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Ha suscitato un certo interesse la sortita dei gruppi in Consiglio Comunale di Bellinzona (“destra” e “sinistra” ormai si confondono in un solo blocco) con la quale si chiede di limitare il diritto di replica (che segue la risposta alle interpellanze) a due soli minuti. Colpevole di questo giro di vite (la legge e il regolamento comunale consentono una “breve” replica) il comportamento eccessivo di alcuni rappresentanti del gruppo MPS-Verdi in Consiglio Comunale che sarebbero andati, in sede di replica, oltre la “brevità”.

Stiamo parlando per la verità di un “sorpasso”, rispetto ai tempi concessi, di non più di un mezz’ora (sfidiamo i rappresentanti dei partiti a rendere pubblici i tempi di queste repliche). Un’inezia.

Ma, in realtà, il bersaglio grosso di questa mozione è l’istituto dell’interpellanza. Si tratta di uno strumento che permette di “interpellare” il Municipio (su questioni importanti, di solito legate all’attualità), di ascoltare la risposta – pubblica nel corso della seduta immediatamente successiva del CC – di replicare e, eventualmente, di chiedere, seduta stante, una discussione generale.

Le interpellanze dell’MPS danno fastidio poiché sollevano questioni di attualità politica che gli esecutivi vorrebbero evitare di dover affrontare. Diciamo esecutivi poiché anche a livello cantonale abbiamo assistito alle stesse reazioni. Il Parlamento cantonale ha cambiato già tre volte, negli ultimi tre anni, il proprio regolamento per impedire all’MPS di porre le questioni (scomode) che vorrebbe porre. A Bellinzona comincia, con questa mozione, lo stesso procedimento, teso a limitare i diritti e il ruolo dell’opposizione.

E a farlo sono i partiti presenti in Municipio che mostrano, qualora fosse necessario, di avere la coda di paglia. Infatti, sui banchi del CC giacciono almeno una quindicina di interpellanze che avrebbero dovuto ottenere risposta già nella seduta di settembre (alcune sono addirittura del mese di maggio e riguardano temi – ad esempio la soppressione di una sezione di scuole elementari – ampiamente superate dagli eventi…).

In realtà, ad essere inadempiente sono il Municipio e i suoi partiti, gli stessi che esprimono il gruppo di presidenza del CC che dovrebbe organizzare i lavori e prendere le decisioni (anche se il Municipio, mostrando il suo profondo rispetto nei confronti del CC e la sua sensibilità democratica, ha fatto notare, all’inizio di questa legislatura, che “La fissazione delle trattande all’ordine del giorno rientra nelle competenze municipali” e che “Il presidente del Consiglio comunale non ha diritti particolari in merito all’allestimento dell’ordine del giorno”.). Non contate niente: il messaggio è chiaro.

Un “legislativo” agli ordini dell’esecutivo, pronto a prostrarsi ad ogni richiesta e incapace di far valere i propri diritti di “rappresentante” dei cittadini e delle cittadine. Un “parlamento” comunale che vuole limitare il tempo di parola, un parlamento che non vuole parlare, dei consiglieri comunali che ascoltano con fastidio gli interventi di chi non è d’accordo (che “fa perdere tempo”), un “parlamento” che sconfessa addirittura l’etimologia del proprio nome.

E anche qui le cose vanno di pari passo con quello Cantonale. L’ultima seduta del Gran Consiglio prevedeva, su 12 temi all’ordine del giorno, che ben 10 si svolgessero con la cosiddetta “procedura scritta”, che permette (in particolare ai partiti che non formano gruppo – guarda caso l’MPS è il maggiore di questi) di fare una dichiarazione di voto (un minuto). Il Parlamento, altrimenti, di queste cose non parla (ne ha già parlato nelle commissioni, in segreto visto che né i verbali né il materiale sono pubblici). Una seduta, quella recente alla quale facciamo riferimento, che si sarebbe potuta concludere in mezza giornata se non avesse rotto le scatole il solito MPS, presentando una interpellanza sulla vicenda delle deroghe ai salari minimi e chiedendo una discussione generale che, alla fine, c’è stata. Altrimenti il Parlamento non avrebbe discusso di questa vicenda che ha occupato e sta occupando l’opinione pubblica ormai da settimane.

È questa ormai la tendenza in atto (nel legislativo cantonale come in quelli comunali): ridurre questi organi “legislativi” a pure luoghi di registrazione della volontà degli esecutivi e impedire o limitare “l’esercizio della parola”, esercizio che, come noto, potrebbe suscitare dubbi e impedire che le decisioni vengano prese senza esitazioni.

Un segnale inquietante dell’evoluzione della democrazia liberal-borghese; non è la nostra democrazia, ma il suo declino non può che inquietarci.

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