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Pubblichiamo la presa di posizione del Collettivo io l’8 ogni giorno in merito ai recenti sviluppi della vicenda dell’ex-funzionario del DSS (e delle responsabilità dei suoi capi), rilanciata dal recente servizio di Falò. (Red)

In un clima in cui tutti “se la ridono” o si nascondono, percepire l’esistenza di un problema, di un disagio o di un abuso è molto più difficile perché la realtà è permeata da una cultura dello stupro che da sempre offre un terreno fertile per normalizzare, banalizzare o negare le varie forme di violenze sulle donne.
 
Il servizio di Falò andato in onda giovedì 18 novembre ha messo in luce un clima nell’ufficio del DSS fatto di stereotipi, battutine e connivenza tipici della cultura patriarcale. È in questo contesto che si sono verificati fatti che hanno portato alla nota condanna definitiva per violenza carnale di un ex funzionario. È necessario ricordare che sono almeno sette le donne che hanno segnalato di aver subito molestie dall’ex-funzionario ma, anche se tali testimonianze avrebbero certamente portato ad una pena più severa, la sentenza non ha potuto tenerne conto per il semplice fatto che esiste ancora la prescrizione per i reati di carattere sessuale. Il servizio ha mostrato poi quanto poco la parola delle vittime di violenza sia ancora accolta in questo sistema, un sistema che ancora troppe volte, invece di tutelare realmente le vittime sembra maggiormente preoccuparsi di proteggere i propri luoghi di potere.  Il servizio di Falò, inoltre, non ha evidenziato solo i reati ma ha anche messo in rilievo le responsabilità di chi per ruolo professionale e posizione gerarchica era in potere di fermare l’ex funzionario e che – per cultura patriarcale, disinteresse, connivenza, o chissà per quali altri motivi – non l’ha fatto.
 
Ecco spiegato come sia dunque possibile, con un tempismo che fa rabbrividire, che  proprio in concomitanza con la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, Ivan Pau-Lessi scelga di prendere la parola, con un’intervista su  La Regione, non per esprimere delle scuse pubbliche o la vicinanza alle vittime ma per denunciare la RSI per diffamazione e calunnia,  mettendo in dubbio non solo la professionalità di chi ha realizzato il servizio, ma soprattutto la credibilità delle vittime.
Riteniamo scandaloso e preoccupante questo  ennesimo attacco intimidatorio rivolto nei confronti di giornalisti che cercano semplicemente di far luce su ciò che nel nostro Cantone si preferisce nascondere o dimenticare. Tanto più che le persone coinvolte all’interno dell’amministrazione cantonale erano state invitate ad esprimersi dai giornalisti, ma tutte hanno rifiutato.
Il vero problema è l’impunita omertà che vige nel nostro sistema patriarcale e che permette a Pau-Lessi di ascrivere la vicenda nella sola dimensione emotiva, mettendo in atto un tentativo di banalizzazione di reati gravissimi. Tale tentativo si spinge addirittura oltre, negando qualsiasi responsabilità insita nel suo ruolo professionale. Va dunque chiarito che tale atto di accusa nei confronti dei giornalisti – e dunque indirettamente anche nei confronti delle stesse vittime – provenga proprio da chi, per tanti anni, ha svolto un ruolo chiave all’interno della Commissione di aiuto alle vittime e che fino all’anno accademico 2019-2020 teneva delle lezioni su queste tematiche all’interno della formazione in Lavoro sociale presso la SUPSI.  Qualcuno, dunque, che per esperienze e ruoli istituzionali doveva ben possedere quelle competenze necessarie non solo per ascoltare e accogliere la parola delle vittime, ma anche per saper identificare i comportamenti a rischio e distinguere i potenziali reati, offrendo le strategie di sostegno utili alle vittime e riducendo la possibilità di una reiterazione di tali comportamenti nel futuro. 
 
Colpisce come ancora oggi – a distanza di tanti anni e nonostante l’estrema gravità dei comportamenti predatori dell’ex-funzionario DSS emersi dell’iter processuale – Ivan Pau-Lessi non si dimostri in grado di accogliere e comprendere la parola delle vittime, contribuendo addirittura a tutto quel processo di vittimizzazione secondaria che le donne che hanno denunciato stanno subendo ormai da troppo tempo. Lo vogliamo dire chiaramente: non è ammissibile che siano nuovamente le donne che hanno avuto il coraggio di portare avanti questa lunga battaglia, mettendoci addirittura la faccia, ad essere sotto accusa. 
Sorelle, noi vi crediamo! Siamo al vostro fianco e chiediamo che vengano rapidamente prese tutte le misure necessarie per accertare le responsabilità e per far tutto il possibile affinché siano migliorate le procedure di ascolto, accompagnamento e protezione delle vittime.

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