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I più ricchi conquistano un’enorme quota di reddito, possiedono la maggior parte della ricchezza e sono responsabili di una quota sproporzionata di emissioni di CO2. Questi sono i principali risultati dell’ultimo rapporto sulla disuguaglianza globale, prodotto da un gruppo internazionale di economisti e statistici.

Dagli anni ’80, la disuguaglianza di reddito e patrimonio è aumentata quasi ovunque, come risultato dei programmi di deregolamentazione e liberalizzazione. Questa tendenza si è accelerata ­durante l’epidemia di Covid.

Attualmente, il 10% più ricco della popolazione mondiale consegue il 52% del reddito globale, mentre la metà più povera guadagna solo l’8%. La disuguaglianza patrimoniale è ancora più forte di quella di reddito. La metà più povera della popolazione mondiale non ha praticamente alcuna ricchezza, possedendo solo il 2% del totale. Al contrario, il 10% più ricco della popolazione mondiale possiede il 76% della ricchezza mondiale. La quota di ricchezza detenuta dallo 0,01% più ricco è aumentata dal 7% all’11% tra il 1995 e il 2021

Nella parte alta di questa statistica, lo 0,001% più ricco rappresenta, nel 2021 e a livello mondiale, 55’200 persone adulte, e detiene poco più del 6% della ricchezza mondiale; il che significa che la loro ricchezza è di 6’000 volte superiore alla media. Per comprendere cosa possa rappresentare, basti ricordare che la ricchezza totale del 50% più povero della popolazione mondiale, un gruppo che è 50’000 volte più grande dello 0,001% più ricco, è tre volte più piccola (2%).

La questione del cambiamento climatico

Uno dei punti più interessanti del rapporto riguarda il contributo al cambiamento climatico. Gli autori evidenziano il legame tra disuguaglianza di reddito e di patrimonio e contributi ineguali al cambiamento climatico. In media, gli esseri umani emettono 6,6 tonnellate di biossido di carbonio equivalente (CO2) pro capite all’anno, con grandi disparità all’interno della popolazione mondiale.

Il 50% più povero emette in media 1,6 tonnellate all’anno e contribuisce al 12% del totale. Il 40% medio emette in media 6,6 tonnellate, cioè il 40,4% del totale. Il 10% più ricco emette 31 tonnellate (47,6% del totale). L’1% più ricco emette 110 tonnellate (16,8% del totale). Quasi la metà di tutte le emissioni è quindi da ricondurre a un decimo della popolazione mondiale; altrimenti detto, un centesimo della popolazione mondiale (77 milioni di persone) emette più di tutta la metà povera della popolazione (3,8 miliardi di persone).

Il rapporto evidenzia una questione fondamentale: contrariamente a come viene comunemente presentata, questa disuguaglianza non è semplicemente una questione relativa a paesi ricchi e poveri. Ci sono grandi emettitori nei paesi a basso e medio reddito, e piccoli emettitori nei paesi ricchi. Secondo gli autori, nel 1990, la maggior parte della disuguaglianza globale del carbonio (63%) era dovuta alle differenze tra i paesi: a quel tempo, il cittadino medio di un paese ricco inquinava inequivocabilmente più del resto dei cittadini del mondo. Questa situazione è stata quasi completamente invertita in 30 anni. Le disuguaglianze all’interno dei paesi sono ora responsabili di quasi due terzi delle disuguaglianze globali nelle emissioni. Questo non significa che non ci siano significative (spesso enormi) disuguaglianze di emissioni tra paesi e regioni del mondo. Significa che oltre alla grande disuguaglianza nelle emissioni di carbonio tra i paesi, ci sono disuguaglianze ancora maggiori tra gli individui e i gruppi sociali.

In Europa, la metà più povera della popolazione emette circa cinque tonnellate all’anno per persona; in Asia orientale circa tre tonnellate e in Nord America circa dieci. Questo è in netto contrasto con le emissioni del primo 10% di queste regioni (29 tonnellate in Europa, 39 in Asia orientale e 73 in Nord America).

“Nessuna via d’uscita senza mettere in discussione la concorrenza”

Il rapporto arriva alla conclusione che la scala di trasformazione necessaria per ridurre drasticamente le emissioni di gas serra nei paesi ricchi non può essere raggiunta senza che le disuguaglianze ambientali e sociali vengano integrate nella progettazione stessa delle politiche ambientali. Gli autori criticano le tasse come la carbon tax, che colpiscono indiscriminatamente i ricchi e i poveri. Ma è sufficiente per limitare le disuguaglianze di ricchezza? Nel capitalismo, l’1% più ricco è innanzitutto chi ha il potere perché possiede i mezzi di produzione. Sono loro che determinano gli investimenti e la direzione della produzione, e influenzano le politiche degli Stati. Sono la classe dominante. È questo potere che deve essere rimesso in discussione. Come sottolinea il nostro compagno Daniel Tanuro, autore di diversi testi sulla crisi ecologica, in un recente testo basato su dati simili, ridurre le disuguaglianze è necessario ma non sufficiente: “Non c’è via d’uscita senza mettere in discussione la competizione per il profitto, il motore del produttivismo basato sul diritto di proprietà capitalista”. (2)

1.Rapporto del World Inequality Lab, online su https ://wir2022.wid.world/

2. “Clima, disuguaglianze e lotta di classe” (Clima, disuguaglianze e lotta di classe * MPS – Movimento per il socialismo (mps-ti.ch)

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