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La natura dell’inquilino del Quirinale in uno stato capitalista come l’Italia. I rischi di un presidenzialismo di fatto. Uno slogan degli anni ’70 scandiva: “Il Presidente, chiunque esso sia, è sempre un servo della borghesia

Come è noto il Parlamento italiano è convocato il 24 gennaio in seduta comune della Camera e del Senato per eleggere il 13° Presidente della Repubblica italiana. Il mandato dell’attuale presidente, Sergio Mattarella, eletto nel 2015, scade infatti il 3 gennaio 2022. Il corpo elettorale è composto da 321 senatori, di cui 6 senatori a vita, 630 deputati e 58 delegati eletti dai Consigli Regionali, per un totale di 1009 grandi elettori. Si procede non con un dibattito parlamentare, ma solo con una serie di votazioni a scrutinio segreto. Le prime tre votazioni richiedono la maggioranza qualificata dei 2/3 per eleggere il Presidente, a partire dalla quarta votazione basta la maggioranza assoluta degli aventi diritto. I lavori del Parlamento potrebbero protrarsi per diversi giorni, tenuto conto delle misure di sicurezza sanitaria che devono essere adottate, mentre ad oggi non sembra ancora risolta la questione dei numerosi parlamentari che risultano positivi al covid.

Questo passaggio istituzionale e politico fondamentale avviene in un quadro di una grande crisi sanitaria e sociale del paese e con gli ospedali al collasso, tanto è vero che tutti i commentatori hanno richiamato per analogia l’elezione di Luigi Scalfaro del 1992, avvenuta nel drammatico clima degli attentati di mafia.

Per un opportuno giudizio su queste elezioni rimandiamo in primo luogo a quanto hanno scritto Diego Giachetti e Francesco Locantore nel capitolo specifico di Un bilancio politico di fine anno del governo Draghi e i compiti della sinistra di classe.

Una repubblica sempre meno parlamentare

La Repubblica italiana è una repubblica parlamentare per cui i poteri del Presidente della Repubblica sono limitati, ma comunque abbastanza ampi; ha la funzione principe di garantire l’unità del paese e la Costituzione del 1948, frutto della vittoria della Resistenza contro fascismo. Sarebbe sbagliato però pensare che sia solo un ruolo notarile come in passato qualcuno ha suggerito: il Presidente è al di sopra dei partiti e nello stesso ne è anche arbitro; sentiti i gruppi parlamentari nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questi, i ministri. Può convocare in via straordinaria ciascuna Camera, può sciogliere le Camere od anche una sola di esse; prima di promulgare una legge può chiedere alla Camere un secondo riesame sulla base di un messaggio motivato, infine presiede il Consiglio Superiore della Magistratura, dichiara la guerra….

È quindi evidente che in una situazione di crisi politica e/o sociale profonda, d’incerte maggioranze parlamentari, di debolezza e frammentazione dei partiti, com’è quello attuale può assume un ruolo ed un potere dirimente.

Il Presidente è il garante della Costituzione e qui sorge un primo problema perché è ormai noto a tutti che esiste la costituzione formale, ma anche quella di fatto, quella che nel corso degli ultimi decenni ha portato a un evidente prevalere del potere esecutivo su quello legislativo e in questo quadro a un ruolo sempre più “presidenzialista” del presidente stesso, così come da tempo chiede la borghesia per poter gestire al meglio e con celerità il sistema capitalista, tanto più in un periodo in cui diverse crisi si sovrappongono.[1] Quello che è avvenuto con il governo Draghi nel voto dell’ultima legge di bilancio ha dell’inverecondo dal punto di vista democratico e del ruolo del Parlamento.

Il secondo problema è che la costituzione del 1948 ha già subito profonde e negative alterazioni, tra cui quella operata venti anni fa dal centro sinistra con la modifica del Titolo V sulle autonomie locali sotto la pressione della Lega e che oggi ha la sua espressione finale nella cosiddetta “autonomia differenziata” portata avanti dai presidenti di Lombardia, Veneto e Emilia Romagna, ma sostenuta da tutte le forze politiche maggiori.

C’è poi la questione di fondo, che in tanti a sinistra dimenticano, confondendo quelli che sono i diritti democratici importantissimi sanciti nella Costituzione e la presenza di principi sociali fondamentali che, in epoca di grandi lotte, hanno potuto concretizzarsi in importanti riforme sociali, ma che oggi sono largamente cancellate e/o rimesse in discussione, con la natura dello Stato stesso, che in ogni caso era ed è uno stato capitalista.

La natura del Presidente in ultima o prima istanza

E il Presidente, come afferma la Costituzione, è in primo luogo il capo dello stato, di un importante stato capitalista (il settimo che esiste nel mondo), lo rappresenta e lo deve garantire.

Per questo, se pure in una forma, certo semplificata, l’estrema sinistra degli anni ’70 aveva coniato uno slogan che recitava “Il Presidente, chiunque esso sia, è sempre un servo della borghesia”.

Questo ruolo di garanti della natura dello stato l’hanno gestito tutti i 12 presidenti che si sono avvicendati al Quirinale. A partire naturalmente dai due presidenti, già governatori della Banca d’Italia, Einaudi (erano i tempi delle dure repressioni delle lotte da parte della polizia del ministro degli interni Mario Scelba) e Ciampi che si impegnò a rilanciare in tutte le occasioni l’inno patriottico di Mameli. Poi ci sono stati i notabili provenienti dalla Democrazia Cristiana: Gronchi, sotto la cui presidenza si formò il governo Tambroni con l’MSI, fatto cadere dalle grandi giornate antifasciste del luglio 1960; Segni e Leone, eletti con i voti decisivi della destra, che subirono forti contestazioni, tanto da essere costretti alle dimissioni, il primo dopo appena due anni e mezzo, il secondo con sei mesi di anticipo sulla scadenza. Fu molto contrastato anche Cossiga, se pur eletto da una larga maggioranza, per le sue continue “esternazioni” che segnavano un allargamento improprio della sua funzione e su cui pesava il ruolo, da lui pienamente rivendicato, avuto ai tempi della guerra fredda. E che dire invece di Scalfaro, ricordato soprattutto per i suoi duri scontri con Berlusconi, ma pienamente in carica quando l’Italia rientrò in guerra in Europa, nella ex Iugoslavia. Risulta invece, solo apparentemente, più incolore il mandato del socialdemocratico Giuseppe Saragat; infatti è proprio durante il suo settennato che ci furono la grande riscossa operaia del 68-69, la conquista dello Statuto dei lavoratori, ma anche le stragi dei fascisti e degli apparati dello stato per ricacciare indietro il movimento dei lavoratori. Sempre molto amato ed oggi anche rimpianto il socialista Pertini per la sua umanità e per la sua capacità di rapportarsi con i sentimenti popolari, che in quel periodo erano ancora segnati da una forte influenza delle posizioni di sinistra anche se era ormai cominciata l’ondata restauratrice. 

È importante infine sottolineare che gli ultimi due Presidenti (in carica in un periodo storico di grandissima crisi economica su scala mondiale), Napolitano proveniente dalla destra del vecchio Pci e Mattarella, uscito dalle file della vecchia Democrazia Cristiana, hanno saputo, nei momenti chiave, essere i lucidi rappresentanti supremi della borghesia italiana ed in particolare della sua scelta di piena integrazione nel progetto capitalistico europeo.

Verso il presidenzialismo di fatto

Per venire alle elezioni di oggi non è un caso quindi che il principale candidato alla Presidenza sia proprio l’ex banchiere Mario Draghi, chiamato un anno fa a guidare il governo su sollecitazione esplicita della Confindustria, l’organizzazione padronale italiana.[2] Come ha scritto Locantore: “L’elezione di Mario Draghi alla Presidenza della Repubblica porterebbe a compimento una degenerazione della democrazia istituzionale; si tratta di un progetto organico di presidenzialismo di fatto, a scapito del dibattito politico parlamentare, che continuerà ad avanzare a prescindere dal Presidente che verrà eletto”.

L’attuale Presidente Mattarella, molto popolare, considerato il vecchio saggio che tanti vorrebbero rieletto, non è stato però esente da molte mancanze, a partire da come si è mosso rispetto a leggi e decreti decisamente anticostituzionali (vedi Salvini), su cui avrebbe dovuto non solo fare qualche rilievo, ma rifiutare la firma rimandandoli a una nuova discussione parlamentare ed aprendo così una reale discussione nel paese. Ma molto discutibili sono anche alcune sue forzature procedurali avvenute col passaggio dal governo Conte 2 di centro sinistra al governo di “unità e salvezza nazionale” di Draghi. [3]

Il percorso di Draghi verso la Presidenza risulta tuttavia più difficile del previsto per varie ragioni. Importanti forze sia economiche che politiche pensano che Draghi sia più utile se gestisce gli affari del capitalismo italiano da primo ministro; forze politiche puntano a riprendersi un maggiore spazio politico perché nel 2023 dovranno presentarsi alle elezioni; il passaggio da Primo ministro a Presidente è fatto mai avvenuto nella storia della Repubblica e presenta diverse incognite istituzionali; molti parlamentari possono temere che questo passaggio produca la crisi della maggioranza di governo e si corra subito alle elezioni politiche.

Nessuno dei due schieramenti, quello cosiddetto di centro sinistra del PD e del M5S e quello della coalizione delle destre sembra disporre della maggioranza assoluta[4]. Inoltre ci sono tanti gruppi e sottogruppi parlamentari, non sempre molto coesi e controllati dai dirigenti e più di 100 parlamentari, in gran parte frutto della diaspora del M5S, il cui orientamento è del tutto imprevedibile, veri atomi politici che vagano nel “transatlantico” della Camera.

In questo quadro un personaggio come Berlusconi ha potuto tornare protagonista, candidandosi nei fatti alla Presidenza e strappando, se pure a malincuore, il sostegno formale di tutti i partiti della destra, che certo pensano anche a un piano alternativo, ma che possono usare la sua candidatura come un utile strumento di manovra per imporre una figura della destra. Che un personaggio come Berlusconi, super inquisito, processato molte volte ed anche condannato, possa presentarsi come il garante della Costituzione (presiederebbe, se eletto, anche il Consiglio superiore della Magistratura proprio lui che l’ha combattuta per decenni) ha dell’incredibile ed indica il livello di degrado delle forze politiche, ma più in generale il degrado politico e culturale della classe dominante e della stessa società. Sembra del tutto improbabile che possa farcela, ma Berlusconi è pur sempre il “caimano” che non si arrende mai.

Alla ricerca del tempo perduto, ovverosia di una candidatura democratica di garanzia

L’associazione Nazionale Partigiani (ANPI) ha chiesto di eleggere un Presidente antifascista e pienamente garante della Costituzione. A parte il fatto che la Costituzione del 1948 è già stata modificata in peggio dalle forze politiche attuali è impossibile trovare nei 12 personaggi, uomini e donne, che i giornali presentano come papabili per la Presidenza, qualcuno/a che risponda veramente ai requisiti richiesti dall’ANPI. E’ un corso nel paese un movimento di opinione per chiedere che sia finalmente una figura femminile ad assumere la più alta carica della Stato e vengono avanzate anche indicazioni nominative di evidente e particolare valore. Pare difficile però che possa affermarsi questo progetto nel contesto dato.

Negli ultimi giorni, i pochissimi parlamentari (si contano su una mano) che fanno riferimento alle forze della sinistra, hanno lanciato come candidatura politica di bandiera, quella di Paolo Maddalena, già vicepresidente della Corte Costituzionale, candidatura sostenuta anche da molti dei fuoriusciti dal M5S. Maddalena veniva proposto come figura di garanzia democratica, lontano dai centri di potere e difensore dei principi della Costituzione del 48. Solo che Maddalena è risultato ben presto essere un fiero oppositore della legge 194, nemico delle rivendicazioni LGBT e assertore di posizioni reazionarie che rigettano i diritti delle donne e degli omosessuali, un candidato impresentabile.

Si aggiunge a questa questione di fondo e dirimente il fatto che coloro che si stando muovendo su questo terreno restano all’interno di una visione del tutto istituzionale, assai poco interessante ed utile.

Pensiamo che occorra segnare invece una forte distanza e rottura da questo quadro istituzionale, del tutto compresso dentro le logiche dei rapporti di forza sociali, economici e politici attuali, ricercando ed indicando eventualmente una candidatura “esterna” al quadro istituzionale stesso, per l’appunto di rottura, direttamente sociale che rimandi alle lotte in corso, cioè una figura, maschile o femminile, che rappresenti appieno la volontà di costruire oggi, per e attraverso il movimenti delle lavoratrici e dei lavoratori e sociali, la necessaria ed indispensabile alternativa al sistema capitalista e alle sue istituzioni sempre più ademocratiche  e del tutto funzionali alla gestione degli interessi della classe dominante.   

La roulette finale

Per concludere: resta quasi impossibile fare previsioni sulle conclusioni del voto dei parlamentari. Le manovre e le contro manovre sono in pieno svolgimento e continueranno fino al voto decisivo: nella storia solo in tre casi il Presidente è uscito dalla prima votazione e poche altre volte è stato eletto alla quarta; si è arrivati anche fino a 23 scrutini nel 1962.

L’elezione di Draghi resta quella più probabile, (e non si può nemmeno escludere che esca in prima battuta), ma è anche possibile che, di fronte a un’impasse, salga la pressione su Mattarella per una sua rielezione, come già avvenne per Napolitano nel 2013, che, in tarda età, fu costretto a rimanere altri due anni per evitare una crisi politica ed istituzionale.[5]

Come ha scritto Giachetti “L’esito dipenderà dalla combinazione-scontro tra gli interessi della borghesia, delle forze politiche e dei parlamentari.

Poi ogni nazione ha le sue caratteristiche e non mancano mai gli esiti imprevedibili e le sorprese; siamo per altro nel paese di Machiavelli, della Chiesa cattolica con i suoi conclavi prolungati e della vecchia Democrazia cristiana, maestra sopraffina di manovre, mediazioni e furbizie bizantine.

*Sinistra Anticapitalista

[1] Se è in particolare l’estrema destra di Fratelli d’Italia a chiedere una repubblica presidenziale, tutte le forze politiche maggiori condividono la scelta di dare più potere all’esecutivo e presidente della Repubblica.

[2] Non rifaremo in questa sede il curriculum liberista di Draghi ricordando solo che fece parte dell’”allegra brigata borghese” in crociera sul “Britannia”, il panfilo della Regina Elisabetta che decise nel 1992 di aprire la corsa alle privatizzazioni e coautore con Trichet nel 2010 della lettera con cui si chiedeva al governo italiano di fare piazza pulita delle conquiste sociali e democratiche del movimento operaio. Poco dopo, da presidente BCE avrebbe provveduto lui stesso a strangolare la Grecia. 

[3] Pochi si ricordano che Mattarella è stato anche il ministro della difesa (o della guerra) con il governo Amato e poi D’Alema. Negò di essere a conoscenza dell’uranio impoverito e tanto più del suo uso, creò l’esercito dei professionisti e di certo non è stato un difensore dell’articolo 11 della Costituzione.

[4] Per di più c’è una forbice tra la forza dei partiti in parlamento sulla base elezioni del 2018 e quella che viene loro attribuita oggi dai sondaggi. Il M5S che disponeva del 32% 4 anni fa, oggi sembra non superare la soglia del 15%; il PD sembrerebbe essere il primo partito, intorno al 21%, con la Lega e Fratelli d’Italia praticamente appaiati ciascuno intorno al 19% e Forza Italia poco sopra l’8%.

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