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Gli atteggiamenti e le prese di posizione delle ultime settimane mostrano che in realtà quel che viene contestato è il principio stesso che un salario minimo venga fissato per legge. È un tentativo di aggirare non solo (e non tanto) la legge, ma il principio stesso fissato nella costituzione.

Per rispondere a tutto questo la via principale è sicuramene quella di approfondire la mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici. La manifestazione del 9 ottobre è stata un primo, seppur modesto, passo; ne servono altri, serve una costante pressione e presenza sui luoghi di lavoro, una denuncia sistematica e senza concessioni del ruolo padronale in tutta questa vicenda.

Ma accanto alla mobilitazione, devono essere intraprese due altre azioni importanti.

La prima riguarda l’ormai famigerata lett. i) dell’art. 3 (“eccezioni”) che costituisce la “base legale” a partire dalla quale questo tentativo di aggiramento della legge viene organizzato. È necessario che sparisca, il più in fretta possibile. Non ha senso e non serve a nulla rimandare questo intervento alle calende greche (come propone, ad esempio, l’iniziativa popolare costituzionale che si vorrebbe lanciare e il cui orizzonte realizzativo – nella migliore delle ipotesi – è il 2026-2027). È necessario intervenire subito discutendo celermente i due atti parlamentari che l’MPS ha presentato (un’iniziativa legislativa parlamentare e un’iniziativa costituzionale parlamentare). Con l’iniziativa legislativa poche settimane sarebbero più che sufficienti, con quella costituzionale, calcolando anche il necessario passaggio popolare, al massimo entro un anno l’iter potrebbe essere concluso.

È importante che vi sia un ampio sostegno a queste proposte sulle quali il mondo politico, che a parole si dice disposto a risolvere il problema, sembra invece voler prendere tempo. Per questo vi chiediamo di prendere chiaramente posizione a sostegno di queste proposte.

La seconda azione che pensiamo sia necessario intraprendere da parte vostra è ancora più rilevante da un punto di vista politico.

Vi chiediamo infatti di fare un gesto forte: disdire (o dichiarare unilateralmente nulli) tutti gli accordi salariali e contrattuali (collettivi o aziendali) che contengano salari inferiori a quelli previsti dalla nuova Legge sul salario minimo.

È indubbio che l’esistenza di simili contratti aziendali rappresenta, di fatto e nel contesto attuale, la base oggettiva attorno alla quale il padronato e le aziende (ricorrendo a giustificazioni di vario genere, a partire dalla necessità di “sopravvivenza” delle stesse) tenteranno di costruire un’ampia rete di deroghe alle pur misere disposizioni in materia di salario minimo previste dalla nuova Legge.

Comprendiamo la logica che vi ha finora animati, cioè quella di tentare di adeguare queste situazioni ai salari minimi previsti dalla nuova legge; è in questo senso che leggiamo l’accordo che avete concluso per il settore dell’abbigliamento che prevede un adeguamento degli attuali minimi contrattuali a quelli previsti dalla nuova Legge entro il 2026. Ma dal momento di quell’accordo (gennaio 2021) il quadro politico è radicalmente cambiato e la logica che anima oggi il padronato è esattamente l’opposta. Per questo bisogna, se necessario, ritornare anche su quella decisione.

È decisivo e urgente, attraverso questo atto, che le organizzazioni sindacali diano un segnale chiaro di non avere alcuna intenzione di sostenere accordi (di nessun genere e per nessuna ragione) che deroghino ai minimi, pur miseri, prescritti dalla legge. La perpetuazione di accordi salariali in deroga ai minimi rappresenterebbe una conferma della validità dell’articolo che consente la deroga, tanto più perché certificata dalla firma di sindacati che non sono nati sulla base di tentativi estemporanei.

Comprendiamo bene anche il vostro ragionamento, teso a collegare queste differenze salariali al fatto che l’esistenza di un contratto collettivo può, in alcuni casi, contenere prestazioni superiori a quelle previste dalle disposizioni di legge (vacanze, indennità, etc.) che, alla fine, potrebbero corrispondere ad un salario “equivalente” a quello dei minimi salariali fissati nella Legge.

Tuttavia, senza voler entrare nel dettaglio di questi calcoli (pur riconoscendo una certa loro importanza per i lavoratori e le lavoratrici), vogliamo attirare la vostra attenzione sulla necessità di opporsi alla concezione padronale che punta proprio su questa “equivalenza” in materia salariale. Non a caso, proprio negli ultimi tempi, esponenti padronali hanno insistito su questo aspetto: e cioè sul fatto che per valutare i livelli salariali non si dovrebbe prendere in considerazione solo il salario monetario di base, ma fare riferimento a tutti quelli che vengono indicati come “benefit” aziendali di cui godrebbe il lavoratore (messa a disposizione di una mensa, posteggio aziendale, indennità diverse, sconti, etc.). Crediamo che questo modo di procedere non sia accettabile per una serie di ragioni che, a voi ancora più che ad altri, non sfuggono di certo; a cominciare dalle ricadute di questa concezione del salario su altri decisivi aspetti come, per non fare che un solo riferimento, quelli di ordine pensionistico.

Concludiamo quindi questa nostra lettera aperta, che non vuole avere alcun intento polemico ma sollevare questioni che a noi sembrano, in questa fase, politicamente decisive, con la speranza di un vostro celere intervento e posizionamento che vada nella direzione da noi auspicata.

*articolo apparso sul quotidiano La Regione mercoledì 20 ottobre 2021

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