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Nelle due settimane successive alla pubblicazione di due articoli sulla Cina ( Cina. Prosperità comune, maschi effeminati e misteri di palazzo * MPS – Movimento per il socialismo (mps-ti.ch  e Cina. Il crack Evergrande, la crisi energetica e i segnali di distensione con gli Usa * MPS – Movimento per il socialismo (mps-ti.ch) sono emerse importanti novità riguardanti buona parte degli argomenti in essa trattati: la cosiddetta politica della “prosperità comune”, il crack del gruppo immobiliare Evergrande, la crisi del carbone e il clima, le divergenze con gli Usa riguardo a Taiwan. Pubblichiamo quindi questo nuovo articolo che aggiorna i due già pubblicati, divisi per argomento e seguiti da un commento conclusivo. (Red)

Prosperità comune

Il 15 ottobre “Qiushi”, rivista teorica del Comitato Centrale del Partito Comunista cinese (Pcc), ha pubblicato ampi estratti del discorso con il quale Xi Jinping, il 17 agosto scorso, aveva annunciato l’avvio di una politica generalizzata mirata alla “prosperità comune”. Il suo discorso era stato seguito dall’emergere di evidenti, sebbene poco decifrabili, segni di divergenze ai vertici del paese, come descritto nei dettagli nella prima parte della mia analisi: dalla strana lettera di Li Guangman, diffusa da tutti i media ufficiali e che parafrasava buona parte dei concetti di Xi in chiave “neomaista” e reazionaria, al coro di pezzi grossi della burocrazia affrettatisi poi a sottolineare che le parole di Xi non andavano interpretate come una svolta egualitarista o un attacco contro il capitale privato, bensì come un ritocco alle normative fiscali o agli stipendi dei manager, e come un’esortazione al mecenatismo aziendale. E in effetti, le citazioni e i sunti del discorso di Xi pubblicati dagli organi ufficiali sembravano andare proprio in quest’ultima direzione. Gli estratti pubblicati poi da “Qiushi” il 15 ottobre, a meno di un mese dal Plenum del Comitato Centrale del Pcc che si terrà l’8-11 novembre, cambiano in parte il messaggio che era stato trasmesso dalle citazioni e dai sunti pubblicati ad agosto da organi ufficiali come il “Quotidiano del Popolo” o l’agenzia statale “Xinhua”. Il fatto che gli ampi estratti del discorso di Xi Jinping siano stati pubblicati con ben due mesi di ritardo potrebbe portare a pensare che il differimento sia dovuto ad accese diatribe interne ai vertici di Pechino. In effetti queste ultime stanno evidentemente svolgendo un importante ruolo negli sviluppi in corso, ma per la ritardata pubblicazione esiste anche una spiegazione prettamente tecnica: la sede più adatta alla pubblicazione delle “sacre parole” del Grande Leader è sicuramente “Qiushi”, viste le sue caratteristiche, e la rivista è bimestrale, quindi non avrebbe potuto pubblicarle prima di metà ottobre. Va osservato anche, però, che il testo pubblicato da “Qiushi” non è integrale e, come specifica la rivista nell’originale cinese, consiste solo in estratti dal discorso di Xi (la traduzione in inglese di tali estratti pubblicata dalla newsletter Neican omette tale specificazione riportata in calce al testo originale).

Gli estratti confermano molti elementi già emersi ad agosto. La prima premessa al concetto di “prosperità comune” è che la sua funzione è quella di “consolidare le fondamenta per il mantenimento del potere del Partito sul lungo termine”. Xi poi parla di “ineguaglianza” sociale riferendosi ad altri paesi del mondo, mentre in Cina ci sarebbe solo il “problema di uno sviluppo non equilibrato e non adeguato”, e si preoccupa di specificare, prima di passare alla sua esposizione, che la prosperità comune non vuol dire “egualitarismo semplice e puro”. Xi inoltre in più punti sottolinea con energia che non vuole cambiamenti rapidi e radicali: bisogna “aderire a un processo graduale e ordinato”, bisogna “essere pazienti e progredire passo per passo”, con progetti pilota, “esplorando percorsi efficaci […] avviando gradualmente misure politiche”. Sono innumerevoli le altre formulazioni che vanno in senso moderato o volutamente vago, come nei brani in cui si parla della creazione di un clima che consenta a tutte le imprese di svilupparsi in modo armonioso, della protezione dei diritti di proprietà e della creazione di ricchezza legittima, della mobilitazione delle iniziative degli imprenditori, dello sviluppo di tutti i tipi di capitale, sia statale che privato, o in cui si conferma che bisogna consentire ad alcune persone di diventare ricche affinché poi aiutino i meno ricchi. Xi pronuncia anche parole populistiche tipiche della destra confindustriale: secondo lui il miglioramento delle condizioni di vita della gente è subordinato alla sostenibilità finanziaria: “il governo non può prendersi cura di tutto […] e anche se dovessimo in futuro raggiungere un più alto livello di sviluppo e avere maggiori risorse finanziarie non dovremo porci obiettivi troppo alti e fornire garanzie eccessive. Dobbiamo assolutamente evitare di cadere nella trappola di allevare gente pigra adottando politiche assistenzialistiche”. Si conferma quindi ancora chiaramente che i numerosi commentatori secondo cui sarebbe all’ordine del giorno lo spauracchio di una “nuova rivoluzione culturale” o anche solo una svolta a sinistra fanno solo del sensazionalismo.

Per il resto il testo è scritto in modo confuso, e nella maggior parte dei suoi elementi è talmente generico da rendere impossibile una sua traduzione univoca in possibili misure concrete. Insomma, se quello di Xi fosse il tema in classe di un liceale sul concetto di prosperità comune, la professoressa o il professore non potrebbe che appioppargli una piena insufficienza sia per lo stile che per i contenuti. Ci sono tuttavia alcuni particolari importanti che erano stati completamente censurati nei resoconti pubblicati tra agosto e settembre. Innanzitutto, Xi definisce alcune tappe temporali precise, sebbene mettendole in relazione con obiettivi del tutto nebulosi. Entro il 2025, la prosperità comune “avrà fatto un solido passo avanti”, entro il 2035, “avrà fatto progressi più visibili e sostanziali, e i servizi pubblici saranno stati resi più equi”. Verso la metà del secolo “la prosperità comune di tutta la popolazione sarà sostanzialmente raggiunta, e il divario tra i livelli di reddito e di consumo dei residenti sarà stato ridotto a una forbice ragionevole”. Essendo Xi il “padre esclusivo” della prosperità comune, molti osservatori hanno interpretato queste date come il mettere le mani avanti su una durata del suo regno come minimo fino al 2035, e a mio parere hanno ragione. Gli organi di stato e di partito avevano censurato ad agosto anche i riferimenti ad aspetti sociali più concreti, che pur non essendo prevalenti nel testo, compaiono in numerosi punti. Xi parla di “aumentare il reddito dei residenti urbani e rurali”, scrive che “bisogna prendere atto degli ampi gap tra lo sviluppo urbano e quello delle regioni rurali, nonché nella distribuzione del reddito” e che “bisogna espandere il ceto medio”. Certo, Xi assegna un ruolo prioritario in questi sforzi ai laureati, ai lavoratori specializzati, ai padroni di piccole e medie imprese, ma cita, sebbene solo all’ultimo posto, anche i lavoratori migranti, parlando di “maggiore incisività della riforma del sistema di registrazione [hukou]” e di “risolvere problemi come […] l’istruzione per i figli dei lavoratori migranti”, un aspetto di prima importanza per questi ultimi. E su un punto rilevante riesce addirittura a scrivere parole chiare: “Le retribuzioni dei dipendenti pubblici, in particolare dei dipendenti pubblici in prima linea sul campo, e dei lavoratori di base nelle imprese e nelle istituzioni statali, devono essere adeguatamente aumentate”. Secondo il leader cinese, inoltre, “bisogna ridurre i costi dell’istruzione per le famiglie indigenti, […] bisogna migliorare il sistema pensionistico e quello dell’assistenza medica” e “bisogna innalzare gradualmente il livello della pensione di base per i residenti urbani e rurali”. Inoltre, “dobbiamo riordinare e regolare i redditi irragionevoli, rafforzare la gestione della distribuzione del reddito nei settori monopolistici e per quanto riguarda le imprese statali, rettificare il regime di distribuzione dei redditi” e così via. Un altro aspetto di estrema importanza è l’esplicita menzione da parte di Xi del tema dibattuto dell’imposta sugli immobili (sul quale torneremo più sotto): “Dobbiamo portare avanti attivamente e con costanza la legislazione e le riforme in materia di imposte sulla proprietà, realizzando dei progetti pilota efficaci”. Questi aspetti di politica fiscale o sociale sono “conditi” con ricette operative ben poco di sinistra, come per esempio: “Dobbiamo aumentare i redditi che i residenti urbani e rurali ricavano dalle proprietà immobiliari, dai terreni rurali, dalle attività finanziarie e da altri tipi di proprietà, [così come] l’opportunità [per le persone] di avviare imprese, rafforzando la loro capacità di diventare ricche” e così via. Un ruolo importante in tutto questo viene assegnato alla “educazione al patriottismo, al collettivismo e al socialismo” (si noti che il patriottismo è al primo posto e il socialismo solo al terzo).

Il fatto che i temi più “sociali” del discorso di Xi siano stati di fatto censurati dagli organi di partito e di stato tra agosto e settembre è secondo me un chiaro segno di forti malcontenti all’interno del Pcc, e di malcontenti fattivi, visto che sono riusciti a impedire per un certo tempo la pubblicazione di parole di un leader presunto onnipotente. Questi malcontenti con ogni probabilità riguardano l’aspetto di un’eventuale imposta sugli immobili e il modo in cui va affrontato il crack di fatto del gruppo immobiliare Evergrande, due aspetti strettamente intercollerati, e più in generale in che modo il crescente timore di una crisi sociale va affrontato, non ultimo in presenza di una congiuntura internazionale fatta di crisi economica, pandemia, tendenze protezionistiche a livello mondiale, tensioni diplomatiche e militari. In questa luce, la delirante lettera del neomaoista Li Guangman pubblicata nei primi giorni di settembre da tutti gli organi ufficiali di partito e statali (analizzata nella prima parte di questa inchiesta) diventa più decifrabile, anche se non del tutto: i massimi vertici del Pcc, cioè Xi, probabilmente insieme ai dirigenti degli apparati di sicurezza a lui più fedeli (non a caso altri sono stati contemporaneamente epurati) hanno inviato indirettamente una pesante minaccia di ulteriore stretta reazionaria e repressiva, agitando anche lo spettro di un nuovo populismo più da repubblica sociale che da (sedicenti) comunisti. La serie frenetica di misure e linee guida adottate al contempo, descritte nella prima parte della mia analisi, va nella medesima direzione. La lettera di Li Guangman però era stata subito seguita, come già documentato sempre nella prima parte, da un fuoco di fila di nuove interpretazioni ultramoderate del concetto di proprietà comune, prima tra tutte quella di Liu He, massimo responsabile del Partito per l’economia. E’ interessante notare a tale proposito che solo dieci giorni dopo la pubblicazione su “Qiushi” degli estratti del discorso di Xi Jinping, l’agenzia statale Xinhua ha pubblicato una specie di “decalogo sull’economia”, attribuito unanimemente a Liu He e al suo più stretto entourage, nel cui capitolo sulla prosperità comune si precisa nuovamente per prima cosa che il concetto non vuol dire “rubare ai ricchi per dare ai poveri”, lo slogan all’insegna del quale si era svolta la levata di scudi contro la lettera del neomaoista Li Guangman. L’importante riunione annuale del Comitato Centrale del Pcc che si terrà dall’8 all’11 novembre non porterà chiarimenti – nella Cina di Xi tali riunioni sono occasioni celebrative, non certo forum di discussione. Le diatribe si sviluppano prima e dopo i consessi di questo tipo. La mia opinione, che espongo più nei dettagli nella conclusione, è che il regime di Pechino, dietro al paravento di magniloquenza e di ostentata sicurezza, semplicemente non sappia che pesci pigliare di fronte a una situazione critica. Lo confermano a mio parere anche gli altri più recenti sviluppi.

Il crack Evergrande, la tassa sugli immobili

Riguardo al crack di fatto del gruppo Evergrande (altra cosa come spiego sotto è invece il suo eventuale default ufficiale) con i suoi oltre 300 miliardi di dollari di debiti noti, i vertici del regime mantengono da settimane una posizione immobilista. L’argomento, che rimane sulle prime pagine delle testate economico-finanziarie di tutto il mondo, rimane fuori dagli obiettivi dei media cinesi. A livello ufficiale finora non vi è stato alcun intervento dei governanti a sostegno del gruppo. L’annunciata operazione di acquisto, sulla piazza di Hong Kong, di quote di una società Evergrande da parte di un’azienda privata cinese, che avrebbe potuto portare un paio di miliardi di dollari nelle casse del gruppo immobiliare, è andata a monte a metà ottobre senza spiegazioni. Il 15 ottobre la Banca nazionale cinese ha affermato che i problemi di Evergrande erano dovuti esclusivamente alla sua cattiva governance (e quindi implicitamente che non vi è un problema generalizzato del settore immobiliare) e che i loro potenziali effetti per il sistema finanziario sono “controllabili”. La Commissione di sorveglianza del sistema bancario e assicurativo da parte sua ha affermato che quello di Evergrande è solo “un caso individuale”. Peccato che nel frattempo, in un paio di settimane, si siano moltiplicati i default per centinaia di milioni di dollari di altre società immobiliari, come Sinic e China Properties. Sempre nella direzione di calmare gli animi, il 24 ottobre Evergrande ha pubblicato filmati in cui si documentava la ripresa dei lavori in alcuni suoi cantieri, ma senza spiegare sulla base di quali fondi. E’ praticamente scontato che questa mossa di PR sia stata dettata dalle autorità di Pechino. Un’inchiesta del Financial Times ha poi portato alla luce che dietro queste parziali riprese del lavoro ci sono finanziamenti statali, mentre Bloomberg riferisce che contemporaneamente le autorità centrali hanno dato ordine alle banche di concedere più mutui per la casa, a condizioni agevolate. Ma soprattutto, il 22 ottobre Evergrande è riuscita a pagare all’ultimo secondo 83 milioni di dollari di interessi su obbligazioni estere che aveva mancato di pagare a fine settembre, quando aveva messo così a nudo il suo crack, finito sui media di tutto il mondo. I regolamenti infatti prevedono un periodo di grazia di 30 giorni prima di dichiarare il default ufficiale. Molti prevedevano che lo stato avrebbe lasciato fallire il gruppo immobiliare segnando così una svolta politica, opinione rafforzata dalle summenzionate dichiarazioni della Banca centrale, che secondo loro costituivano un abbandono di Evergrande ai suoi destini. Ma ciò non è avvenuto. La prassi seguita da tutte le aziende quotate in borsa in questi casi è quella di comunicare le modalità con le quali sono stati raccolti fondi per evitare il default, ma Evergrande ha mantenuto il totale silenzio. Lo stesso schema si è ripetuto identico con un’altra tranche di debito su cui il gruppo aveva fatto default a fine settembre e il cui periodo di grazia scadeva il 29 ottobre: pagata all’ultimo minuto senza spiegare come sono stati reperiti i fondi. E’ quindi legittimo ipotizzare che ci siano stati interventi sottobanco, direttamente governativi o attraverso l’imposizione dell’ordine a soggetti privati di provvedere fondi. È sintomatico a proposito che proprio negli stessi giorni la holding HNA, un altro caso di bancarotta centimiliardaria che si protrae da alcuni anni, abbia annunciato un piano di ristrutturazione grazie all’intervento finanziario di un semifantomatico gruppo privato produttore di carbone (HNA si occupa di tutt’altro, dalle linee aeree, alla finanza e alle infrastrutture), di proprietà di un ex deputato cinese, Fang Wei, a cui anni fa era stato tolto il mandato parlamentare per corruzione…

Un’altra delle notizie economiche più commentate di questo periodo è stata quella dell’annuncio da parte del Congresso del Popolo, il 23 ottobre, della decisione, adottata con procedure segrete, di espandere i progetti-pilota relativi a un’imposta sugli immobili, un tema che si riallaccia, come abbiamo visto, sia al discorso di Xi sulla proprietà comune sia alla crisi del settore immobiliare messa in evidenza dal caso Evergrande. Il Wall Street Journal aveva pubblicato nei giorni precedenti indiscrezioni secondo cui ai vertici cinesi era in corso una lotta in merito all’opportunità o meno di intraprendere nuove iniziative fiscali in questo campo. Subito sono partiti i commenti enfatici di molti osservatori che parlavano di una grande svolta, ma per capire bene la realtà dei fatti bisogna inquadrarli con precisione. Del varo di una tassa sugli immobili si parla in Cina da quasi un ventennio. Nel 2011 erano stati avviati progetti pilota nelle città di Chongqing e di Shanghai, ma limitatamente ad alcune tipologie di proprietà e senza ulteriori sviluppi. La decisione ora annunciata è per l’ennesima volta totalmente vaga. Il Congresso del Popolo non ha comunicato né dove né quando tali progetti pilota prenderanno il via – tra qualche mese? tra anni? In un altro paio di città? In decine di città? Importanti o di secondo piano? Boh! Come nota il sito “NPC Observer”, la più dettagliata fonte di analisi sui lavori del Congresso del Popolo cinese, “Sebbene non sia insolito che una decisione [del Congresso del Popolo] includa pochi dettagli su un nuovo progetto pilota, di norma i documenti legislativi che accompagnano la decisione forniscono maggiori informazioni. Ma il [Congresso del Popolo] finora non ha rilasciato nessun documento del genere riguardo alla sua decisione sui progetti pilota riguardanti la tassa sugli immobili, mentre lo ha fatto per altri progetti di legge approvati lo stesso giorno”. Secondo informazioni raccolte dall’agenzia statale Xinhua presso il Ministero delle finanze, i progetti pilota dovrebbero avere una durata di cinque anni, rinnovabile. Se sarà così, nel migliore dei casi, anche se le autorità cinesi dovessero agire fulmineamente avviando i progetti pilota entro qualche settimana, si avrà una tassa vera e propria di portata nazionale solo a fine 2026, ma il periodo potrebbe essere prolungato di anni, e nulla vieta di far cadere del tutto i progetti nel frattempo. Insomma, ancora una volta si vaga nella nebbia. Nonostante questo, non pochi si sono lasciati andare a commenti trionfalistici. Per esempio, sul “Manifesto”, Simone Pieranni ha scritto a proposito addirittura che “ogni desiderio di Xi pare avverarsi, perfino quando sembra davvero improbabile”. Non è possibile fare tali affermazioni, quando non si sa nemmeno che contrattazione c’è stata, se c’è stata, tra le diverse fazioni: potrebbe essere benissimo che Xi sia stato costretto a ridurre drasticamente i suoi piani, o al limite estremo che la decisione annunciata sia solo un salvafaccia momentaneo da relegare nel dimenticatoio in futuro. D’altronde, e come se non bastasse, la posizione esposta da Xi Jinping nel suo testo sulla prosperità comune è già di per se stessa ultramoderata. Infine, una ancora del tutto ipotetica tassa sugli immobili, che vantaggi effettivi comporterebbe? In teoria, potenzialmente notevoli. Secondo calcoli citati dal Financial Times, se applicata in tutto il paese e a tutti gli immobili con un’aliquota dello 0,7% annuo, potrebbe liberare le amministrazioni locali dalla necessità di vendere terreni per finanziarsi. Ma il governo centrale fino a che punto potrebbe garantire l’applicazione di una tale svolta? I dubbi sono fortissimi, visto che il nesso tra amministratori locali e speculatori immobiliari è strettissimo e consolidato da decenni con reciproci enormi lucri, e visto anche che sempre da decenni gli amministratori locali riescono a boicottare passivamente molte delle più importanti decisioni centrali, quando toccano i loro interessi. È possibile poi applicare un’aliquota del genere in modo generalizzato senza scosse sociali? E inoltre, come verranno affrontati gli effetti secondari sull’economia? Zero vendite di terreni agli speculatori immobiliari vuol dire, per esempio, se non azzeramento, crollo verticale di un settore immobiliare già finanziariamente in ginocchio, e quindi crollo di una delle più importanti colonne portanti dell’economia nazionale nonché indirettamente di uno dei fattori di traino del sistema economico mondiale, come avevamo visto nella prima parte di questa indagine. Che alternative sta preventivamente mettendo a punto la dirigenza cinese per evitare un’eventuale tale crisi sistemica? Nessuna. Ciò vuol dire che i burocrati di Pechino o sono totalmente incoscienti, o non hanno nessuna intenzione di mettere in atto un’autentica tassa sugli immobili a livello nazionale, oppure, più probabilmente, sperano ingenuamente di riuscire ad andare avanti indenni con le loro politiche di un colpo al cerchio e un colpo alla botte, come stanno facendo da decenni accumulando incessantemente debito e altri fattori di crisi.

Carbone, clima, politica zero-Covid

Sono emerse novità anche per quanto riguarda un altro tema della nostra inchiesta dell’11-12 ottobre, e in particolare riguardo alla grave crisi energetica in atto in Cina. Il governo di Pechino ha dato ordine di aumentare al massimo la produzione di carbone, rilassando in parte le limitazioni statali ai prezzi di vendita praticati dalle centrali a carbone, in modo tale che possano realizzare profitti o almeno recuperare i costi. Contemporaneamente, le autorità centrali hanno dato disposizione alle maggiori banche, tutte di proprietà statale, di concedere crediti ai produttori di carbone senza il vincolo di rispettare le usuali garanzie sui prestiti. Due misure che vanno nella direzione di un maggiore inquinamento, un aumento dell’inflazione e un incremento della bolla del debito. La crisi energetica però prosegue, e in più si è aggiunta la crisi del diesel, di cui c’è penuria, con la conseguenza che molti autotrasportatori sono fermi perché non possono rifornirsi, mentre le tariffe di quelli che riescono a muoversi puntano verso l’alto. Questo nuovo fattore di crisi non può che avere riflessi sia sull’efficienza delle catene di approvvigionamento in generale (e quindi sull’industria) sia, di nuovo, sull’andamento dell’inflazione.

Nel frattempo, all’immediata vigilia del summit Cop26, il governo cinese ha finalmente pubblicato il suo nuovo piano per la riduzione dei gas serra, dopo un anno e più di vuoti esercizi retorici successivi all’ennesima “svolta” annunciata da Xi nel 2020. Le opinioni di tutti gli esperti contattati dal Guardian e da altri media parlano di un piano molto deludente e insufficiente. Da parte mia mi limito a commentare che da una parte Pechino formula impegni ecologici nel momento in cui sta aumentando, da un paio d’anni e di molto, l’uso di fonti energetiche sporche, dall’altro che i piani delle autorità cinesi magari potrebbero essere anche validi a parole, ma nella realtà non c’è nessuna forma di controllo pubblico o autonomo dal regime sui risultati che verranno conseguiti nel tempo, per cui il loro valore è a priori scarso.

Va infine rilevato che nelle ultime settimane è scoppiata in Cina un’altra epidemia di variante delta. I numeri ufficiali dei contagiati sono bassissimi rispetto ad altrove nel mondo, ma questa volta il virus si è diffuso in ben 11 province, dal nord al sud del paese, e si è fatto di nuovo vedere nella capitale Pechino, dove a gennaio si svolgeranno le Olimpiadi invernali. Nonostante i numeri limitati, il governo è ricorso ancora una volta a lockdown di massa, per es. nella città di Lanzhou, che ha 4 milioni di abitanti. Come avevo già rilevato nei dettagli, ci sono evidenti malumori ai vertici del regime rispetto alla politica zero-Covid voluta da Xi, e il 15 ottobre addirittura Zhong Nanshan, il medico asceso alle massime cariche e diventato per le autorità quasi un dio in terra dopo avere impostato la politica anti-Covid adottata a Wuhan nel 2020, ha ventilato un possibile allentamento di questa politica, quando invece recentemente i massimi vertici del Pcc avevano categoricamente affermato che non è all’ordine del giorno alcun abbandono della politica zero-Covid.

Distensione (tesa) con gli USA

Nell’inchiesta dell’11-12 ottobre avevo rilevato tra le altre cose notevoli segnali di distensione nei rapporti tra Cina e Usa. In queste ultime settimane ci sono state novità di primissima importanza, sebbene contraddittorie. Il 22 ottobre il presidente Usa, Joe Biden, ha pronunciato durante una trasmissione in diretta della CNN parole che indicano chiaramente l’intenzione degli Usa di proteggere militarmente Taiwan nel caso in cui dovesse essere attaccata. Biden ha articolato in modo alquanto confuso le proprie affermazioni (lo si può vedere nel video qui), ma il loro senso è inequivocabile. Ha aggiunto anche “abbiamo un impegno in tal senso”, cosa che non è affatto vera, e non a caso sia la Casa Bianca che il Pentagono hanno poi subito ribadito che la politica degli Usa rispetto a Taiwan non è cambiata – rimane cioè pienamente ambigua, vale a dire che gli Usa non riconoscono Taiwan ma le forniscono armamenti, non si impegnano a difenderla né ad astenersi dal farlo, e a livello diplomatico raccomandano a Taipei e Pechino di trovare reciproche soluzioni pacifiche alle loro divergenze. Biden aveva già accennato a un cambiamento della posizione Usa su Taiwan un paio di mesi fa, ma in modo del tutto indiretto e ancora più confuso. Qualche settimana fa era andato invece in direzione opposta, dicendo dopo una telefonata con Xi Jinping che i due presidenti avevano concordato di “continuare ad aderire all’accordo su Taiwan”, ma in realtà non esiste alcun accordo su Taiwan tra Usa e Cina. Il presidente Usa probabilmente intendeva riferirsi alla tradizionale politica Usa descritta qui sopra, ma ha fatto una gaffe, non è chiaro se intenzionale o meno. Le ultime dichiarazioni di Biden su un impegno Usa a difendere Taiwan se attaccata, nonostante le modalità con le quali sono state pronunciate, sono clamorose. Ciò che più sorprende, tuttavia, è la reazione moderata di Pechino, che di fronte a questa “svolta storica” di Biden su Taiwan si è limitata a qualche dichiarazione di rito del portavoce del ministero degli esteri. Contenute rispetto alla portata degli eventi sono state anche le successive reazioni ad altre novità riguardanti le politiche di Washington relative a Taiwan. Le autorità Usa hanno discusso ufficialmente con quelle di Taiwan piani per consentire a quest’ultima “una significativa e robusta partecipazione all’Onu”, esortando gli altri paesi aderenti a fare altrettanto. Ricordo che Taiwan non fa più parte dell’Onu da quando negli anni ’70 gli Usa hanno riconosciuto la Cina Popolare a suo svantaggio. Di fronte a questi sviluppi, è importante notare come dopo le mega-incursioni senza precedenti dell’aviazione cinese nello spazio di identificazione aerea di Taiwan a inizio ottobre, non si sono più verificati eventi rilevanti della stessa natura. Va segnalato infine anche che nei giorni scorsi si è svolta una lunga e “fattiva” telefonata tra Helen Yellen (segretario al tesoro Usa) e Liu He (massimo responsabile del Pcc per l’economia), uno sviluppo che conferma gli altri improntati a una distensione tra Washington e Pechino già descritti nella seconda parte della nostra inchiesta.

Intorno alla Cina ci sono stati altri sviluppi a livello militare che la coinvolgono direttamente o indirettamente. Nell’ambito di manovre navali congiunte Cina-Russia, una nutrita flotta di navi militari cinesi e russe ha praticamente circumnavigato il Giappone, arrivando in alcuni punti in strettissima vicinanza delle coste del paese, per esempio passando attraverso lo stretto che divide l’isola di Hokkaido da quella di Honshu, la più grande del Giappone, uno stretto largo appena una ventina di chilometri. Se le marine di Cina e Russia hanno potuto farlo senza violare il diritto internazionale è solo per colpa dello stesso governo di Tokyo, che in quei punti ha ridotto al minimo le proprie acque territoriali per consentire a navi Usa con carichi nucleari di transitare senza violare la legge nazionale contro gli armamenti nucleari. Infine, su un altro piano, è stato confermato che la Corea del Nord ha lanciato per la prima volta nelle scorse settimane da un sommergibile un missile in grado di trasportare testate nucleari, uno sviluppo che comporta un salto di qualità per tutta la regione, Cina compresa.

CONCLUSIONI

Gli sviluppi di queste ultime settimane in massima parte aggravano il quadro generale di crisi che avevo tracciato, e in piccola parte lo modificano. Su quest’ultimo lato, gli ampi estratti del discorso di Xi Jinping pubblicati da “Qiushi” dicono con chiarezza che i massimi vertici del Pcc si rendono conto della crisi sociale alla quale il paese sta andando incontro e ne sono estremamente preoccupati. Le misure concrete che Xi prevede sono però pochissime, le altre o sono confuse e vaghe, o sono di entità del tutto inadeguata, come per esempio la decisione di varare gli ennesimi e non meglio precisati progetti-pilota per la tassazione di immobili, che dureranno anni mentre la crisi del settore e del debito morde sempre più mese dopo mese. E anche nei casi isolati in cui le misure ipotizzate da Xi sono formulate in modo preciso o comunque più o meno decifrabile, come per esempio nel caso dell’aumento degli stipendi degli statali, dell’ampliamento del ceto medio o della riduzione del divario fiscale tra province più ricche e quelle più povere, non si capisce in alcun modo come lo stato cinese possa sostenerle in modo coerente, così come in genere tutta l’idea della “prosperità comune”, in presenza di un’economia in netto rallentamento, di livelli di consumi molto bassi e fermi da decenni, di un debito astronomico in inarrestabile crescita, di un’economia dipendente da un settore immobiliare in totale crisi e altro ancora, il tutto in un contesto di economia mondiale da decenni stagnante e in crisi, senza prospettive di durevoli miglioramenti. Xi e i suoi si dileggiano a lanciare messaggi dalla retorica magniloquente su concetti in ultimo strambi come l’economia duale e la prosperità comune, ma il tempo passa e non stanno mettendo a punto nessun piano fattivo per fronteggiare una crisi che assume caratteristiche sempre più sistemiche, come descritto nelle precedenti parti di questa inchiesta. Mi sembra chiaro che questi grandi discorsi, e le manovre contraddittorie ai vertici politici, siano solo un segno del fatto che i grandi capi del Pcc non sanno più che pesci pigliare, e sperano di riuscire ad andare avanti a forza di slogan populisti, accompagnati esclusivamente da misure inadeguate per tappare in qualche modo le singole falle di una diga sempre più cedevole nel suo complesso.

Gli ultimi sviluppi riguardo al crack Evergrande confermano questo quadro. Per l’ennesima volta le autorità di Pechino ricorrono a salvataggi, magari occulti, per tenere in vita aziende fallimentari, mantenendo intatta, o addirittura aumentando, la bolla del credito. E, come già notato, non formulano né cercano concrete alternative. E’ un approccio che viene pienamente confermato dalle modalità di gestione della crisi energetica che abbiamo descritto in questa dettagliata panoramica. Che Pechino stia vivendo un momento di grave crisi mi sembra confermato indirettamente anche dai segnali di “tesa distensione” con gli Usa: il regime cinese ha bisogno di tranquillità e di meno problemi esterni (ben venga, se è così!) nel momento in cui la sua fragilità economica interna, e forse anche politica ai vertici, è decisamente più alta che nel recente passato. Non è nemmeno da escludersi che gli exploit di Biden su Taiwan siano in parte un approfittare delle difficoltà di Pechino (ma anche Washington ha le sue enormi gatte da pelare a livello interno, dall’economia, al mancato pieno varo del “piano Biden”, ai fermenti e alle diserzioni dei lavoratori Usa, nonché molto altro ancora, e la serie di contraddittorie mosse riguardo a Taiwan e alla Cina è a mio parere un sintomo della confusione che regna in generale anche alla Casa Bianca).

*articolo apparso sul sito https://crisiglobale.wordpress.com/

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