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Nelle scorse settimane, intervenendo nel dibattito sul caso Tisin, avevamo cercato di spiegare per quale ragione un contratto collettivo di lavoro (CCL) non è di per sé una “conquista”, qualcosa che, in ogni caso, apporterà del bene; non è, dicevamo, un “progresso” per definizione.

La vicenda Tisin è lì ad illustrarlo. Così, come, aggiungevamo, anche altre pratiche sindacali, di sindacati riconosciuti come tali che, molto spesso, si “dimenticano” di costruire un percorso con i lavoratori e le lavoratrici e stipulano accordi (CCL) sui quali questi ultimi non hanno nemmeno potuto esprimere un parere.

A volte, nella tradizione politica e sindacale svizzera, i CCL non sono stati il frutto di lotte e mobilitazioni partite dalle richieste dei salariati; ma, molto spesso, sono stati  anche espressione della volontà padronale di poter disporre di uno strumento che regolasse, al livello più basso, le condizioni della concorrenza in un determinato settore; concorrenza che, evidentemente, ruota attorno alle condizioni di lavoro e di salario del personale dalle quali scaturisce la valorizzazione del capitale, cioè il profitto.

Abbiamo casi illustri, del passato e del presente, di CCL che, pur non avendo i requisiti minimi fissati dalla legge, sono stati comunque decretati di obbligatorietà generale: pensiamo, per il passato, a quello del settore principale della costruzione; per il presente a CCL che riguardano centinaia di migliaia di lavoratori: da quello dei lavoratori collocati dalle agenzie di lavoro temporaneo a quello della ristorazione, passando per quello dei parrucchieri, etc. etc.

Sono tutti CCL che, decretati poi di obbligatorietà generale (avendo cioè di fatto forza di legge), istituiscono dei veri e propri salari minimi legali settoriali: solo una buona dose di analfabetismo politico e sindacale ha potuto e continua ad alimentare le discussioni, sorte di recente nel nostro Cantone, sulla differenza tra un salario minimo di tipo “sociale” e uno di tipo “economico”.

Non sorprende quindi, ed è notizia di pochi giorni fa, che i sei maggiori datori di lavoro del settore della logistica svizzera abbiano costituito un’unica associazione padronale (Recapito svizzero) con l’obiettivo di concludere un CCL per tutto il settore. Naturalmente non si tratta di un moto spontaneo di generosità padronale, poiché è la Legge sulla Posta del 2012 ad imporre ai fornitori di servizi postali (pubblici e privati) di rispettare le condizioni di lavoro usuali nel settore e di negoziare un contratto collettivo di lavoro (CCL). Sorprende che, passati quasi 10 anni, solo una delle tre associazioni promotrici del progetto “Recapito svizzero” abbia ottemperato a questo obbligo.

La vicenda, tuttavia, ha il pregio di attirare la nostra attenzione sul valore ambiguo oggi assunto dai CCL che, come detto, rappresentano più un elemento d’ordine nella concorrenza sul mercato del lavoro che una risposta adeguata ai bisogni dei salariati.

Questo significa che non devono essere oggetto di lotta e di mobilitazione e che si deve preferire la “via legislativa”? Non si tratta di scegliere tra una strada e l’altra: entrambe, in quanto tali, non sono garanzia di successo per rispondere ai problemi salariali e di condizioni di lavoro che diventano sempre più problematiche in questo paese.

Ci pare preferibile una terza via, quella che punta sulla capacità di mobilitazione dei salariati, sul loro coinvolgimento, sulla loro partecipazione democratica alla formulazione delle rivendicazioni e alla ratifica degli accordi raggiunti (siano essi contrattuali o legali). E che non si concentra tanto sulla forma (CCL o legge), ma sui contenuti di questi accordi. In materia salariale, ad esempio, devono essere dei minimi che non contribuiscano a spingere verso il basso tutto il sistema salariale (dumping).

Su questa via c’è ancora molto da fare: non ci pare di esagerare affermando che si è perso addirittura terreno. Il nostro Cantone ha visto, negli ultimi mesi, ben tre manifestazioni sindacali (quella del personale curante in maggio, quella del personale cantonale sulla cassa pensione in settembre e quella del 30 novembre) che hanno palesato insufficienti capacità di mobilitazione sindacale (poche centinaia di lavoratori e lavoratrici a ognuno di questi appuntamenti). Appuntamenti convocati dalle organizzazioni sindacali con grande dispendio di mezzi propagandistici.

Vi è, evidentemente, un problema di credibilità e legittimità che il movimento sindacale deve risolvere con urgenza se vuole, sul serio, tornare a rappresentare gli interessi dei salariati e delle salariate di questo Cantone. Altrimenti resterà al traino delle decisioni padronali o dei partiti che ne rappresentano gli interessi.

*articolo apparso sul quotidiano La Regione l’11 novembre 2021

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