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Pubblichiamo due atti parlamentari inoltrati oggi (20 dicembre) dalle deputate e deputati MPS al Consiglio di Stato.
La prima, un’interpellanza, affronta, partendo dalla recente aggressione di Lugano, la questione dell’efficacia (inesistente) dell’attuale sistema di protezione.
La seconda, un’interrogazione, pone una serie di questioni partendo dal recente rapporto presentato dal governo in materia! (Red)

Un’ennesima violenza perpetrata su una donna, in Ticino. Il sistema di protezione funziona davvero?

È notizia recente l’aggressione, l’ennesima potremmo dire, di una ragazza da parte del suo ex compagno. Un’aggressione avvenuta in un luogo pubblico e fermata solo grazie all’intervento di alcuni passanti.

Di fronte a questa ennesima violenza si è costruita una rete di solidarietà spontanea tra donne, ma né l’ufficio cantonale che si occupa di violenza domestica ne nessuna istituzione ha espresso solidarietà e nemmeno costruito una rete di protezione adeguata.

La polizia, intervenuta dopo la segnalazione dei due passanti, ha allontanato l’aggressore ma non ha accompagnato la vittima in ospedale, la presa a carico della vittima in pronto soccorso è avvenuta soltanto dopo oltre 7 ore di attesa e non è stata accompagnata dalla messa in sicurezza della donna aggredita. Quello che appare evidente nel sistema burocratico ticinese è che la macchina si inceppa e la rete non parte: i vari uffici competenti non si parlano, l’aiuto non parte automaticamente. Aggiungiamo il fatto che il personaggio violento è stato rilasciato subito ed è stato tratto in arresto solo alcuni giorni dopo l’aggressione. La vittima nel frattempo ha vissuto per giorni chiusa in casa, senza nessun supporto ne sicurezza con il terrore poter ricevere una visita da parte dell’ex partner, da un momento all’altro! Che giustizia è mai questa? Un uomo, già segnalato per violenza domestica in una precedente relazione, può girare indisturbato senza nessun tipo di limitazione né controllo, mentre chi subisce le violenze deve temere per la propria vita in ogni momento. Sembra proprio che le storie si ripetano, senza che si possa imparare nulla (la bruttissima vicenda di Solduno ne è la dimostrazione)

Con queste premesse chiediamo al Consiglio di stato:

  1. Corrisponde al vero che la polizia non ha accompagnato la donna in Ospedale? Se si come mai?
  • La polizia non ha l’obbligo di informare le vittima sull’esistenza dei servizi di cura e di protezione e di informare la vittima su come può ricevere aiuto e sostegno? Se si questo è avvento nel caso specifico? Se no come mai?
  • Il Consiglio di stato non ritiene opportuno che la Polizia potesse segnalare gli interventi effettuati alle Case delle donne in modo che i Consultori possano ricontattare le vittime per verificare se desiderano un accompagnamento o un posto in una delle case?
  • In casi di violenza quali sono i rapporti tra Polizia e ospedale?
  • Negli ospedali sono presenti figure formate che possono indirizzare le donne verso servizi di protezione e di sostegno? Questo è stato fatto nel caso specifico? Se no come mai questo non avviene?
  • Non ritiene il CDS che i recenti casi dimostrino serie lacune nella rete dei servizi che non permettono alle donne di mettersi in sicurezza e soprattutto agli uomini di essere impossibilitati a nuocere?

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Violenza di genere: il cantone fa veramente abbastanza?

I casi di aggressione e di violenza contro le donne si susseguono con un ritmo impressionante. Ancora più impressionante constatare che queste donne aggredite rimangono molto spesso inascoltate e non trovano nessuna forma di protezione. I recenti fatti di Lugano non sono che l’ennesima dimostrazione di questa situazione. Una donna minacciata più volte, aggredita in un luogo pubblico e tratta in salvo da alcuni passanti ha dovuto stare in casa per diversi giorni, mentre il suo aggressore girava tranquillamente a piede libero, prima di essere tratto in arresto. L’ennesimo fallimento di una politica che invece di proteggere le vittime di fatto diventa complice dei colpevoli.

Sappiamo purtroppo che non si tratta di un caso isolato, ma continuiamo a chiederci come questo possa avvenire. Abbiamo più volte ribadito come il sistema di messa in sicurezza e la rete di protezione delle donne sia carente, mancano servizi di ascolto, antenne sul territorio e risorse per le case di protezione.

Il cantone continua però a ribadire che tutto va bene, che le strutture esistono e che il sistema tutto sommato funziona. È questo fondamentalmente la sintesi principale del Piano d’azione appena presentato dal Governo.

Proprio leggendo alcuni elementi di questo piano, chiediamo al Consiglio di stato:

1. Secondo la Convenzione di Istanbul in Ticino dovrebbero esserci 35 posti di protezione per donne vittime di violenza, stando ai dati contenuti nel Piano d’azione cantonale oggi se ne contano 45 (di cui 19 per le madri, 26 per i minori e 10 per minori in esternato)… Vi sono però due problemi: in primo luogo nella convenzione di Istanbul posti equivale alle camere, e non ai letti: una donna che trova rifugio con i suoi due figli, ad esempio, occupa un posto (una camera) allo stesso modo di una donna che arriva da sola. In secondo luogo, una parte dei posti si trovano in realtà presso Casa Santa Elisabetta che non è una struttura protetta per donne vittime di violenza e soprattutto non si trova in un luogo segreto.

Quanti sono quindi i posti (camere) per donne nelle due case protette (casa Armonia e Casa delle donne)? Nella statistica 2013 delle case rifugio, il Ticino figurava in penultima posizione nel confronto con gli altri cantoni per il numero di posti (camere) nelle case rifugio in rapporto alla popolazione (0,09 posti per 10’000 abitanti).[1] Quale è la situazione attuale?

2. Secondo quali parametri il Consiglio di Stato aggiunge i minori al calcolo dei posti disponibili?

3. Secondo quali criteri il Consiglio di Stato aggiunge i posti di Casa Santa Elisabetta che è ufficialmente un CEM (centro per minori) al calcolo dei posti?

4. Il Cantone è a conoscenza di come vengono messe in sicurezza le donne, qualora le case fossero piene e un divieto di allontanamento non risolverebbe la situazione?

5. Come intende il Consiglio di Stato attuare l’articolo 23 della Convenzione di Istanbul?

6. Nel catalogo di prestazioni delle case delle donne, adottato nel 2016 dalla Conferenza svizzera delle direttrici e dei direttori cantonali della sanità, sono enumerate le principali prestazioni che dovrebbero essere offerte da queste strutture: 

a. punto di contatto e di informazione e servizio specializzato (point de contact et d’information et service spécialisé)

b. accordare sicurezza e protezione, accoglienza e servizio in caso di crisi (accorder sécurité et protection, accueil et intervention de crise)

c.  fornire alloggio, vitto e infrastrutture (accorder hébergement, restauration et infrastructure)

d. consiglio da parte di esperti e sostegno durante il soggiorno (conseil d’experts et soutien pendant le séjour)

e. garanzia di mezzi per l’esistenza materiale (soutien dans l’assurance des moyens d’existence matériels)

f. inquadramento, accompagnamento quotidiano e sviluppo di competenze durante il soggiorno (encadrement, accompagnement au quotidien et développement des compétences pendant le séjour)

g. offerte specifiche per i bambini (offres spécifiques pour les enfants)

h.  preparazione per l’uscita e soluzioni per il seguito (préparation au départ et solutions pour la suite)

i.  seguito del percorso (suivi / postvention)

l. informazione al pubblico (information du public)

m. ufficio di consulenza ambulatoriale (office de conseil ambulatoire)”[2]

Casa Armonia conta di un organico di sei operatrici (tre operatrici attive e tre operatrici supplenti), mentre l’Associazione Consultorio delle Donne conta cinque operatrici, pari però a 2,5 unità a tempo pieno. Ritiene che questa dotazione sia sufficiente a garantire un buon funzionamento del servizio? La dotazione attuale permette di garantire le 11 categorie di prestazioni raccomandate dalla Conferenza svizzera delle direttrici e dei direttori della sanità? Non ritiene necessario un potenziamento? Se sì, in che misura e con quali tempi?

7. È a conoscenza di come viene organizzato il lavoro durante le ore notturne? È presente una figura professionale nelle case nelle ore notturne?

8. La dotazione attuale permette di rispettare l’articolo 48 del Contratto collettivo degli Istituti sociali?

9. I consultori legati alle due case protette sono due, il consultorio Alissa, che si trova a Bellinzona ed è aperto un giorno e mezzo a settimana, il Consultorio delle Donne, che si trova a Lugano ed è aperto 3 giorni e mezzo alla settimana.

Ritiene adeguato questo servizio? Non è auspicabile un potenziamento di questo consultori? Se sì, come intende intervenire concretamente?

10. È vero che il Consultorio della Casa delle donne è incluso nella dotazione di 2.5 unità? Quale è la percentuale reale attribuita a ciascuno dei servizi, quali sono le percentuali effettive delle case delle donne?

11. Nel 2019 il finanziamento erogato sulla base del contratto di prestazione è stato di fr. 3’341’000 e copre una percentuale dei costi variabile tra il 75% e il 90% per le tre Case. Va altresì rilevato che le entrate restanti delle Case sono costituite in gran parte ancora da contributi pubblici (contributi in base alla LAV, prestazioni LAPS per le persone in difficoltà economiche). A quanto ammonta il finanziamento per le singole strutture (Casa Armonia, Casa delle donne e casa Santa Elisabetta)? Come sono versati i contributi LAV? A quanto ammontano per ogni singola struttura?

12. Corrisponde al vero che le Case delle donne ricevono CHF 50.00 al giorno per il soggiorno della vittima? Come si situa questa cifra rispetto ad altri Cantoni? Corrisponde al vero che altri Cantoni pagano CHF 200.00 al giorno? Il Consiglio di Stato non ritiene necessario aumentare la cifra giornaliera per poter permettere alle Case delle donne di implementare i loro servizi e di garantire un accompagnamento maggiore alle vittime

13. Il ricorso al posto nelle Case delle donne avviene maggiormente su autosegnalazione delle donne stesse. Secondo il Piano d’azione cantonale il soggiorno nelle Case delle donne viene proposto raramente dalla polizia. A differenza di quanto accade in altri cantoni, che già da diversi anni hanno adottato una procedura proattiva di presa di contatto con le vittime – segnalate dalla polizia – da parte dei servizi di consulenza o di accoglienza per vittime,[3] in Ticino la Polizia non ha nessun obbligo nemmeno di segnalare alle vittime l’esistenza delle case protette e degli altri servizi di aiuto. Come viene giudicata la collaborazione fra la polizia e le case delle donne? La polizia informa le vittime sull’esistenza delle case delle donne? La formazione di 42 ore sul tema della violenza domestica viene ritenuto sufficiente? La polizia descrive alla vittima la possibilità dell’allontanamento e quella del rifugio in una casa delle donne? La polizia potrebbe in futuro consegnare un opuscolo delle case delle donne alle vittime? La polizia potrebbe in futuro collaborare maggiormente con il Consultorio delle donne e segnalare gli interventi alle Case delle donne in modo che i Consultori possano ricontattare le vittime per verificare se desiderano un accompagnamento o un posto in una delle case?

14. Come avvengono le segnalazioni attraverso gli ospedali ed in particolare attraverso il pronto soccorso? Il pronto soccorso dispone di personale formato a riconoscere casi di violenza di genere? Il personale del pronto soccorso come informa le vittime sulle loro possibilità? Il personale del pronto soccorso adempie l’obbligo di denuncia di ufficio? Se sì, come viene dato seguito alla denuncia di ufficio e dove vanno le vittime nel frattempo?


[1] Maisons d’accueil pour femmes en Suisse : analyse de la situation et des besoins. Rapport de base. Etabli sur mandat

de la Conférence des directrices et directeurs cantonaux des affaires sociales (CDAS) et du Bureau fédéral de l’égalité entre femmes et hommes (BFEG), Zurich, le 19 novembre 2014, Susanne Stern, Judith Trageser, Bettina Rüegge, Rolf Iten, tabella 3.

[2] Conférence des directrices et directeurs cantonaux des affaires sociales (CDAS), Catalogue de prestations maisons d’accueil pour femmes adopté le 19 mai 2016 par le Comité CDAS, p. 5.

[3]Une démarche proactive comporte une prise de contact immédiate avec les victimes et les personnes auteures de la violence sans que celles-ci soient obligées de se rendre dans un centre de consultation. Le but de cette démarche est d’informer rapidement les personnes de leurs droits et devoirs après une intervention policière”, Bureau fédéral de l’égalité entre femmes et hommes, La violence domestique dans la législation suisse. Feuille d’information BFEG, domaine Violence domestique, avril 2013, p. 9.

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