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Mai come in questa fase storica appare evidente come qualsiasi scelta determinante per il presente e il futuro della popolazione – locale, nazionale e mondiale – sia subordinata alla possibilità di garantire ai possessori di capitali di continuare ad assicurare la realizzazione dei loro profitti. La crisi climatica ne è l’emblema più totale. Ma anche la crisi pandemica Sars-CoV2 risponde esattamente agli stessi imperativi. Questo è valido su scala planetaria ma ancora di più a livello svizzero e ticinese.

Infatti, anche al cittadino più disattento non potrà essere sfuggito il fatto che le autorità politiche di questo paese abbiano speculato, e lo stiano facendo ancora, su una questione decisiva come la crisi sanitaria attuale. In sostanza, l’interesse collettivo superiore rappresentato dalla salvaguardia della salute di ciascun individuo e, dunque, della collettività intera, viene dopo il diritto di un’altra minoranza di esercitare in qualsiasi situazione la facoltà di mettere in movimento forza lavoro e capitali per conseguire i propri profitti privati. Neppure il virus deve fermare il capitale. La presa a carico degli interessi della classe dominante elvetica a matrice ultra-liberale ha portato lo Stato e i suoi apparati ad avere una politica sanitaria deficitaria di fronte alla pandemia in occasione delle diverse ondate che si sono succedute, in particolare proprio in questa quinta.

Tutta la strategia attuale è basata praticamente solo sulla vaccinazione e sull’uso della mascherina nei locali chiusi, misure che permettono l’assoluta circolazione del capitale e la sua valorizzazione ma che permettono anche al virus di continuare a diffondersi. Infatti, la sola politica sanitaria efficace è quella che unisce una strategia di bassa incidenza organizzata a livello nazionale (ma lo dovrebbe essere a livello globale) a una strategia di vaccinazione a tappeto. La bassa incidenza è ottenibile unicamente limitando al massimo lo spostamento e l’incrocio delle persone. Detto in altre parole, sospendere per un periodo congruo (fino a quando la quinta onda non sarà definitivamente spezzata, cioè attraverso una significativa diminuzione del numero dei contagi) tutte le attività produttive non oggettivamente fondamentali per quanto riguarda i bisogni sociali, sanitari e alimentari.

Le autorità svizzere invece, agiscono in un senso contrario all’evidenza scientifica e al diritto primordiale della difesa della salute pubblica. È impossibile non porsi la domanda se il padronato, dopo aver diligentemente pesato i vantaggi e gli svantaggi sulla bilancia dei profitti privati, abbia implicitamente preso in considerazione l’opzione di un’immunizzazione di massa attraverso l’esposizione al virus della sua forza lavoro, anche se questo potrebbe causare sul corto termine dei problemi di disfunzionamento a livello del sistema di produzione e di circolazione. Sicuramente minori se paragonati a un blocco delle attività non essenziali per uno o due mesi, magari da ripetere sull’arco di un anno o due.

Ecco, è rispetto a questo contesto di fondo che si spiega la politica di protezione della salute delle lavoratrici e dei lavoratori in Svizzera e in Ticino. Una politica totalmente aberrante dal punto di vista della salute pubblica, assolutamente coerente da quello della difesa degli interessi del capitale.

Quali sono gli obblighi dei datori di lavoro (padroni)?

Come abbiamo più volte ribadito, gli obblighi imposti ai padroni per salvaguardare la salute dei propri dipendenti sono stati e sono assolutamente evanescenti, non vincolanti e costruiti perfettamente per non intralciare nel modo più assoluto le attività produttive. In sostanza, le imprese hanno avuto quale punto di riferimento normativo la Guida pratica per i controlli Covid-19 sui cantieri e nell’industria, elaborata della Segreteria di Stato all’Economia (SECO) e con la partecipazione dell’Associazione intercantonale per la Protezione dei Lavoratori (AIPL) e della Suva. Le misure di protezione delle lavoratrici e dei lavoratori rinviavano al distanziamento sociale, all’uso di mascherine e del disinfettante per le mani, alla pulizia dei posti di lavoro comuni. Nel pieno rispetto della tradizione normativa elvetica in materia di diritto del lavoro, queste misure sono state completamente depotenziate da una fitta serie di deroghe. Ad esempio, nel settore dell’edilizia, il tracciamento dei contatti nei cantieri non è stata ritenuta una misura vincolante, impedendo così la possibilità di individuare e circoscrivere potenziali focolai pandemici. Alla stessa stregua, l’uso di mascherine non è stato reso obbligatorio se il rispetto della distanza fra un lavoratore e l’altro era di 1,5 metri. E quando il rispetto di questo distanziamento non era garantito, l’uso della mascherina non era necessario qualora i contatti ravvicinati fra i dipendenti risultavano essere di “breve durata” … Solo nel caso di lavorazioni che richiedevano un contatto ravvicinato costante, l’uso della mascherina diventava obbligatorio. È evidente che l’introduzione di queste infinite deroghe ha reso difficile qualsiasi forma di protezione collettiva della salute, creando anche fra i lavoratori una situazione di “confusione interpretativa” che ha, di fatto, liberato gli impresari da qualsiasi responsabilità nei confronti dell’obbligo legale di tutelare la salute dei propri dipendenti, delegando la soluzione di un problema collettivo alla buona volontà individuale dei lavoratori (uso comunque costante della mascherina per esempio).

La situazione nell’edilizia durante la quinta ondata

Dopo il blocco delle attività non essenziali deciso in Ticino, unico caso in Svizzera, tra metà marzo e metà aprile del 2020, gli impresari edili avevano sostanzialmente introdotto le misure minime di protezione della propria forza lavoro, limitandosi alla fornitura di mascherine e di disinfettante. Dal sondaggio realizzato dal sindacato Unia Ticino emergeva che nell’85% dei cantieri analizzati, le imprese edili mettevano a disposizione le mascherine. Ma nell’82% di questi casi, il rinnovo delle mascherine non era automatico ma su richiesta insistente dei lavoratori.

Il 75% del campione forniva il disinfettante ma solo ai propri dipendenti diretti, disinfettante presente solo nelle baracche. Grave invece il fatto che nel 74% dei casi non sono state approntate apposite postazioni con disinfettante collocate in diversi punti del cantiere, a disposizione di tutti i lavoratori attivi (muratori, artigiani, ecc.). 

Per quel che concerne la questione del distanziamento nelle baracche e la pulizia/igienizzazione dei locali comuni (baracche e bagni), nel 57% dei casi gli operai edili hanno risposto che le baracche erano sufficientemente grandi dal garantire la distanza di 1,5 metri fra ogni edile seduto. Nell’86% casi dove questo distanziamento non era garantito, le ditte non hanno organizzato la benché minima misura per ovviare a questa pericolosa situazione.

Infine, dall’inchiesta sindacale si apprendeva che dopo il lock-down di marzo-aprile, solo il 22,73% dei cantieri (30 su 132) ha introdotto un sistema di tracciamento di base! Addirittura sono solo 6 i cantieri che hanno mantenuto in vigore seriamente questo sistema per almeno 4 mesi. Un’inchiesta dunque dalla quale emergeva come la protezione degli edili in cantiere fosse limitata a pochissime misure elementari, oltretutto dal basso costo finanziario. Uno scenario elementare e neppure troppo diffuso. E questa era la fotografia fino a fine ottobre 2020.

Da allora, nonostante le nuove ondate, la situazione è andata nettamente peggiorando. Chi scrive gira quotidianamente i cantieri. E la situazione nella quinta ondata è semplicemente tragica. Del poco approntato dalle imprese edili nella fase immediatamente successiva al lock-down non rimane praticamente più traccia. L’unica dimostrazione che ci si trovi ancora in una situazione pandemica è il fatto che alcuni operai edili, ridotti ormai a una minoranza, usino ancora le mascherine. Non esistendo praticamente alcun vincolo legale, gli impresari edili hanno nei fatti cancellato la pandemia dai cantieri. L’impressione, confermata anche da diverse discussioni con i capo-cantieri, è che ormai le ditte facciano conto sulla vaccinazione quale misura capace di attenuare gli effetti del virus sulla salute dei propri dipendenti. Per essere più chiari: grazie al vaccino, l’impatto dell’infezione si riduce, in molti casi, a quello di una classica influenza, ciò che non intralcia in maniera importante la produzione. In questo senso, non sono pochi i casi segnalati di operai costretti a lavorare nonostante fossero stati infettati. In conclusione, i cantieri ticinesi continuano a tranquillamente lavorare, senza preoccupazioni, senza ostacoli. La piena operatività è garantita…

La situazione nell’industria…

In questo settore economico è molto più difficile ricostruire la situazione passata e quella presente. Questo perché la presenza sindacale non è ancora diffusa sui posti di lavoro come nel caso dell’edilizia. Rispetto a questo campo, l’industria è confrontata a un limite oggettivo importante: l’elevata concentrazione di operaie e operai in un ambiente ristretto e chiuso, la fabbrica appunto. In un’impresa edile, la forza lavoro è frazionata sui diversi cantieri e, perciò, difficilmente le varie squadre entrano in contatto. Questa suddivisione gioca da “porta tagliafuoco” in caso di un focolaio di contagi. Ipoteticamente, si chiude il cantiere ma il resto della ditta continua a lavorare. In una fabbrica, invece, se parte un processo infettivo, il rischio elevato è che si diffonda a tutta la produzione. Per questa ragione fondamentale, il lotto di misure basiche a difesa dei dipendenti è forse stato applicato con una maggiore efficacia e prolungato nel tempo.

In questo senso abbiamo potuto constatare come in molte aziende le mascherine, le postazioni con il disinfettante, la realizzazione di pennelli d’isolamento per posto di lavoro, l’igienizzazione regolare delle postazioni di lavoro, il rispetto del distanziamento sociale grazie anche alla creazione della produzione su due turni (in modo da ridurre il numero di lavoratori attivi simultaneamente e, soprattutto, ampliando la distanza fra di loro) sono misure consolidate, almeno per quanto concerne le grandi imprese, come nel campo dell’orologeria e della metalmeccanica.

Nelle realtà produttive più piccole, la stragrande maggioranza dei casi, la situazione è generalmente meno positiva, in quanto le misure di protezione si limitano all’uso delle mascherine e del disinfettante.

Anche nell’industria, la quinta ondata sta facendo emergere una tendenza preoccupante. Considerando che in molte fabbriche, la quasi totalità della forza lavoro è frontaliera e presenta un tasso di vaccinati molto elevato – in alcune fabbriche il numero di vaccinati sfiora il 90% -, molte imprese hanno rinunciato ai test ripetuti in azienda per bloccare eventuali focolai infettivi. Questa politica aziendale sembra essere alimentata da tre fattori principali. In primo luogo, non si tratta di una misura obbligatoria. In secondo luogo, la Confederazione ha ridotto massicciamente il finanziamento di questi test ripetuti, introducendo un sistema selettivo complicato per il tipo di azienda che può farvi capo. Per dei padroni abituati a misurare qualsiasi scelta aziendale in funzione del margine di profitto scontato, l’assunzione diretta del costo dei test ripetuti ha decretato la scelta di non ricorrere a questo strumento. Una scelta anche facilitata dal sospetto che la riduzione degli effetti del virus sulle persone vaccinate – quindi con una riduzione delle giornate di assenza dal posto di lavoro – sia ormai considerata come una “conseguenza sopportabile” in termini produttivi.

Per quanto sarebbero necessari dati e analisi più approfonditi sulla protezione della forza-lavoro nel quadro della pandemia, una conclusione appare scontata. La quinta ondata dalla Sars-CoV2 conferma senza ombra di dubbio il primato della difesa degli interessi del capitale su quelli della salute pubblica. Il padronato e i loro rappresentanti politici infatti sono compatti nello scartare le due misure decisive: il blocco delle attività non essenziali e un rafforzamento deciso delle misure tese ad aumentare il numero dei vaccinati. In questo contesto, spezzare la morsa del virus sarà un’impresa tutt’altro che semplice…            

*sindacalista

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