gestazione, ha costruito le proprie fondamenta, proprio poggiando sull’esperienza (accolta da tutti) dei contratti normali di lavoro.

Scriveva il giornale del sindacato Unia, il 17 giugno 2015, pochi giorni dopo l’approvazione della legge: “L’iniziativa dei Verdi “Salviamo il lavoro in Ticino” non garantirà mai il diritto di «ogni persona» ad un «salario minimo» che si possa ritenere garanzia di «un tenore di vita dignitoso», come recita il relativo ingannevole articolo costituzionale approvato domenica scorsa dal 54 per cento dei ticinesi. A dipendenza di come verrà applicato il principio, si può sperare di arginare al massimo gli abusi più gravi (pensiamo ai contratti da 1.000 franchi al mese), ma non il fenomeno globale del dumping salariale, che anzi rischia di essere ulteriormente alimentato dalla fissazione di retribuzioni minime da fame.

Basti pensare che questo compito è affidato allo stesso Consiglio di Stato che negli ultimi anni, sempre per “contrastare” il dumping, ha emanato 14 contratti normali di lavoro con salari minimi attorno ai 3.000 franchi mensili. Un livello retributivo ovviamente inaccettabile e irrispettoso della dignità delle lavoratrici e dei lavoratori, che l’iniziativa dei Verdi (al di là degli intenti dei suoi promotori) rischia di estendere ad altri rami professionali e di farlo diventare la regola nel mondo del lavoro ticinese. Con la benedizione dello Stato.

Tutto condivisibile, anche se non si capisce per quale ragione, se così stavano le cose, per quale ragione il più importante sindacato del cantone non abbia svolto un’intensa campagna contro questa legge e, ancor di più, per quale ragione i suoi rappresentanti abbiano continuato a sedere imperterriti nella commissione che discuteva di fissare dei salari minimi i cui limiti miserevoli erano, fin dall’inizio, scontati, passando mesi e anni a discutere se 50 cts in più o in meno avrebbero reso questi miseri salari più “dignitosi”. Tutto questo non ha certo aiutato lavoratori e lavoratrici a capire in quale pantano li avrebbe portati questa nuova legge.

Porte aperte alle deroghe

Come poi è andata a finire sulla questione della possibilità di derogare a questi salari da fame lo sappiamo ormai tutti. Per portare in porto questa brillante legge, quasi tutti in Parlamento hanno chiuso gli occhi sull’articolo che permette di derogare ai pur miseri salari minimi in presenza di un contratto collettivo (di categoria o aziendale).

È evidente che, passata la buriana della discussione pubblica e parlamentare nella quale (obtorto collo) tutti, o quasi, hanno dovuto ammettere che la possibilità di deroga contenuta nella legge è stata un errore (così come è stato un errore non prendere in considerazione l’emendamento abrogativo proposto allora dall’MPS), ora si rifanno sotto tutti coloro che vogliono (per ragioni diverse) che quell’articolo resti.

Il padronato prima di tutti; poiché questa possibilità di deroga permette, con la scusa di “salvare” aziende (o addirittura settori economici), di continuare a pagare salari da fame; il governo, poiché in questo modo la pessima legge votata dal Parlamento (e che introduce un salario legale da fame) potrà essere un ulteriore strumento per far pressione sui salari e “promuovere” la piazza economica cantonale.

Soluzioni a portata di mano, ma nessuno vuole coglierle

Il Parlamento ha davanti a sé la possibilità di porre rimedio a questa situazione. Per carità, la Legge sui salari resterebbe una pessima legge, per le ragioni che abbiamo detto; ma almeno potrebbero essere evitate queste possibilità di deroga che non riguardano solo le tre aziende di cui si è parlato nelle scorse settimane, ma potrebbero facilmente allargarsi ad altre aziende e settori (attraverso la contrattazione collettiva di settore). D’altronde, purtroppo, già in alcuni settori (come quello dell’abbigliamento) la messa in atto dei pur miseri salari minimi fissati dalla Legge avverrà per tappe e scaglionate su più anni.

Eppure, non ci risulta che il Parlamento voglia discutere a breve delle due proposte avanzate dall’MPS (una iniziativa legislativa che modifica la Legge e impedisce la possibilità di deroga e un’iniziativa parlamentare costituzionale che, con lo stesso obiettivo, propone di modificare la costituzione).

La prima proposta potrebbe essere realizzata in poche settimane. Per la seconda ci vorrebbe un po’ più di tempo, ma in pochi mesi l’iter parlamentare potrebbe essere completato e la modifica costituzionale sottoposta al voto popolare.

È evidente che le posizioni padronali hanno fatto breccia. Il Parlamento, il governo e i suoi partiti, adducendo incredibili obiezioni di tipo giuridico (proprio loro che hanno combinato – coscientemente – il pasticcio di cui si discute da settimane), vogliono in realtà modificare le cose lasciando comunque spazio ai desiderata padronali.

Rilanciare la lotta contro il dumping

In questo contesto appare necessario rilanciare la lotta contro il dumping salariale e sociale.

Un obiettivo che deve avere, quale primo passo, la mobilitazione dei salariati e delle salariate per ottenere importanti miglioramenti salariali e condizioni di lavoro migliori. Un lavoro ancora in gran parte tutto da fare. Basti qui ricordare che importanti settori industriali del Cantone (come la ricca industria chimica e farmaceutica) non solo non hanno contratti collettivi aziendali, ma nemmeno un contratto collettivo del settore. A questi potremmo aggiungere le decine e decine di aziende (spesso con un cospicuo numero di dipendenti) dove non vi sono regolamentazioni di alcun tipo.

Questa mobilitazione è necessaria poiché l’entrata in vigore della Legge renderà legale un salario di poco superiore ai 3’000 franchi, valido per qualsiasi professione e qualsiasi settore professionale nel quale non vi siano salari minimi fissati da un contratto (ai quali, inoltre, tale contratto potrebbe derogare). I pericoli appaiono evidenti. Ad esempio, questa legge potrebbe spingere aziende e settori professionali ad abbandonare il contratto collettivo se i salari previsti sono superiori a questo minimo. E sono numerosi i settori nei quali questo scenario è tutt’altro che ipotetico.

Ma è necessario anche creare strumenti di controllo del mercato del lavoro, delle condizioni di lavoro oltre che salariali; senza questo controllo non sarà possibile nessun passo avanti contro il dumping salariale e sociale.

È in questo senso che va l’iniziativa popolare dell’MPS “Rispetto per i diritti di chi lavora! Combattiamo il dumping salariale e sociale!” sulla quale tra qualche mese saremo chiamati a votare.

Oggi, nella difficile situazione nella quale ci troviamo, governo e padronato ribadiscono la necessità di “monitorare” la situazione. Ma sappiamo che gli attuali mezzi a disposizione dell’ispettorato del lavoro non permettono di controllare nulla.

Solo proposte come quelle contenute nella nostra iniziativa potrebbero rappresentare un primo passo verso un vero controllo del mercato del lavoro, delle condizioni salariali e dei salari reali: in particolare, oltre che attraverso il massiccio potenziamento dell’ispettorato, grazia all’obbligo di notificare ogni contratto di lavoro, indicando salario, orario di lavoro e funzione.

Sarebbe un passo decisivo di fronte al bla bla di questi giorni.

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